Al pluripremiato fotoreporter e fotografo statunitense James Nachtwey è dedicata la mostra Memoria, allestita negli spazi di Fotografiska – The Contemporary Museum of Photography Art & Culture a Berlino. Nachtwey ha realizzato un atlante di luoghi e volti che parlano di guerre, emergenze umanitarie, ingiustizie sociali, un atlante di infernale disumanità ma anche di luminosa compassione, come restituiscono le foto in mostra e il documentario War Photographer (2001) di Christian Frei, proiettato in una sala. Scrive Nachtwey nel testo per il pannello introduttivo a Memory:
Since its invention, photography has been a powerful means by which we remember history – not the grand sweep of history, but history as it was lived, in the moment, by individual people. The expressions on people’s faces, their physical condition and their body language, the scenes of action into which they are inextricably bound, the gestures made by their hands, the look in their eyes, have such an indelible, psychological impact in the minds of viewers, that photographs become part of our collective memory and emblematic of historical events.
All’ingresso della mostra, spicca la foto in bianco e nero del profilo destro di un uomo: la metà di un volto, attraversato da cicatrici profonde, che documenta il genocidio del 1994 in Rwanda, insieme ad altre foto con raggelanti scheletri senza identità. Un fotogramma in bianco e nero con un viso, di cui si intravede la metà destra sfigurata da una cicatrice, è l’immagine manifesto del film Rose di Markus Schleinzer, in competizione al 76mo Festival internazionale del cinema di Berlino. L’intenso volto del poster è quello di Sandra Hüller – la Sandra di Anatomia di una caduta (Justine Triet, 2023) e la Hedwig Höß de La zona di interesse (Jonathan Glazer, 2023) –, eccellente nei panni dell’enigmatica Rose, ruolo per il quale è stata premiata con l’Orso d’argento per la migliore interpretazione da protagonista. Rose porta sul viso i segni della Guerra dei Trent’anni, che aveva lasciato dietro di sé cicatrici incancellabili, terre bruciate, corpi scarnificati, lasciati insepolti nella terra scura, come raccontano le prime scene del film.
Il silenzio di orrore e sofferenza che avvolge la Storia di una guerra appena terminata viene interrotto dalla voce fuori campo di un narratore (Marisa Growaldt), che ricorda la storia di “una donna che vestì i panni di un uomo”, un ‘soldato’ che aveva combattuto nella lunga guerra e, infine, era tornato a casa. Rose arriva nel villaggio tedesco dello Harz durante il Carnevale. Il suo arrivo segna una sospensione nel tempo sospeso carnascialesco: gli uomini del posto interrompono il festoso chiasso, alcuni tolgono le maschere animalesche dal volto, tutti si fermano ad ascoltare il reduce di guerra che reclama, documenti alla mano, la proprietà di terreni e di una fattoria. Uno di loro, parlando a nome della comunità, fa capire che le carte non bastano: quell’uomo con il volto deturpato da una pallottola, conservata ed esibita a memoria della guerra e di una personale sconfitta della morte, si deve anzitutto guadagnare un posto nella comunità.
Maschera e smascheramento dell’identità sono gli orizzonti reali e simbolici entro cui si snoda il film di Schleinzer; riguardano in primo luogo Rose ma anche gli abitanti dello Harz: l’apparizione corale con maschere di Carnevale è una chiara metafora della pervasività del tema. Per Rose, tuttavia, motivi e significati del vestire altri panni sono diversi da quelli degli uomini e delle donne del villaggio. Il travestirsi da uomo risponde al bisogno di libertà che Rose sente fin da bambina quando, orfana, capisce che essere liberi è possibile solo a chi indossa pantaloni – “there is freedom in trousers”. A questa prima maschera da uomo si sovrappone una seconda, meno radicale all’apparenza tuttavia dalle conseguenze tragiche. Rose aveva perso in guerra un amico fraterno. A lui appartenevano le carte di una eredità da rivendicare nel villaggio tedesco: a lui, dopo la morte, Rose aveva sottratto quei documenti. È questa maschera con i tratti di una identità rubata a portare la donna nel chiuso paese di contadini e allevatori, tra fitte foreste, silenzi rotti da austeri canti religiosi, dal baccano delle feste, dal brusio delle maldicenze. Sono le due maschere insieme, alternate e sovrapposte da Sandra Hüller, mettendo in gioco una strabiliante qualità di sfumature e zone liminali, a far superare al soldato con il volto sfregiato, al misterioso straniero – “the Misfit” – le prove stabilite dalla comunità e altre impreviste.
Le stesse maschere accompagnano Rose verso una serie di conquiste: la stima da parte degli abitanti del villaggio, la ricchezza, il matrimonio e un figlio. Ma un incidente ferma tutto e innesca la caduta delle maschere. Mentre Rose lavora vicino agli alveari, viene attaccata dalle api. Per lei, il soldato che era tornato vivo dalla Guerra dei Trent’anni, si teme il peggio. Portata sul letto e spogliata degli abiti maschili, Rose è nuda: agli occhi della moglie, Susanne – una bravissima Caro Braun –, e di una giovane domestica, che metterà in moto una macchina infernale. Non ci sarà salvezza per Rose e nessuna salvezza avrà Susanne; per il bambino il destino è segnato. La violenza agisce atroce anche fuori dagli anni di guerra e dai campi di battaglia: con mani e voci di uomini e donne di un piccolo villaggio. E la violenza si compiace di essere vista in azione: nello ‘spettacolo’ del processo a Rose, nelle ‘prove’ dell’esecuzione in cui Rose ha il ruolo da protagonista, nello spettacolo della condanna a morte di una donna e della sua innocente libertà, della scelta di ricrearsi per vivere libera.
È difficile immaginare Rose a colori. La scelta del bianco e nero – ha detto il regista austriaco in conferenza stampa – predispone e focalizza da subito l’attenzione, imprime la narrazione per immagini nella memoria, contribuisce a rendereuniversale la storia di Rose, ispirata a una storia vera reinventata da Schleinzer con Alexander Brom sulla base di documenti storici. Le principali aspettative della scelta di Schleinzer trovano piena realizzazione grazie alla splendida fotografia di Gerald Kerkletz e a una regia consapevole, sensibile, colta: una regia che ha saputo far tesoro del cinema di Michael Haneke, con cui Schleinzer ha lavorato ne Il nastro bianco, di Ulrich Seidl e di Carl Theodor Dreyer.
Riferimenti bibliografici
V. Altobelli, Qualcosa di simile alla bellezza. Paradies: Liebe di Ulrich Seidl, Fata morgana, “Corpo”, XVI, 49, 2023.
S. Matetich, La genesi di una degenerazione. Il torbido bianco di Haneke, Fata morgana, “Origine”, VI, 16, 2012.
M. Wedel (Hg.), Carl Theodor Dreyer, et+k, München 2025.
Rose. Regia: Markus Schleinzer; sceneggiatura: Markus Schleinzer, Alexander Brom; fotografia: Gerald Kerkletz; montaggio: Hansjörg Weißbrich; musica: Tara Nome Doyle; scenografia: Olivier Meidinger; costumi: Doris Bartelt; interpreti: Sandra Hüller, Caro Braun, Marisa Growaldt, Godehard Giese, Augustino Renken; produzione: Schubert, ROW Pictures, Walker + Worm Film; origine: Austria, Germania; durata: 93′; anno: 2026.