Dopo avvocati, medici, e Salvatore Aranzulla, anche i professori delle cosiddette discipline umanistiche dovrebbero cominciare a preoccuparsi: l’intelligenza artificiale, per molti versi, è meglio di loro. Lo ha detto con chiarezza Riccardo Manzotti, e ha ragione. L’irruzione degli LLM sta facendo saltare il modello classico della conoscenza, storicamente incardinato sull’essere umano come unico vettore del sapere. La conoscenza non è più posseduta, trasmessa o incarnata, ma computata, assemblata, resa disponibile da reti artificiali capaci di estrarre strutture semantiche dal linguaggio e di ricombinarle. L’IA non capisce né è cosciente, ma risponde, collega, sintetizza, anticipa.

In questo quadro, chiedere agli studenti di memorizzare contenuti e riprodurre collegamenti dottrinari diventa abbastanza gratuito: l’IA lo fa già. Con lei la conoscenza diventa ubiqua, diffusa, cloudizzata. Esce dai corpi, dai luoghi, dai libri. Istituzioni organizzate attorno al nozionismo diventano residuati bellici di una guerra dimenticata. Se il professore si limita a essere una versione in carne ed ossa di ChatGPT, farà la fine dei panda. Una conoscenza automatizzata e ricombinabile rende obsoleti i rituali dell’apprendimento e della trasmissione della cultura ai quali ci eravamo abituati

Ma, appunto, questo passaggio di testimone tra uomo e macchina dimostra che la IA-izzazione dell’università era in cammino. Almeno da un secolo e mezzo. Quelli che ci hanno visto più lungo di tutti sono due filosofi, Nietzsche e Heidegger. Sull’avvenire delle nostre scuole (1872) e L’autoaffermazione dell’università tedesca (1933) sono la A e la Z delle riflessioni che si possono fare su una università la cui azione sta scivolando sul piano inclinato dell’insensatezza. Là dove, ancora oggi, crediamo di vedere il prestigio della istituzione, Nietzsche scorgeva dilettantismo: l’università fondata sulla separazione tra chi insegna e chi apprende, ne ha fatto una forma di disimpegno organizzato. Il professore parla, spesso leggendo, a un pubblico indistinto; lo studente ascolta e prende appunti. Tra i due si apre un crepaccio chiamato “spirito critico”: ciò che il professore dice e pensa resta estraneo allo studente, e viceversa. Questa distanza viene celebrata come “libertà accademica”. Il professore può dire più o meno ciò che vuole, lo studente trattiene oppure dimentica ciò che preferisce. Questa doppia autonomia sancisce una reciproca indifferenza che rende irrilevante chi parla. Dietro le quinte, lo Stato vigila come un ispettore silenzioso, ricordando ai diretti interessati che lo studio non è un fine, ma un mezzo per formare cittadini responsabili. L’università diventa così un apparato in cui l’insegnamento esclude il coinvolgimento, uno spazio sgombro per la circolazione di enunciati di qualsiasi natura, da: “Aristotele nacque a Stagira” a: “Il capitalismo è il male assoluto”. Il docente non è maestro, lo studente non è discepolo. Sono terminali di un processo di informazione. È la premessa immediata perché il primo venga sostituito da una macchina che sforna gli stessi discorsi ma più velocemente e più esatti, e il secondo si riduca a una protesi della macchina.

Dentro le parole d’ordine “democratiche” dell’università ci sono tante cose, ma non la consapevolezza che studiare significa provare ammirazione per qualcosa, aderire toto corde a una voce, un pensiero, un gesto. «Guardi, la giovane anima, indietro nella sua vita, e chieda: che cosa finora hai amato veramente, che cosa ti ha attratto, che cosa ti ha dominato e in pari tempo ti ha reso felice? Metti davanti a te la serie di questi oggetti venerati e forse essi ti mostreranno, con la loro essenza e la loro successione, una legge, la legge fondamentale del tuo te stesso vero e proprio» (Nietzsche 1985, p. 6). Non “spirito critico” ma capacità di venerazione, questo dovrebbe essere lo studio. Non “libertà accademica” ma vincolo, dipendenza reciproca di professore e studente, nel segno dell’oggetto venerato. Esperienze sideralmente lontane dalla nostra idea di università

Il decadimento della docenza è stato accelerato dalla trasformazione procedurale che l’università ha subito negli ultimi vent’anni. Ai professori si richiede la qualunque, tranne insegnare. Nullus dies sine linea pur di pubblicare a raffica saggi appassionanti come un verbale di condominio e libri con più pagine che lettori. Adempimenti amministrativi e assemblearismi compulsivi davanti ai quali la burocrazia zarista era un modello di efficienza e pragmatismo. Una girandola di convegni globali per dimostrare l’esistenza di una “rete della ricerca”. Tavole rotonde con gli assessori al “bene comune” e sagre della porchetta per spuntare la casella della “terza missione”. Tutto congiura perché venga polverizzato il tempo necessario per preparare le lezioni che ormai la maggior parte di noi vive come una fastidiosa corvée

L’università, diceva Heidegger quasi un secolo fa, «invece di ostinarsi in falsi problemi di ordine istituzionale e organizzativo, avrebbe dovuto riconquistare l’originaria unità vivente di chi pone interrogativi fondamentali e di chi possiede il sapere» (2002, p. 48), l’unità, cioè, di studenti e professori. In nome di cosa? Della «potenza che provoca la più intima commozione e il più ampio sommovimento dell’esserci» (ivi, p. 40). Sembrano frasi arbitrarie e nebulose. In realtà, sono fatti facilmente verificabili: se grazie alla lezione accade qualcosa, è perché il professore non sta propinando agli studenti una pappetta pronta ma, mentre parla, pensa. Non si sta rivolgendo soltanto agli altri ma anche a se stesso. Agitare le acque della pigrizia intellettuale è possibile se chi insegna pensa ogni volta di nuovo quello che dice. Se è capace di ripartire da zero, se rifà incerto il certo. L’IA ha le spalle coperte, è còlta, sa combinare parole e detti, ha il proiettile sempre in canna e la risposta pronta. Può simulare la comprensione ma non il rischio del comprendere, le oscillazioni e gli scarti che appartengono a una lezione realmente dicente. Il punto è tutto qui: l’IA primeggia solo quando il sapere non deve più fallire, ovvero quando è accumulato e morto. Se è diventata una rivale temibile, è perché insistiamo a volerci muovere sul suo stesso terreno.

È vero che le nostre aule vengono squassate dagli sbadigli, ma non facciamo che raccogliere ciò che abbiamo seminato. L’università ha trasformato i corsi in cicli di conferenze, assegnandone anche tre o quattro allo stesso povero cristo di docente, che ha a disposizione una manciata di settimane per ciascuno. Lo sminuzzamento e la moltiplicazione dei corsi, l’abitudine post-Covid di ammannire le lezioni come video a platee di imbambolati, il rifiuto di far studiare i libri dall’inizio alla fine e la loro sostituzione con “reader” sempre più striminziti, la sostanziale abolizione dell’esame ridotto a una chiacchierata terapeutica, sono condizioni necessarie e sufficienti per la IA-izzazione dell’università. Se una lezione può essere rimpiazzata da un programma informatico, non è perché il diavolo ci ha messo la coda ma perché la lezione era già diventata una sinecura. La lezione è viva fino a quando il professore dispone del tempo e del respiro necessari per non limitarsi a consolidare le posizioni ma per rilanciare, accettando la possibilità dell’errore, della deviazione, della caduta. Il discrimine non passa tra artificiale e umano, ma tra conoscenza archiviata e parola arrischiata, tra la sedimentazione rassicurante dei detti e la potenza del dire che porta scompiglio. Il tratto decisivo della docenza è mettere la comprensione in gioco. La macchina “spiega” meglio, ma le è estraneo il pericolo. Se le lezioni non devono mai ferire, scuotere, compromettere né chi parla né chi ascolta, è normale che il corso si trasformi in un pacchetto di learning outcomes. Qualcosa che deve per forza “riuscire”. E allora l’IA diventa il docente ideale, sempre disponibile, paziente, neutrale, gentile, incapace di mettere sé e gli altri in difficoltà, punta di lancia di un sistema pedagogicamente inetto il cui scopo è non turbare le coscienze, che tratta gli studenti come minus habentes dai quali non esigere nulla e ai quali dire sempre di sì, da fare fessi e contenti pur di non inceppare il laureificio. 

Se i professori vogliono sopravvivere all’IA, è inutile che cerchino di essere ogni giorno più efficienti, completi, sorridenti, perché così sono destinati a soccombere. Devono fare ciò che l’IA per definizione non può fare: creare un legame con gli studenti, in cui la comprensione è un lampo che emerge dal buio di una fondamentale non-comprensione. Fare veramente lezione è simile a un vagare lento e insieme, mentre albeggia appena. Come Heidegger non si stancava di ripetere in aula: “Nessuno supponga di comprendere questo in misura sufficiente”. Di fronte alla sicumera della IA, il professore deve mostrare agli studenti che tra quel che è profondo e bello e il più imbarazzante degli equivoci c’è lo spessore di un capello. Solo chi ha il coraggio di sbagliare sul serio, studia davvero. Chi non inciampa in un próblēma che lo fa vacillare, non sta studiando, non sa venerare, e il “valore scientifico” di quel che dice, scrive o ascolta, è fuffa, «ammesso che vogliamo l’essenza della scienza nel senso dell’interrogante star saldi allo scoperto nel cuore dell’estrema problematicità dell’intero essente» (ibidem). 

Il resto – le iatture burocratiche, i bandi, i moduli, le schede, le valutazioni, i finanziamenti, i progetti, l’intero arsenale delle fanfaluche – sono cose da robot. Perché non dare in pasto all’IA il lavoro banausico che sa fare molto meglio di noi, e riappropriarci di ciò che l’IA non sa fare? Il tempo a disposizione per le cose importanti, come per magia, raddoppierà, e forse riusciremo a portare alla luce il tesoro dimenticato dell’insegnamento e della venerazione, l’università segreta, più forte dell’università-macchina. Non ci sono santi o “riforme” alle quali votarsi. Nemmeno un ministro ci può salvare. Dobbiamo fare da soli, e senza chiedere il permesso.

«Vogliamo o no l’essenza dell’università? Ma nessuno ci interpellerà: “Volete o no?”, quando la forza spirituale dell’occidente precipiterà verso il fallimento, crollerà nelle sue strutture e una moribonda cultura stramazzerà al suolo. Che ciò possa accadere o meno dipende dalla nostra volontà. Ognuno di noi nella sua singolarità e individualità irripetibile decide su ciò, anche quando e proprio quando evita di decidere» (ivi, p. 45). Adesso e qui, ogni professore, ogni studente, deve decidere cosa vuole. La scelta è soltanto nostra. L’IA può essere due cose: una sveglia che ci apre gli occhi, ma anche la dose di cicuta per risparmiare ulteriori e inutili sofferenze a un’università che da un pezzo si è messa in trappola da sola.

Riferimenti bibliografici
M. Heidegger, L’autoaffermazione dell’università tedesca. Il rettorato 1933-1934, Il Nuovo Melangolo, Genova 2002.
F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, Adelphi, Milano 1975.
Id., Schopenhauer come educatore, Adelphi, Milano 1985.

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