Quando ero una matricola all’università, nel secolo scorso, l’accademia era l’espressione più nobile del sistema della conoscenza; era il tempio della conoscenza. Questo sistema era basato su tre elementi fondamentali: l’oggetto, la persona e il luogo. L’oggetto era il libro, l’articolo, la monografia, le dispense, la ricerca scientifica originale, il diario. La persona era il ricercatore, lo studente e il professore. Ognuno con il suo ruolo ben definito. Il luogo, infine, era la biblioteca, l’aula e, più in generale, l’università o la scuola. Questo sistema tripartito era incernierato sull’essere umano che era l’unico in grado di dar vita e trasmettere la conoscenza.
Con l’invenzione dell’algoritmo Transformer nel 2017 (Vaswani et al.) e la diffusione universale dei modelli del linguaggio di grandi dimensioni o LLM (Manzotti 2025), il modello tripartito della conoscenza è crollato nel giro di pochi anni. Il motivo è semplice: la conoscenza non è più una prerogativa umana, ma è ormai distribuita in una rete ibrida in gran parte fatta da intelligenze artificiali. Prima degli LLM, l’informazione diventava conoscenza solo grazie a un essere umano che la comunicava ad altri a voce o grazie a un suo scritto. Non è più così. Grazie agli LLM siamo passati dall’età dell’informazione all’età della conoscenza digitale: l’IA estrae la struttura semantica dal linguaggio, mette la conoscenza a disposizione di tutti, senza che però nessuno la possieda veramente.
Faccio un esempio. Entro in classe. Parlo di qualsiasi cosa – dal Brunelleschi alla materia oscura tra le galassie, dall’Uomo senza qualità di Musil al Leviatano di Hobbes – gli studenti mi guardano con tolleranza. Sanno di avere già in tasca, o nel tablet o nel laptop, qualcosa che ne sa più di me. O meglio, sanno di avere già quella conoscenza, ogni possibile conoscenza, nell’LLM di turno. L’IA sa tutto. Non sto dicendo che l’IA è intelligente o cosciente, ma è chiaro che l’IA conosce nel senso di essere in grado di rispondere a qualsiasi domanda per cui esiste una risposta nei testi scritti finora dagli esseri umani. Può sbagliare…è vero, ma è un dettaglio. Quasi sempre risponde in modo esauriente e articolato. L’IA possiede una conoscenza generativa, riempie gli spazi vuoti e traccia collegamenti non banali. Tutto questo è ben noto. Ai fini pratici, oggi, l’IA conosce. L’IA sa. L’IA è la maestra di chi vuole sapere.
Gli studenti l’hanno capito e si rendono conto che il docente, che si affanna davanti a loro e vorrebbe (fino a un certo punto) trasmettere loro le proprie conoscenze, è diventato, nel giro di pochi anni, attuale quanto un lanzichenecco imperiale a piazza San Pietro: un residuo colorato e folcloristico di un tempo che fu (Altbach 2025). Lo studente capisce che, se l’obiettivo è diventare una versione umana di ChatGPT, non ne vale la pena.
La conoscenza è “uscita” dalle persone. Di conseguenza è uscita dai libri e dai luoghi come atenei e biblioteche. La conoscenza è diventata ubiqua, grazie al Cloud è dappertutto. Basta chiedere e la voce incorporea di un LLM prontamente ci fornirà la risposta, ogni risposta possibile. La conoscenza è dappertutto e da nessuna parte; è diventata come l’acqua dei pesci di David Foster Wallace: “Come è l’acqua oggi?”, “Quale acqua?” Il valore della conoscenza è cambiato. Chi è disposto a spendere tempo, risorse e denaro per avere qualcosa che si trova dappertutto? Perché dovremmo chiedere a uno studente di impegnarsi a leggere molti testi e saperli riproporre e mettere in relazione? L’IA lo fa in un minuto. Anzi, l’IA l’ha già fatto.
Nel 2020 abbiamo attraversato il confine dell’esternalizzazione della conoscenza, anche se non ancora quello dell’intelligenza. Fino a quel momento eravamo vissuti nell’età dell’informazione digitale. Internet è un’immensa enciclopedia di simboli digitali privi di significato che gli esseri umani possono manipolare a loro piacimento (Manzotti, Rossi 2025) ma nulla più. Ma, grazie agli LLM, è iniziata l’età della conoscenza artificiale. Insistere che sia diversa da quella umana è come sostenere, come nella gag dei compianti Tognazzi e Vianello, che lo stuzzicadenti fatto dal contadino della val Clavicola sia diverso da quelli prodotti industrialmente. Ditelo agli studenti. Convinceteli che un collegamento tra Spinoza e Deleuze è meglio se viene pronunciato da una docente umana piuttosto che da una LLM che conosce ogni opera possibile immaginabile in qualsiasi lingua. Scommetto che, dovendo scegliere tra i due, si fideranno più dell’artificiale che dell’umano.
Se consultiamo gli articoli sullo stato dell’università, troviamo infiniti pianti e lamenti (Trotta 2025). I mondi dell’educazione e della ricerca sono cambiati profondamente e irreversibilmente nel giro di pochi anni. Gli strumenti classici – lezioni, esami e ricerche – sono ormai obsoleti a causa dell’IA (Heidt 2025; Kovanović et al. 2025). Il peer review, ovvero il giudizio dei colleghi sulla ricerca, è stato travolto dall’uso dell’IA sia per scrivere che per valutare le ricerche (Adam 2025; Gomez-Marin 2024). Gli stessi processi creativi dei ricercatori risultano, dopo pochi anni, indeboliti dal ricorso ai comodi prompt dell’IA (Kumar et al. 2025). Le tesi e le prove finali sono diventate una sorta di ammuina borbonica basata sull’impossibilità pratica di distinguere il frutto del lavoro originale dello studente dalla creazione automatica di capitoli e sintesi da parte di una IA (Wu et al. 2025).
In questo nuovo mondo, gli studenti non credono più che sia necessario leggere un libro intero per ricavarne quegli scampoli di conoscenza che serviranno per muoversi nel mondo che verrà. Come non è più necessario mangiare tutto il bisonte, per giustificare l’impegno per arrivare al suo tenero filetto, così non è più necessario assorbire un intero corso di studi, tollerare le interminabili elucubrazioni di docenti di varia età e genere; avanzare faticosamente pagina dopo pagina e passare il proprio tempo in biblioteche o aule polverose. I libri e i loro sacerdoti, i docenti, hanno perso sacralità e valore. La trinità di luogo, persona e oggetto è venuta meno. Il modello della conoscenza su cui si sono basate le accademie dal tempo dei greci fino ad oggi, è venuto meno. È crollato. Gli studenti non guardano più all’accademia come il luogo della conoscenza e ai docenti come alla loro voce.
Si va all’università per tradizione e per inerzia, come per anni si è andati alla messa della Domenica, ma non si ascolta più l’omelia. Si sta seduti sui banchi come si stava in chiesa, con il vestito bello per farsi vedere dagli amici o nella speranza di incontrare qualcuno che ci cambi la vita. I luoghi classici dell’esistenza si svuotano di senso. Chiese, banche e aule subiscono la stessa evoluzione e dissoluzione. I rapporti di forza che li giustificavano sono venuti meno, assorbiti nella rete immateriale dell’IA. La trasformazione in corso è, per molti versi, affine a quella che ha interessato la valuta digitale. Banche, impiegati e banconote (anche qui la triade luogo-persona-oggetto) sono state sostituite da un collegamento diretto che va, senza soluzione di continuità, da una transazione all’altra. Denaro e conoscenza sono diventati immateriali e non richiedono più di essere materializzati in un certo luogo e usando certi oggetti perché siano parte dell’esistenza degli esseri umani (Manzotti 2024).
Il patto tacito che legava generazioni di docenti e discenti è venuto meno. La fiaccola della conoscenza che, da Prometeo a oggi, era rimasta viva, rischia di spegnersi, sostituita da un fuoco freddo che, nelle macchine, brucia con meno calore ma maggiore quantità e volume. L’università oggi è impegnata in una battaglia di retroguardia per coprire una ritirata che altrimenti sarebbe disastrose. I tentativi di vietare o regolamentare l’uso dell’IA in un mondo che ha visto l’IA conquistare, nel giro di tre soli anni, circa un miliardo di utenti fanno pensare alla riserva degli indiani. Non sparate, ma usate le frecce. Non pare realistico.
In questo quadro, per molti aspetti inquietante, vedo un’unica possibilità che però richiede una revisione critica del concetto stesso di accademia (McKie 2025; Zhang et al. 2025); un ripensamento di quel processo di quantificazione e burocratizzazione ha contraddistinto le istituzioni accademiche negli ultimi decenni (Gomez-Marin 2024). In sintesi: da anni la politica, attraverso il bastone (tagli) e la carota (bandi e programmi di finanziamento), sta trasformando l’accademia in una macchina dove studiosi e ricercatori sono chiamati a compiere attività meccaniche nella pretesa di poter valutare il loro lavoro in modo oggettivo. Questo processo ha tolto umanità e valore all’attività accademica riducendola come ha scritto Laurel Raffington su Nature “a un lavoro come un altro” (2025). Ecco, questo titolo per me sarebbe il perfetto epitaffio sulla pietra tombale della ricerca scientifica. Passiamo a una possibile resurrezione.
Come spesso accade, si deve tornare alle radici e ricordarsi che, con un curioso capovolgimento semantico, l’accademia che conosciamo noi, nonostante il nome, è molto più ispirata al Liceo di Aristotele che all’Accademia di Platone. D’altronde lo stagirita era il “maestro di coloro che sanno”, come gli LLM, mentre Socrate, l’ispiratore dell’accademia platonica “sapeva di non sapere”. Ed è qui che possiamo trovare una via diversa, che non mette la conoscenza, bensì l’esistenza al centro della ricerca. L’IA divora il mondo della conoscenza, ma l’essere umano è più, anzi è prima.
Come appena accennato, le università contemporanee hanno accettato un modello formativo centrato sulla trasmissione efficiente dell’informazione, della conoscenza e della competenza: learning outcomes misurabili, moduli standardizzati, valutazioni replicabili, produzione intensiva di testi e una didattica orientata principalmente ai contenuti. È un modello erede del Liceo di Aristotele, in cui la conoscenza viene raccolta, archiviata, classificata e trasmessa seguendo regole precise. Se questo è il mondo della conoscenza, non abbiamo niente che l’IA non abbia o non avrà molto presto e se ne ha traccia nella perdita di originalità dell’attività accademica (Han, Xie 2025; Kozlov 2023; Park, Leahey, Funk 2023). L’IA gestisce informazioni, sintetizza testi, costruisce argomentazioni, valuta esercizi e produce contenuti con una rapidità e una capillarità che nessun essere umano può eguagliare. Quanto più un’università si definisce tramite eccellenza, competenza e informazione, tanto più diventa sostituibile dalla tecnologia che oggi incarna quel paradigma.
A questo scenario si contrappone il modello dell’Accademia platonica, fondato non sulla trasmissione di nozioni ma sulla paidéia, la formazione integrale della persona. La conoscenza è la voce dell’esistere, non l’articolazione dei concetti. Il sapere nasce dalla parola viva (il logos zōtikos), cioè dal dialogo tra esseri umani, dalla trasformazione dello sguardo e del carattere. Ognuno da voce al suo Daimon che non è processo deduttivo o induttivo, ma manifestazione di qualcosa di ancora ignoto. Non si tratta di contenuti da memorizzare, ma di un modo di essere che si costruisce nella presenza reciproca e nella comunità. Questa dimensione non è automatizzabile. Al suo Faust, Kit Marlowe fa gridare “Non leggere più! Hai già raggiunto questo fine, l’ingegno di Faust vuole un tema più grande”.
Oggi l’IA produce contenuto, ma non crea valore, perché il valore non è solo forma, ma è anche un fine; un fine che non è mai del tutto compreso nella conoscenza che lo ha preceduto e che, al contrario del Credo Niceno, è creato e non generato. È un fine che si manifesta nel momento in cui si esiste e si è vivi. Non si deve però tornare all’Accademia Platonica, che sarebbe un esercizio storicamente sterile, ma cercare di recuperare quell’aspetto esistenziale che è andato perso nell’illusione di poter trasformare l’accademia in un “lavoro come un altro”.
Paradossalmente, proprio il sistema universitario anglosassone, che ha enfatizzato più di tutti la trasmissibilità delle informazioni e la misurazione quantitativa, è oggi il più esposto a essere divorato dall’IA. Recuperare la dimensione esistenziale – formazione, dialogo, comunità, esistenza individuale – non è un ritorno al passato, ma l’unico modo per immaginare un’università che non sia inutile, nel momento in cui l’IA fa le stesse cose e meglio. La competenza, intesa come possesso di conoscenza, è stata l’obiettivo dell’università con tutto il suo pantheon infernale di KPI (Key Performance Index), indici e presunte misure oggettive della qualità. Tutto questo è spazzato via dalla ubiquità della conoscenza resa possibile dagli LLM. Ognuno ha in tasca il miglior docente tradizionale della miglior università tradizionale. La conoscenza artificiale rende la conoscenza umana priva di valore.
Oggi, o l’università è in grado di fare qualcosa che l’IA non fa, o è inutile. O l’università sa essere zôsa phoné, voce vivente, capace di dare vita alla conoscenza, o è già morta. La formazione, la paidéia, non è semplice acquisizione di competenze, ma un momento esistenziale dove scegliamo e proponiamo che cosa ha valore. L’università del futuro, se vuole sopravvivere alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, dovrà allora uscire dalla logica del sapere morto e riscoprire la forza di questo logos animato: non solo informazione, ma relazione; non solo contenuto, ma trasformazione; non solo competenza, ma vita.
Il riscatto avviene se il docente sa essere la porta di ingresso dell’incommensurabile; se sa sfruttare lo spazio offerto dall’accademia come un momento di rottura con l’equilibrio esistente. Il docente non sostituibile dell’IA sta alle proprie materie e discipline come Diogene stava alla filosofia ateniese, Nietzsche alla tradizione accademica, Copernico ai tolemaici, Galileo ai togati tomistici, il professor Keating al suo college: un rapporto conflittuale di continua lotta. Se Atena è stata conquistata dall’IA non così Polemos, il principio elementale in eterno conflitto. L’università deve diventare il luogo del confronto esistenziale tra valori che non sono riducibili alla pura logica, la palestra dove l’esistenza e la conoscenza si intrecciano in un momento di vita. Anzi, più che un luogo, l’università deve diventare la possibilità di un orizzonte dove prima che applicare la ragione, si crea il quadro all’interno del quale abbia senso esercitarla.
In concreto, il sapere per il sapere, la conoscenza per la conoscenza, hanno perso in tutto o in parte il loro valore. Hanno ancora un’utilità però. Il valore si è spostato sulla capacità di creare qualcosa di veramente nuovo. Come arrivarvi? Nella misura in cui il sapere esistente può essere un punto di partenza, è indispensabile appropriarsene, consapevoli però che si tratta solo di una condizione utile. Nella misura in cui il sapere è fine a se stesso, o incapace di far nascere il nuovo, meglio usare una IA. Non filosofologia, ma filosofia. Non solo conoscenza, ma conoscenza vissuta. Non solo informazione, ma esistenza. Se la conoscenza è solo inter-legere, l’IA ha già vinto questa battaglia, anzi ha vinto la guerra. Ma ogni essere umano, come una freccia, è lanciato nella sua esistenza e può definire una traiettoria fuori da qualsiasi dimensione nota. In fondo, noi umani l’abbiamo sempre fatto. Come scrisse Galileo “per trovare il sommo bene, io ho provato, bisogna procedere pel contrario“. È questo contrario che dà valore alla conoscenza. È questo contrario che dà vita all’esistenza e che può fare la differenza tra l’università e un ormai inutile luogo della competenza. O l’università diventa esistenza vissuta, con tutti i limiti e soprattutto rischi, o l’università è estinta, un morto che cammina senza sapere di non essere più viva.
Riferimenti bibliografici
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Ultimi commenti
Giancarlo Bottazzi 6 Gennaio 2026
Completamente d'accordo con Manzotti. Occorre che conoscenze e valori, pir in simbiosi restino distinti. Sono le finalità che organizzano e utilizzano le conoscenze. E ci distinguono in quanto esistenze concrete. Si delinea la necessità di un aggiornato concetto di prassi