Prendere la Storia non di petto ma al fianco, questo sembra essere l’assunto che guida tutta la produzione di Susanna Nicchiarelli. Da Cosmonauta (2009) a Miss Marx (2020), da Nico, 1988 (2017) a Chiara (2022), la scelta della regista ricade su figure – la ragazzina comunista che segue con sguardo avido la guerra nello spazio tra URSS e USA, la figlia minore del grande filosofo tedesco, la star rock che vive un mondo prossimo alla caduta del muro di Berlino, la Santa allieva e “maestra” di Francesco – che guidano un racconto deviato rispetto ai grandi nomi e ai grandi eventi e tuttavia sono capaci di far risuonare questi ultimi in modo più efficace che mettendoli al centro della narrazione.
Due vie, entrambe convintamente percorse dalla regista, rendono possibile questo movimento narrativo – chiamiamolo di qui in poi uno “slittamento” verso i margini di un ipotetico quadro canonico di visione: scegliere di raccontare l’infanzia o scegliere di raccontare le donne.
Quando possibile, decidere di fare entrambe le cose, come accade in Cosmonauta e come ora, in modo ancor più evidente e potente, in Fuochi d’artificio (2025), la serie Rai che adatta l’omonimo romanzo di Andrea Bouchard andata in onda a cavallo delle celebrazioni per il 25 aprile di quest’anno.
Protagonisti della storia sono quattro bambini, due fratelli e due amici, tra i quali si staglia la figura tenace e coraggiosa di Marta – che con Luciana di Cosmonauta condivide l’età, l’estro e il caschetto sbarazzino – i quali, rifugiati in un piccolo paese sulle Alpi piemontesi durante l’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, stanchi di rimanere in attesa di quello che gli adulti fanno o dicono, decidono di partecipare attivamente alla Resistenza Partigiana. Riescono ad impossessarsi dei messaggi in codice che il padre di Marta e Davide utilizza per comunicare con un gruppo di partigiani nascosti tra le montagne (tra cui Matteo, il figlio più grande) e da lì in poi, lasciando all’oscuro e a tratti coinvolgendo i nonni a cui sono stati affidati dai genitori, vestono l’identità del misterioso partigiano Sandokan e si mettono a lavoro per contribuire ad ostacolare le atrocità della Guerra.
In questo caso lo slittamento è dunque dato dal punto di vista dei bambini che, secondo la fantasia di Bouchard, guardando da una diversa prospettiva una materia di competenza degli adulti, riescono a fare cose che i “grandi” si sarebbero sognati: infiltrarsi nel Forte tedesco, prevenire attacchi e posti di blocco, sabotare le armi delle intere truppe dei nemici. In particolare Marta, la più testarda e piccola dei quattro, è apparentemente la più immatura e maldestra e invece, partendo da un punto di vista ancor più marginale, una bambina femmina a cui a maggior ragione nessuno dà particolare credito, si mette progressivamente alla direzione del gruppo e diventa un’eroina riconosciuta nel finale persino dagli Americani arrivati finalmente a liberare il Piemonte.
È chiaro come un racconto del genere abbia attratto la regista, la cui estetica sottolinea e sostiene sempre la ribellione dai margini come un profondo atto di libertà, radicale proprio perché inaspettato, vincente perché incosciente, esemplare perché formativo. Un’esplosione di fluidità – di generi, di generazioni – che arriva come un fuoco d’artificio o come un’improvvisazione alla tromba di Louis Armstrong. Il rock che nei film di Nicchiarelli c’è sempre stato, come spirito prima che come colonna sonora, diventa qui lo swing da oltre oceano che libera i corpi prima facendoli danzare e poi togliendoli alla dittatura, che si fonde alla perfezione con i canti partigiani – Figli di nessuno, che Marta per prima intona alla fisarmonica e ricorre nella serie – che a loro volta mescolano sapientemente il ritmo arcaico delle nenie con sorprendenti e innovative modulazioni armoniche.
E se è vero che, come dice una delle partigiane a Marta, bisogna continuare a cantare “così la rabbia resta”, anche in questa serie Nicchiarelli tiene fede alla linea di coerenza più forte che c’è nella sua opera: la musica come custode dell’atto immaginativo di poter fare altrimenti, contro il sistema politico e formale, intendendo la “rabbia” come la intendeva Pasolini, come fuoco creativo che non smette mai di riattizzare la fiamma dalle ceneri.
Nicchiarelli ha modo così di dare voce di nuovo ad una minoranza – o una «minorità», per dirla à la Deleuze e Guattari – con insito un desiderio di trasformazione e dunque di necessaria trasgressione alle regole che muove la Storia insinuandosi nelle sue falle, rivoltandola come un pedalino e facendole le boccacce guardandola a testa in giù. In effetti quella dei bambini è spesso una postura circense e acrobatica che porta con sé un’attitudine allo sbeffeggio che non ha nulla a che fare con la mancanza di serietà ma, al contrario, con la capacità di smascherare rigidità ingiustificate che producono la stasi inerme come unico risultato.
Questo sono i bambini-Sandokan, e questo se vogliamo sono in un certo senso i partigiani. Allo slittamento narrativo verso lo sguardo “minore” contribuiscono anche questi ultimi. La Resistenza, mai abbastanza raccontata, si costruisce storicamente come minoranza ribelle e trasgressiva. Lo stesso spazio dei piccoli paesi di montagna, che pervade ogni pagina di Bouchard e ogni inquadratura di Nicchiarelli, è uno spazio “di nessuno” da cui i partigiani vanno e vengono senza dimorare mai in un luogo fisso. In effetti, si colga la sfumatura del discorso che nulla toglie al ruolo determinante di queste figure, accostarle ai bambini significa in qualche modo rilevarne il profilo quasi “fiabesco”. Folletti shakesperiani delle montagne piemontesi, il racconto ci mostra i partigiani come creature magiche e ubique, che fanno il bene senza mostrarsi, drammaticamente esposte alla lotta, alla morte, alla fame, ma al contempo capaci di costruire lì dove vivono un piccolo microcosmo in cui ballano, cantano e festeggiano un’unione inscalfibile – tutti i tratti che più affascinano Marta e gli altri compagni.
E forse questo è il merito più grande della serie: se in Bouchard partigiani e bambini costituiscono progressivamente un’unica forza, collocarli su un medesimo piano visivo rafforza la similitudine costringendoci a riflettere su come una forza nuova, in cui scorre una straripante linfa vitale, si renda sempre e necessariamente portatrice di uno sguardo bambino, letteralmente o simbolicamente, sul mondo.
Fuochi d’artificio. Regia di Susanna Nicchiarelli; sceneggiatura: Marianna Cappi, Susanna Nicchiarelli; interpreti: Anna Losano, Luca Charles Brucini, Carlotta Dosi, Lorenzo Enrico, Carla Signoris, Bebo Storti, Gabriele Graham Gasco, Alessandro Tedeschi, Barbara Ronchi, Francesco Centorame, David Paryla, Cristina Pasino, Iris Fusetti, Fabrizio Coniglio, Bruno Orlando, Matteo Josè Vercelli, Davide Lorino, Elena Arvigo, Nicolai Selikosvky; produzione: Matrioska, Fandango, in collaborazione con Rai Fiction; origine: Italia; anno: 2025.