Nel suo contributo Manzotti si affida all’evidenza e l’evidenza è che la diffusione universale dei modelli del linguaggio di grandi dimensioni o LLM rende obsoleta l’Università sia sul piano della didattica che su quello della ricerca. La mia tesi è che l’obsolescenza sia in realtà un portare a compimento, un perfezionare un modello che IA rende perfettamente operante. Il modello è un’idea di “didattica” come trasmissione di un messaggio dall’emittente al ricevente alla più alta velocità possibile consentita dal canale e con la minor perdita di informazione possibile. La “ricerca” è allora la codificazione di quel messaggio, denominato “sapere”, al fine della sua trasmissibilità intergenerazionale.
La bontà della trasmissione è il criterio ultimo con cui si verificherà poi in modo oggettivo la qualità dello studente (verifica dei risultati e delle competenze acquisite), la qualità della docenza e il valore della ricerca, la quale sarà misurata sulla base del grado di univocità che attinge. La bontà dell’”ambiente” in cui avviene la comunicazione, vale a dire l’Università come istituzione, sarà misurata dalla pulizia del canale. Si noti, infatti, come tutto il dibattito politico intorno alla istituzione Università ruoti sempre intorno al tema della riduzione del “rumore” che rischia di “sporcare” il canale distorcendo la trasmissione del sapere: ad esempio, le disparità di classe, genere o razza, le disuguaglianze delle opportunità, il condizionamento ideologico dell’insegnamento, gli interessi privati ecc. L’ideale etico-politico che anima un siffatto modello (comunicazione come codificazione e decodificazione, comunicazione come trasmissione) non può che essere universalistico.
Un universalismo inclusivo il cui valore è incontestabile – solo il malvagio può infatti pretendere di escludere qualcuno dal sapere – se non fosse per il fatto – rilevato solo dai grandi critici novecenteschi della scolarizzazione (penso soprattutto a Danilo Dolci e a Ivan Illich) – che a parteciparsi illimitatamente ad una comunità anch’essa in linea di principio illimitata è, secondo questo modello trasmissivo, un sapere dato, un messaggio compiuto, una enciclopedia già scritta: in ultima analisi, ciò che si trasmette è una “parola d’ordine”. Il recto del verso “tutto a tutti nel più breve tempo possibile e con la massima univocità” è che nessuno, in linea teorica, può sottrarsi all’ordine del sapere-potere.
Si racconta che a Norimberga, sul frontone dell’entrata dell’Università, fosse effigiato un imbuto a simboleggiare l’insegnamento-apprendimento. Quella immagine invero un po’ triviale rende efficacemente l’idea di cosa si intende per trasmissione del sapere. Se questa è la didaché, la conclusione che trae Manzotti sul futuro dell’Università è inoppugnabile: «L’IA conosce nel senso di essere in grado di rispondere a qualsiasi domanda per cui esiste una risposta nei testi scritti finora dagli esseri umani». Ne risulta l’obsolescenza del rituale della “lezione” universitaria centrata sulla trinità luogo, persona, sapere: la presenza è messa fuori gioco come l’avanzata impetuosa delle università telematiche mostra.
Ma se la sostituzione ha luogo, è perché il sapere trasmissibile era già sempre sostituibile: si sostituisce infatti solo quello che può essere sostituito, si meccanizza solo quello che nasce come macchina. La telematica sonnecchiava nel mathema, in attesa di essere semplicemente portata alla luce. Ad essere artificializzata è, quindi, una intelligenza che fin dall’inizio greco della filosofia era sperimentata come fuori dalla persona (dal supporto psico-fisico), «distribuita in una rete ibrida in gran parte fatta da intelligenze artificiali», come scrive Manzotti di IA, oggettivata in un sapere che doveva essere “compiuto”, perfetto, un sapere di tutto su tutto, il quale pre-esiste di diritto ad ogni esercizio empirico individuale di ricerca. La scrittura fonetica alfabetica, che inquietava Platone, era l’algoritmo che permetteva la costruzione di quella rete ibrida di intelligenze artificiali (chiamate biblia, libri), la quale richiedeva soltanto l’opera di decodificazione della lettura per essere trasmessa da una fonte ad un ricevente alla più alta velocità consentita dal canale (la cosa mirabile era che, grazie a questa tecnologia, i morti potevano parlare ai viventi, dettando loro la linea…).
Per almeno duemila anni l’intelligenza, il nous, è stata separata e incommista. Aristotele la fissava in un fuori situato alle altezze vertiginose di Dio e le affidava il compito di pensare in senso proprio, riservando a “questo uomo qui” solo il ruolo di innesto o detonatore del pensiero (deve cioè fornire i prompts giusti). L’intelligenza, scrive, entra nell’anima «attraverso una porta» e non vi si mischia. C’è voluta una battaglia epocale condotta da alcune delle più grandi menti perché infine, più o meno nel XVII secolo, l’intelligenza si domiciliasse nella coscienza, e diventasse una proprietà dell’Io (oggi si dice: una proprietà del “cervello”). Nasceva così, grazie all’operazione tecnologica denominata “cogito”, la cosiddetta intelligenza “naturale” che da quel momento, ha cominciato a guardare con disprezzo, con sufficienza e con malcelato timore ogni intelligenza che pensasse di funzionare senza l’intermediario di un “Io che dice io”, dimenticando che anche quell’Io naturale era una macchina innestata su altre macchine.
Gli LLM perfezionano dunque una ben precisa – e antichissima – idea di sapere e una altrettanto antica idea di didaché. Non c’è nessuna rivoluzione per quello che riguarda il modello di insegnamento-apprendimento. Il problema che sollevano è lo stesso che affrontava quel Platone perplesso di fronte all’algoritmo alfabetico. Questo sapere codificato e trasmissibile è un sapere che rende liberi oppure è un sapere che incatena ad un ordine del discorso e, conseguentemente, ad un ordine del potere? Platone faceva della presenza il tratto specifico di un’autentica comunità educante. La presenza era proprio quanto la tecnologia alfabetica pregiudicava. Auspicava forse per l’intelligenza la necessità di una incarnazione, la contingenza di una sensibilità, di un corpo in situazione?
Mi pare che l’ “esistenzialismo” di Manzotti vada proprio in quella direzione a dispetto del proclamato “impersonalismo” della sua teoria MOI. Per parte mia, la necessità della presenza significa soltanto che il sapere per essere vivo – e non più il dettato di un morto – deve trasformarsi da fatto (fatto compiuto, trasmissibile, codificabile, ripetibile) in atto singolare, da significato prestabilito inscritto nella enciclopedia universale in evento della sua produzione locale, una produzione condivisa all’interno di una comunità di ricerca. Insomma non c’è vero sapere senza trasformazione reale dello stato di cose e la trasformazione non è algoritmizzabile. Essa è generata da quel “rumore” del mondo che una buona comunicazione deve ridurre, ma che un buon insegnante lascia che entri nella classe come aria fresca.