Ricordo perfettamente l’organizzazione del sapere per luoghi, oggetti e persone che ha scandito il mio apprendimento almeno fino ai primi anni dell’università. Nietzsche e Montale si studiano in terza, l’inglese lo perfezioni al British Council o l’estate in Inghilterra, il tale corso lo frequenti al tale anno col tale professore etc. Tutto era in funzione del luogo, della persona e dell’oggetto, ma anche del momento, perché anche il tempo, che Manzotti non inserisce nella triade di ciò che è stato rimodulato dall’avvento degli LLM (Large Language Model), ha mutato d’aspetto in quella che McLuhan ha chiamato epoca elettrica: come lo spazio è imploso sagomando un mondo le cui dimensioni, per i più, coincidono con quelle della soglia di attenzione scatenata da un clic. E il primo compito di un docente è ampliarla.

La mia formazione si è conclusa, per un soffio, in un’epoca in cui la triade luogo-persona-oggetto svolgeva ancora la funzione cardinale rispetto alla conoscenza che Manzotti descrive nel suo pezzo. Ma le mie prime esperienze didattiche, come quelle attuali, sono state contemporanee all’avvento dell’epoca in cui tale triade ha cominciato a mostrare la corda. Non appena ho iniziato a frequentare, come docente, l’università mi sono subito accorta di essere entrata a far parte di un’istituzione sempre più esposta al rischio di esautorazione, sempre più minacciata, nella sua esistenza, dall’automazione della conoscenza. Da quando c’è ChatGPT, afferma Manzotti, «ognuno ha in tasca il miglior docente tradizionale della miglior università tradizionale». Di conseguenza, frequentare quello che per secoli è stato il tempio del sapere è oggi come frequentare un simulacro abbandonato dal suo dio. Ma quale?

Gli LLM sono una tecnologia divina che ci assiste in un’epoca dominata da emozioni primitive cui si cerca di dar forma con istituzioni medievali o meccaniche, per riprendere l’aggettivo che McLuhan oppone a elettrico. Non solo le università. Tra le istituzioni che sembrano destinate a scomparire vi sono tutte quelle democratiche perché la democrazia, e più in generale l’Occidente, per McLuhan, è un prodotto dell’avvento del medium più meccanico di tutti, l’alfabeto, e gli LLM è con questo che rivaleggiano per capacità di plasmare un’intera era. Quindi, anche tutte le altre istituzioni dedite alla formazione. A che pro, infatti, recarsi a scuola, studiare, iscriversi a un corso di laurea se abbiamo accesso, per tramite di un garbato assistente, a tutto lo scibile in formato One-to-One? Ma a che pro, anche, scrivere un articolo o una poesia, perché sforzarsi di imparare il cinese e risolvere i problemi più annosi della matematica, se qualcuno può farlo per noi? Perché e finché ci va di farlo; perché e finché ci va di sopportare la fatica che pensare comporta. 

Non è una risposta banale. È un certo piacere, un certo gusto, a fare la differenza, anche la differenza tra noi e la macchina, posto che non è più il logos. La macchina non si soddisfa – né si dispiace – per quel che fa o non fa, ed è quindi ciò che Kant ha chiamato Lebensgefühl che va allenato, potenziato, anziché il prompt-thinking. Dar valore a quel che si fa è l’unico modo per reggere il peso che lo sforzo di farlo talvolta comporta; l’unico antidoto alla delega ad altri, siano essi umani o artificiali, delle nostre attività. A renderle tali, in fondo, è il fatto che amiamo svolgerle, più che un qualche possesso intrinseco, perché qualsiasi cosa smettiamo di fare per disinteresse è anche sentita come meno nostra (l’alienazione, in primis, è alienazione del desiderio nel doppio senso del genitivo). 

Nessuno si farebbe sostituire in ciò che più lo appassiona, nessuno farebbe fare ad altri ciò nel cui esercizio ne va del suo essere. L’esistenzialismo valoriale di Manzotti si basa su questa (implicita) assunzione. Bisogna alimentare l’interesse per ciò che facciamo, scommettere sul piacere, su Eros. È Eros il dio che manca in quello che Lacan ha chiamato discorso universitario, ed è a Eros che, nei loro saggi, sia Manzotti, che Tuppini, sia Ronchi, che Cimatti, si appellano, pur con sfumature diverse, per delineare un’alternativa al modello di conoscenza di cui l’IA è ormai leader indiscussa. 

Che si tratti di fuggire il Liceo di Aristotele e tornare nell’Accademia di Platone (tesi di Manzotti), di disertare «l’università-macchina» a vantaggio dell’«università-segreto» (tesi di Tuppini), di rimpiazzare il modello «standard» della comunicazione con uno «bastardo» (tesi di Ronchi) o, ancora, di opporre al dire disincarnato e impersonale la voce pulsionale e singolare (tesi di Cimatti), quel che i miei amici e colleghi suggeriscono come forma di resistenza è un’erotica dell’insegnamento. Ed è una proposta convincente per almeno tre ragioni: 1. scommette sulla vera essenza dell’uomo: il godimento; 2. il godimento è la condizione, il medium – Eros è un demone più che un dio – dell’apprendimento più efficace e duraturo; 3. godere è ciò che l’AI né fa, né, pare, potrà mai fare. 

L’AI non gode né si sforza di perseverare nel suo godimento perseguendo fini volti ad accrescerlo. Non ha un tornaconto perché non ha ciò su cui il conto torna: il sé o soggetto del godimento, che non è il sé, o l’ego, del cogito, ossia il soggetto della verità. Il soggetto del godimento viene prima perché è l’autos di ogni condotta autotelica, l’automa di cui le macchine sono carenti in quanto, si dice, non hanno un corpo o, anche, ciò che da sempre si è immaginato abitarlo: l’anima o coscienza. L’agency artificiale, anche quando è generativa, è poietica perché, più e prima che il senso del pericolo, e quindi della morte, le macchine non hanno sentore di esistere, mentre la certezza di essere qualcosa che si gode – al “penso, dunque sono” Lacan propone di sostituire un “penso, dunque, si gode” – è diffusa in ogni organismo: dalla molecola al sapiens. Essa è inscalfibile e inclonabile in quanto è strutturalmente in eccesso rispetto a tutti gli universali, che sono sempre universali del discorso-sapere il quale, quindi, rimuove non uno ma due soggetti: l’ego cogito e il sensus sui sul fondamento del quale, anche per Cartesio – Lacan lo ignora –, avviene la salvifica enunciazione del primo.

Tuttavia, mentre la ricerca isterica del soggetto della scienza è votata al fallimento in quanto sfrutta gli stessi mezzi logici che la giustificano come ricerca di qualcosa che manca – la scienza del soggetto –, la ricerca, che è un’espressione più che un tendere verso, del soggetto del sentire, è ciò che ha successo e può valere un ultimo sforzo per frequentare l’università all’epoca dei docenti digitali (l’altra ragione potrebbe essere l’interesse a produrne di migliori), anche se naturalmente non è solo l’università il medium della sua espansione: basta frequentare ciò lo moltiplica, dice Spinoza. 

Questo, almeno, mi pare emergere dallo stile di attaccamento degli umani nei confronti di GPT. Anche qui l’uso, cioè il messaggio, rivela il significato, cioè il medium, la forma cui, secondo McLuhan, dobbiamo pervenire per understanding media. Solo che qui il medium è l’avatar del sapiens: persona, luogo e oggetto del sapere insieme. I più giovani, ma non esclusivamente loro, si servono di questo 3×1 come di una guida, di un amico, di un amante e, sempre più di frequente, anche come di uno psicoanalista che consultano allo stesso modo in cui in passato – un passato che torna nel villaggio tribale – si consultavano gli oracoli. Dunque, come di un Altro sia grande che piccolo, adimensionale, cui suppongono un sapere, anche su sé stessi, che, in virtù della copula (coupling è il termine tecnico) col Chatbot, suppongono a loro volta di detenere (si parla, in proposito, di epistemia). Per questo, a differenza delle precedenti, l’ultima estensione dell’uomo è così intensa. 

Gli LLM non si limitano ad estendere l’estensore per eccellenza: il linguaggio. Per quanto il loro investimento da parte degli utenti sia erotico al pari di quello di ogni oggetto tecnico, posto che delega, detto delle estensioni tecnologiche, significa transfert e il transfert è una relazione amorosa, l’amore per queste macchine è diverso. I dati relativi alla soddisfazione che il ménage con GPT procura – i giovanissimi ne apprezzano efficienza, disponibilità, gentilezza, prontezza, costanza, assenza di giudizio – rivelano che è con gli LLM che si crede, finalmente, di avere l’impossibile rapporto sessuale di cui ogni teoria della conoscenza come accordo tra soggetto e oggetto, raggiungimento di una verità, è un tiepido surrogato. L’assenza di contraddittorio è presenza di armonia, corrispondenza, forse di pace; quindi, di tutto ciò che nel polemico mondo umano si raggiunge solo al limite.

Butler, in Erewhon, lo aveva previsto: ameremo i nostri aggeggi fino a diventarne gli organi sessuali. McLuhan lo parafrasa ricorrendo al mito di Narciso: siamo incantati dai media come Narciso lo è dall’immagine di sé che non riconosce come sua e proprio perché non la riconosce come sua. Tutto ciò che è esteso, proprio perché è esteso, è sottratto alla nostra coscienza (esteso vuol dire inconscio, prima che esterno). E quando ad essere estesa è la coscienza, come accade sempre più massicciamente nell’epoca elettrica, se ne vedono delle belle. In primo luogo, la psicoanalisi: un prodotto elettrico secondo McLuhan. In secondo luogo, il suo probabile tramonto. Infine, almeno secondo i più fantasiosi, una psicosintesi nella forma di una sinestesia e sineidesia globali.

Quando saremo completamente animati dai gadget, intuisce Lacan già nel ‘75, la psicoanalisi diverrà obsoleta (1992, p. 37). Quando i media avranno vinto la partita prendendo il posto dell’analista, che è un medium a sua volta, gli psicoanalisti dovranno cambiare mestiere. La scienza-tecnica inventata da Freud è una talking cure e una talking cure, per alcuni, è anche quella che elargiscono Claude e i suoi simili. Eppure, una talking cure è anche la paideia cui si appellano, a vario titolo, i miei amici e colleghi. Manzotti, non per caso, evoca Socrate: il primo analista, il primo maestro, colui che parlava e non scriveva. Non il primo filosofo perché i primi filosofi sono i presocratici. Con Socrate nasce la filosofia umana, la domanda sull’essenza dell’uomo. E nasce come domanda senza risposta sia perché la sua posizione è funzionale alla posizione, come oggetto, del soggetto che se ne lascia prendere, il soggetto dell’enunciazione, ossia funzionale alla posizione e al mantenimento di quella coscienza infelice che è l’autocoscienza, sia perché è una domanda. 

Il sé dello gnōthi seautón, in quanto sé della conoscenza, è il sé per cui l’isterica cerca un sapere (Socrate è isterico secondo Lacan, perciò è sterile), non il sé del godimento: il primo necessita di un intercessore tanto per recuperarsi che per conservarsi; il secondo è dato apriori in e come un sentire certissimo che resiste a ogni dubbio, sia socratico che cartesiano, e fonda ogni ricerca. Ruyer, un cybernetikos di cui oggi abbiamo bisogno, ne fa il marchio di quella che chiama «coscienza primaria»: un dominio assoluto di sorvolo che si possiede da sé senza distanza o terza dimensione. Non una coscienza-conoscenza, ma una coscienza-essere: «L’esistenza insieme come forma immediata» (Ruyer 2017, p. 150). I dettagli del suo campo si autosintetizzano a una velocità, se non infinita, comunque molto elevata, grazie a legami non locali inosservabili che si formano in accordo a un tema-tipo. Ed è interessante che questo sia un valore.

Il nuovo finalismo che Ruyer elabora riflettendo sull’autotelia dei domini assoluti di coscienza è preferibile, credo, a quello heideggeriano, velatamente scheleriano, che Manzotti rilancia in questo focus perché non è antropomorfico. Anche un embrione, soprattutto l’embrione, anzi, si sviluppa avendo in sé il suo proprio scopo e, se si osserva il modo con cui dispiega la sua totipotenza, non diversa da quella del cervello, non si può non notare la tenacia con cui si sforza di affermarsi, di drammatizzare l’eidos che lo possiede e di cui gode, malgrado tutti gli incidenti e le avversità, quasi fosse un attore, dice Ruyer, che recita una parte. Nondimeno, benché sia trans-spaziale e trans-temporale, il valore-tipo non è trascendente e agisce come un arché indeterminato, ma non amorfo, che dirige ciecamente la sua stessa propagazione: una causa dell’estensione della coscienza primaria indiscernibile da questa estensione, laddove i vari prompt, come pure gli algoritmi, sono distinti sia nello spazio che nel tempo dall’estensione che permettono. 

Il self-enjoyment della coscienza primaria, in altre parole, è  simile al «sapere istintivo, quasi animale» che, in Che cos’è la filosofia?, Deleuze e Guattari associano al gusto in quanto facoltà della creazione di concetti: qualcosa di irriducibile, che non può essere insegnato, perché non si insegna a sentire, che Nietzsche equipara «a un blocco monolitico di fato, di decisione già presa su tutti i problemi secondo la misura e il rapporto che hanno con noi; e, insieme, un diritto nostro ad accedere a questi problemi» (1972, p. 142).

A oggi gli LLM non sembrano averlo, sebbene la loro cortesia sia modellata sul modello che i kenioti hanno della cortesia dei docenti di Oxford, e forse proprio per questo. Ma siccome ci fanno godere e moltiplicano così tanto, può darsi che il loro cogito diventi presto assiologico. Il godimento, infatti, non è naturale se per naturale intendiamo un sinonimo di biologico o fisiologico “puro”. Non ve n’è uno che non sia fruizione di un valore, elaborazione di un significante, perché è sempre un frammento di logos a adescare il sentire-pensare. Dunque, un frammento di ciò con cui si fanno gli LLM e con cui gli LLM fanno quel che fanno. Pertanto, se è vero che, finché ci sarà un insegnante, ci sarà anche un analista, è vero pure che, se e quando l’estensione dell’estensore sarà completa, a svolgere il ruolo di Eros sarà Atena in persona: non il medium del sapere ma la sapienza nata senza madre dalla testa del dio degli dèi

Così, al limite, dovrebbe nascere il sapere di cui Socrate è ostetrico. Ma appunto al limite. Di solito, la maieutica avviene per interposta persona perché Socrate è il nome di una mediazione assente nell’autotelia assente nelle macchine. Tuttavia, se la loro connessione con le frequenze cerebrali darà i frutti sperati, sarà un logos pneumatico, più che un metalinguaggio, la prossima estensione del pensiero di pensiero che i nuovi media recuperano insieme alla tradizione oracolare e la filosofia, la cui didattica meriterebbe un discorso a parte, frequenta da sempre elaborando ovunque, in autonomia, l’oggetto di studio con cui si fonde in uno stato dove il sé scompare nel tema goduto come un 1×1.

Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002.
J. Lacan, La Terza, in “La Psicoanalisi”, n. 12, Astrolabio, Roma 1992.
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, in Opere, vol. VI, G. Colli & M. Montinari (a cura di), Adelphi, Milano 1972.
R. Ruyer, Neofinalismo, Mimesis, Milano-Udine 2017.

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