Una cena in famiglia. Madre, padre e un figlio quasi trentenne. Si discute delle prospettive professionali di quest’ultimo, mentre i genitori si punzecchiano sulle responsabilità nelle faccende domestiche. Il figlio, aspirante cineasta, decide di riprendere la scena con il suo smartphone e dirige i suoi “attori non professionisti”, trasformando la sala da pranzo in un set. Il giovane è Alberto Palmiero, regista al suo esordio nel lungometraggio; i due attori sono i suoi veri genitori. Di queste sovrapposizioni di piani di finzione e “realtà” vive Tienimi presente, tenera autofiction, lucido romanzo autobiografico – a seconda della prospettiva da cui si voglia guardare – in cui Palmiero, nei panni di se stesso, (ri)mette in scena le difficoltà incontrate nel perseguire il suo sogno di fare cinema.
Se non riesci a fare un film, girane uno che racconti questa impasse. Restando soltanto alla tradizione italiana, potresti consegnare alla storia del cinema un capolavoro come 8 ½ (1963) o un folle manifesto come il più recente Un film fatto per Bene (2025). Ma se non hai l’esperienza, la fama e il capitale economico di Fellini o Maresco? Se il film che vorresti realizzare si chiama Il supplente e il tuo pitch convince solo un produttore – quel Gianluca Arcopinto, nella caricatura di se stesso e del suo ruolo, che avrebbe poi prodotto Tienimi Presente – che si dilegua subito dopo averti propinato, come a tanti altri illusi, il suo biglietto da visita? Allora forse il tuo nome è Alberto Palmiero. Ma potrebbe essere qualunque altro.
In questa (auto)finzione hai ventisette anni, hai studiato regia e realizzato qualche corto di relativo successo e finisci a fare la comparsa in una serie, per cercare di sostenere una vita da studente fuorisede che ti sta stretta. Allora decidi di tornare a casa, perché ti rendi conto che forse il sogno del cinema, nell’Italia di oggi, è solo un’illusione. Oppure, nella vita vera, può capitare che proprio quando pensavi di dover mettere a tacere la speranza ti noti Marco Bellocchio – che “appare” in un cameo in Tienimi presente – e decida di produrre la tua opera prima. Sei ancora Alberto Palmiero, questa volta autore (e non più solo aspirante regista, ma sempre consapevole della fortuna precaria di questo mestiere), e ti fai personaggio che, immergendosi nella biografia del primo, vaga nella precarietà esistenziale di un giovane lavoratore italiano. Che sia un regista in erba, un aspirante musicista, un informatico che lavora per ore in smart working ogni giorno senza uscire di casa o un giardiniere costretto ad emigrare per ambire ad una qualche forma di stabilità.
Somiglia a Michele Apicella questo Alberto (il personaggio), così perso nelle pieghe di un presente ambiguo, così travolto da un senso di inadeguatezza nei confronti delle aspettative altrui. Ma Palmiero non rivendica l’autarchia del giovane Moretti; l’incertezza che informa il suo mondo non gli permette neppure di costruirsi una maschera: Alberto non sa dare alcuna forma di concretezza (tanto anelata da sua madre) alla sua identità. Piuttosto che precipitare in questo dramma o abbandonarsi al livore, però, il regista di Aversa eredita da Troisi quella malinconia autoironica che gli permette di distanziarsi da una supposta immagine compiuta di sé, di fare i conti con se stesso e di trasformare così l’aleatorietà che sembra strozzarlo in possibilità di vita.
La situazione di crisi in cui si ritrova Alberto – tornato a casa dei genitori, reinventatosi volantinista e costretto a vedere i suoi amici emigrare – si trasforma, nell’atto della riscrittura cinematografica della (auto)biografia, in quella disposizione del personaggio nei confronti della vita così cara alla tradizione romanzesca del cinema italiano. Come in tanto nostro cinema autobiografico recente – Ѐ stata la mano di Dio (Sorrentino, 2021), L’immensità (Crialese, 2022), Il tempo che ci vuole (Comencini, 2024), Diciannove (Tortorici, 2024) – è in gioco in Tienimi presente un’immaginazione autobiografica che trova nella forma romanzo il veicolo della propria espressione: attraverso essa il sé che si racconta per immagini accede alla propria contingenza.
Se è vero infatti che tale immaginazione, al fondo narrativa, permette di «dischiudere l’intera serie di intrecci possibili tra la chiusura della finzione e l’incompiutezza della realtà» (Montani, 1999), il fatto che l’autobiografo immagini il tempo della propria vita vuol dire per l’alter-ego diegetico vagare per le fratture e le eccedenze del reale (che sono anche quelle della memoria dell’autore), aprirsi alla possibilità dell’incontro con l’altro e con sé. Alberto, per caso, ritrova una vecchia amica di sua cugina e se ne innamora. Adotta un cane, tremante ma affettuoso come lui, e si lascia accompagnare nel suo vagare. Discute con i suoi amici di un’ansia generazionale condivisa, che sembra fare meno paura quando portata ad espressione.
Soprattutto, però, in questo presente apparentemente inerte, in cui si gioca a carte “per ammazzare un po’ di tempo”, Alberto si fa testimone di apparizioni, epifanie dell’impurità del reale. Quelle di Arcopinto e Bellocchio, chimere di un cinema che potrebbe essere; ma soprattutto quella di Pulcinella – la maschera doppio del protagonista “smascherato” – che sveglia Alberto e lo spinge ad uscire da casa, da sé, e festeggiare per strada il terzo scudetto del Napoli. E quando Pulcinella sta per rivelare al ragazzo il “senso della vita”, viene risucchiato dalla folla e scompare. È in quell’indeterminatezza, nell’impossibilità possibile (o contingenza, che dir si voglia) di trovare un senso, che non è resa alla passività, ma disposizione alla vita appunto, che la vita stessa prende sostanza.
Scommettere sulla vita vuol dire per Alberto spogliarsi della paura di deludere le aspettative, tornare a credere che la strada del cinema sia ancora percorribile. Ma Tienimi presente, da buon romanzo di formazione incompiuta, non rinchiude il suo personaggio, libero di fare anche un po’ pena (“in senso buono”), nella destinalità di un happy end. Come il Monaldo felliniano prima e il Fabio sorrentiniano poi, Alberto (personaggio) parte verso Roma e Palmiero (regista) lo lascia andare, continuando ad inquadrare la strada. Riuscirà Alberto a coronare il suo sogno di fare cinema? Questa è una storia ancora tutta da scrivere.
Riferimenti bibliografici
P. Montani, L’immaginazione narrativa. Il racconto del cinema oltre i confini dello spazio letterario, Guerini e Associati, Milano 1999.
Tienimi presente. Regia: Alberto Palmiero; sceneggiatura: Alberto Palmiero, Davide De Rosa; fotografia: Lorenzo Mancini, Vincenzo Pezone; montaggio: Francesco Di Gioia; musiche: Francesco Di Grazia; interpreti: Alberto Palmiero, Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes, Elena Fattore, Carlo Palmiero; produzione: Kavac Film, Rai Cinema, Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Gianluca Arcopinto; origine: Italia; distribuzione: Fandango; durata: 80′; anno: 2026.