L’esperienza del nulla

di ANTONIO LOMBARDI

Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca di Costantino Esposito.

L'esperienza del nulla

Westworld (2016-)

Nel suo ultimo libro Costantino Esposito non intende proporre una nuova interpretazione del nichilismo, né fornirne un’ennesima anamnesi storico-filosofica. In Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca (Carocci, 2021) egli vuole «tener conto dei segni» che, come «barlumi nel buio», luccicano dal fondo della piena nichilistica e di noi stessi che vi navighiamo: «È forse questa la strada semplice che ci è data per attraversare il nichilismo. Anzi, riconoscere, con povertà di spirito, questa strada è già il primo indizio che abbiamo in qualche modo cominciato a superarlo» (Esposito 2021, p. 22). Questo superamento non dev’essere, però, confuso con un programma, come se dovessimo darci da fare per demolirlo, il nichilismo: per Esposito noi occidentali siamo nichilisti dalla testa ai piedi, e non per una scelta personale o perché optiamo per una dottrina filosofica particolare, bensì perché il nichilismo è diventato la «fisiologia della condizione umana contemporanea» (ivi, p. 39).

In modo ancor più radicale, come innata capacità di rapportarsi criticamente al nulla, esso potrebbe intendersi addirittura come la cifra peculiare del nostro essere uomini: «Senza avere il sentore del nichilismo che […] è sempre lì pronto a erodere il senso per cui stiamo al mondo; senza guardarlo e attraversarlo, noi non saremmo umani» (ivi, p. 16). È anche vero, però, che il nichilismo odierno possiede dei tratti distintivi rispetto a quello cantato e “sofferto” da Dostoevskij o tematizzato e propugnato da Nietzsche. La sua vittoria novecentesca si è rivelata essere una vittoria “strana” (ivi, p. 19): nel secondo millennio, la normalizzazione del nichilismo ha visto quest’ultimo trasformarsi da assalto rivoluzionario agli idoli borghesi a parola d’ordine della radical-borghesia di massa, da attacco alla verità in nome della liberazione dell’individuo all’imporsi del gioco interpretativo come unica ideologia del sé, il quale al di fuori della sua performance socio-linguistica sembra smarrire la propria consistenza ontologica.

Ma è proprio qui che il nichilismo torna ad essere un problema, e insieme un’opportunità. Ciò, secondo Esposito, si è reso particolarmente evidente durante la pandemia da Covid-19, che ha messo in chiaro che le soluzioni del nichilismo, forse, non ci bastano più. Non ci bastano perché, di fronte alla crisi epidemiologica e dal cuore della deleuziana “pura immanenza” (in cui siamo tutti presi dalla costruzione tecnologico-interpretativa del mondo e di noi stessi), si è fatto urgente il bisogno di un io che domanda «sull’assurdità o la sensatezza del nostro essere al mondo» (ivi, p. 28); che chiede insomma se c’è qualcosa come un “io” irriducibile ai dispositivi della scienza, della politica, del potere.

Già, perché – è questa l’ipotesi di Esposito – «tra la vita e il suo significato sembra essersi consumato un divorzio consensuale: la vita è identificata con il nudo volere sé stessa, come un istinto di autoaffermazione; e il significato è ridotto a un’incerta costruzione culturale, fatta di ciò che vorremmo essere, di ciò a cui crediamo di aver diritto, di ciò che il sistema sociale ci presenta come un obbligo» (ivi, p. 19). Ma allo stesso tempo, come in un contraccolpo, la domanda sul significato è diventata qualcosa di interamente “nostro”: «Ciò che mi sembra diverso, oggi, è che queste domande tornino a essere poste, seppur confusamente, come una competenza personale: non possiamo più accontentarci di assumere il significato di noi stessi, del nostro lavoro, delle nostre aspettative, dei nostri progetti, come dei vestiti o dei codici forniti dalla grande macchina della cultura dominante» (ivi, pp. 45-46).

Questa ambiguità si riverbera in una serie di “paradossi” del nichilismo contemporaneo. E ciascuno dei diciotto reportage di Esposito si propone, come in un’istantanea, di farli vedere, riascoltando i grandi autori della storia del pensiero, dialogando con poeti e scrittori, confrontandosi coi risultati più recenti delle scienze naturali e cognitive, evocando le arti figurative, il cinema, le fiction. Ciò non ne fa un percorso “estemporaneo”, tutt’altro. Si direbbe che l’approccio sia squisitamente fenomenologico: la fisionomia del nichilismo del secondo millennio, così, traspare in uno con le sue criticità.

Ad esempio, un motivo che ritorna più volte nel corso del libro è quello di un’intelligenza sempre più concepita come separata dall’affezione, o dell’amore concepito come estraneo al giudizio: per Esposito l’autentica conoscenza non può che essere desiderante, e ciò – come insegna Simone Weil – si rende manifesto nel fenomeno dell’attenzione, attraverso cui ci accorgiamo delle cose «per il fascino di un’attrattiva» (ivi, p. 28). Questo non significa affermare il valore del pensiero meditante contro quello del pensiero calcolante: «Si può calcolare solo ciò che si riconosce come un dato che ci interpella» (ivi, p. 24). Il nichilismo, invece, tanto impegnato sul fronte della liberazione dei corpi e della nietzschiana fedeltà alla terra, ha smarrito la “vocazione della carne”: ha cioè perso di vista che il corpo non è una pura nudità rispetto al senso, ma è la sua stessa Menschwerdung, come hanno saputo far vedere Francis Bacon nelle sue brutali Crocifissioni e Raffaello nei suoi paradisiaci “incarnati” (cfr. ivi, p. 42).

L'esperienza del nulla

Tre studi per figure alla base di una Crocifissione (Bacon, 1944)

Un altro paradosso è quello della nostra felicità, che almeno a partire da Kant è stata pensata in antitesi al dovere. «Questa inimicizia terrena tra il dovere e la felicità è stata una delle micce che ha fatto scoppiare il nichilismo contemporaneo» (ivi, p. 66): Nietzsche, come il Joker (2019) di Todd Philips, ci invita a perseguire la felicità contro la ragione; Spinoza a indentificarla con la razionalità necessaria dell’ordine naturale. Ma «per entrambi la felicità può essere raggiunta solo al prezzo della libertà» (ivi, p. 67). Perché allora, si chiede Esposito, non provare con Agostino a pensare il gaudium come la dinamica stessa del nostro desiderare, della nostra inesausta ricerca, piuttosto che come qualcosa da raggiungere per “acquietarsi”?

Tale scollamento si ripercuote anche sulla contrapposizione sempre più spiccata tra diritti e doveri: i primi risultano più “attraenti” perché richiamano al nostro compimento, alla nostra realizzazione, mentre i secondi appaiono come un retaggio “triste”, «qualcosa che ci tocca compiere, ma in qualche maniera nonostante noi» (ivi, p. 85). E se, anche qui, provassimo a ripensare il dovere come scaturente da un’attrattiva, da qualcosa che ci affascina irresistibilmente? Se fosse l’incontro con qualcuno a cui ci sentiamo di “appartenere” a fondare il dovere, e non quest’ultimo a imporre astrattamente i modi in cui dobbiamo incontrare gli altri?

La sfida è quella di guardare alla stessa morale in termini non moralistici, ma conoscitivi. E questo è possibile solo a patto di recuperare, complementarmente, il valore affettivo del vero. Una delle tesi più interessanti del libro è quella per cui il nichilismo non è più, come quarant’anni fa, semplicemente un “nemico” della verità: esso, anzi, sembra aver metabolizzato la vecchia verità positivistica (i “fatti” contro cui si era scagliato Nietzsche) per farne la sua segreta anima tecnologica. Il problema rilevato da Esposito è che questa verità – quella del calcolo e della illimitata disponibilità del mondo – è utilissima, ma non è più qualcosa di “nostro”; non fa più paura ma non ha nemmeno più a che fare con noi, con “io”. «Ed io che sono?», si chiede Esposito con Leopardi: il problema dell’io e della sua irriducibilità emerge, non nonostante il nichilismo ma attraverso di esso, come la sfida filosofica ed esistenziale decisiva.

Il più inquietante di tutti gli ospiti «è a sua volta abitato da un ospite ancora più inquietante del primo, quell’ospite che noi stessi sempre siamo» (ivi, p. 126), ma bisogna saperlo scorgere tra le maglie del dominio dispiegato della tecnica e del riduzionismo contemporaneo. Qui Esposito non esita a indicare con precisione dove si celino i rischi o i capovolgimenti, come nel caso del fisicalismo neuroscientifico dell’asse Hume-Dennett o del determinismo culturale di Dawkins: «Non basta cioè abbracciare il materialismo per negare la realtà irriducibile della libertà del volere umano. Al contrario, per arrivare a sostenere un materialismo integrale sarebbe più corretto spiegare prima, per suo tramite, quello che non è causato solo da elementi fisici, ma intenzionali» (ivi, p. 131).

In questo percorso, le opere letterarie o cinematografiche assurgono a icone dei paradigmi contemporanei: è il caso del Game (2018) di Baricco, in cui Esposito individua una sorta di summa della filosofia cyber-tao postmoderna, o del film Pixar Inside Out (2015), che mette in scena tutte le spinosità del cognitivismo. Ma si potrebbero citare Serotonina (2019) di Michel Houellebecq, Questa è l’acqua (2005) di David Foster Wallace, True Detective (2014-) di Nic Pizzolatto, Westworld (2016-) di Jonathan Nolan e Lisa Joy, e molto altro.

Questa costellazione di categorie, autori, opere e problemi, calati nella concretezza dell’esperienza e della storia, fanno del libretto di Esposito un contributo ricchissimo, che però non rinuncia mai all’asciuttezza e raffinatezza dello stile. Da segnalare la cronaca “centrale” dove il nulla è trattato «non come tema sofisticato per filosofi di professione» ma come «un’esperienza che a tutti è capitato e capita di fare» (ivi, p. 69), in cui si invita il lettore ad andare «al fondo del richiamo del nulla» accompagnandosi a Platone, Aristotele, Leibniz, Heidegger, Sartre, Pareyson, senza «regalarlo» al nichilismo (ivi, p. 74). A chiudere il viaggio la maestosa cronaca in cinque atti sul volto tecnico del nichilismo e quella sull’enigma della libertà, che risuona infine come l’inquietudine ultima del nichilismo compiuto: forse il suo assillo più bruciante, perché lo mette al cospetto dell’impensato per eccellenza, quell’io che già all’inizio della modernità Cartesio aveva scoperto essere abitato dall’Altro da sé, da un «infinito che sta dentro».

L'esperienza del nulla

True Detective (2014-)

Costantino Esposito, Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca, Carocci, Roma 2021.

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