Il cinema, ci insegna Deleuze, è un’arte singolare e creatrice; è un luogo di produzione del pensiero che organizza il visibile in forma narrativa. Lo sperimentiamo nella pratica – ancor prima che nel concetto – che l’esperienza estetica cinematografica, seppur generatrice di emozioni analoghe ad altre forme artistiche, ci trasporta in un vortice esperenziale esclusivo, poiché particolare è l’atto creativo. Se produrre un quadro è cosa ben diversa dal creare un film è perché il cinema – diversamente dalla pittura – rappresenta l’immagine a partire dai concetti di movimento e temporalità. È un’arte in cui vista e azione si integrano e, attraverso un duplice movimento intensivo ed estensivo, il regista non solo crea immagini ma pensa attraverso di esse. Essendo il suo potere rappresentativo fondato sull’intreccio di visione e narrazione, il cinema rappresenta un mezzo, unico, in grado di mostrare i meccanismi stessi dell’emergere del pensiero umano, provocando in chi osserva emozioni e riflessioni.
Se, dunque, la danza di tempo e movimento struttura intimamente la produzione artistica cinematografica, sarebbe possibile – ci chiediamo – esporre il cinema senza rinnegare né perdere la temporalità che lo contraddistingue? Detto altrimenti, come mostrare il cinema? Una questione non di poco conto che la Cinémathèque française di Parigi ha sempre affrontato con grande impegno (ricordiamo, per esempio, la magnifica restrospettiva dedicata al cinema di Alfred Hitchcock nel 2019) e che apre oggi il suo quinto piano, dal 19 marzo al 27 luglio, alla prima retrospettiva completa sul cinema senza pari di Wes Anderson.
Se l’incontro tra la settima arte e lo spazio museale non è certamente evidente e immediato, l’arrivo del cinema di Anderson sui banchi di una mostra rivelerebbe il contrario. Rifiutando analogie e paragoni, i film sono un universo a parte; una cosmogonia fatta di codici, motivi e riferimenti propri con scenografie e costumi sontuosi, identificabili a prima vista. Chi ha una certa familiarità con il mondo andersoniano non faticherà certamente a evocare immagini, suoni, dettagli che testimoniano uno stile cinematografico incontestabilmente riconoscibile. Si pensi, per esempio, ai colori pastello che irradiano le pellicole, la simmetria, la grafia, il montaggio jump cut, i dialoghi poetici e l’onnipresenza della musica.
La Cinémathèque consacra i suoi spazi a una retrospettiva che permette di rivelare le caratteristiche estetiche specifiche di tutta la filmografia di Wes Anderson, da un lato, e le ispirazioni, gli omaggi e la meticolosa maestria che caratterizza la sua regia, dall’altro. Dal fascino malinconico de La famiglia Tenenbaum alle avventure adolescenziali di Moonrise Kingdom, fino alle innovative tecniche di stop-motion utilizzate in particolare in Fantastic Mr. Fox, la mostra offre l’opportunità di scoprire come la visione unica e l’attenzione ai dettagli del regista abbiano creato alcuni dei film più visivamente ed emotivamente affascinanti degli ultimi tempi. Come scrive il collaboratore artistico della Cinémathèque, Matthieu Orléan, nel magnifico catalogo che accompagna e amplia l’evento, “più di ogni altro, il cinema di Wes Anderson è favorevole alla sua stessa esposizione, come se la sua opera tendesse al museo come luogo di rigenerazione”.
Fin dai primi passi, si percepisce la volontà di costruire un percorso immersivo in cui si viene catapultati. Giocando su un effetto di mimetismo, lo spazio funziona come un cammino guidato che attraversa cronologicamente la cinematografia andersoniana dal dietro le quinte delle sue creazioni. Un iter che si sviluppa per capitoli raggruppanti ogni volta due film, partendo dalle opere giovanili (Bottle Rocket e Rushmore) e poi attingendo a filoni tematici: famiglie di artisti (I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou), affreschi europei (Grand Budapest Hotel e The French Dispatch), viaggi (Il treno per Darjeeling e Moonrise Kingdom), animazione in stop-motion (Fantastic Mr. Fox e L’isola dei cani). Asteroid City chiude, da solo, la costellazione. La fascinazione e la cura assoluta per il dettaglio fanno da filo invisibile alla variabilità di ogni oggetto: i costumi, che molto devono all’estetica dei film, frutto della maestria della fedele costumista Milena Canonero; gli oggetti singolari e unici, vere e proprie opere di design, come il distributore automatico di Martini presente in Asteroid City. O ancora, i pupazzi di Fantastic Mr. Fox e L’isola dei cani realizzati dai miniaturisti Simon Weisse e Andy Gent, oltre agli impressionanti modelli in miniatura per le scenografie di film live-action come The French Dispatch.
Ma non solo, scopriamo un Wes Anderson molto attento all’estetica dello spazio e dell’archittetura, facilmente percepibile dalle riprese di architetture storiche eccezionali. Non si farà fatica a ricordare il celebre faro di Moonrise Kingdom che si trova a Point Judith, in un paesino sulla costa americana; o anche il design degli interni di Grand Budapest Hotel, che deve tutto all’architettura Art Déco dei grandi magazzini Görlitzer Warenhaus di Görlitz, in Germania, aperti nel 1913. Una galassia di opere d’arte, diverse per natura e concetto, che testimoniano una cura tutta votata all’approccio manuale, alla maestria del dettaglio, all’arte del “fatto a mano”; in altre parole, al cinema artigianale.
Avanzando tra gli spazi della Cinémathèque scopriamo non solamente un cineasta appassionato del lavoro manuale ma anche della storia dell’arte. Citando il titolo di un libro illustrato pubblicato nel 2023, l’intera filmografia di Wes Anderson rivela il suo “museo immaginario”, un pantheon personale in cui confluiscono indistintamente opere del mondo del cinema, letteratura e pittura. I suoi film presentano infatti citazioni velate ad artisti che ispirano l’universo andersoniano. In Le avventure acquatiche di Steve Zissou è presente un chiaro riferimento al fotografo francese autodidatta Jacques Henri Lartigue: il personaggio di Steve Zissou si trova, in una scena, a contemplare il quadro del suo mentore Lord Mandrake, che altro non è che una riproduzione fittizia creata a partire da un autoritratto del 1919 del fotografo sopra citato. O ancora, in Grand Budapest Hotel, il dipinto Boy with Apple – considerato come un capolavoro rinascimentale molto convincente dell’altrettanto fittizio Johannes Van Hoytl il Giovane – è, come ricorda chi ha visto il film, al centro di una disputa ereditaria tra i membri di una famiglia.
Puro oggetto di scena, il dipinto è stato commissionato dallo stesso Anderson a Michael Taylor, vero pittore britannico che ha cercato di attenersi a uno stile tipico del Rinascimento nordico, prendendo come riferimento l’autoritratto di Albrecht Dürer, oggi esposto nel Metropolitan Museum di New York. Non mancano, di certo, riferimenti alla settima arte: il racconto iniziatico attraverso l’India in Il treno per Darjeeling può essere visto come un’immersione nel cinema di Satyajit Ray o di James Ivory, come dimostra l’abbondante presenza di musiche tratte dai loro diversi lungometraggi in questo road-movie. Girato per la maggior parte con il formato tipico dell’epoca del muto, Grand Budapest Hotel è un omaggio alle commedie hollywoodiane dell’epoca classica e alle atmosfere ricercate. Il riferimento al cinema di Ernst Lubitsch, uno dei maestri del genere, è chiaro ed evidente: il film è, infatti, ambientato nell’Europa tra le due guerre – uno degli scenari preferiti dal regista classico – ed è caratterizzato da un’enfasi sull’eleganza e la raffinatezza, attributi per i quali Lubitsch, noto per le sue commedie “sofisticate”, era famoso. Tra i tanti, uno dei più famosi è To or not to be (1942) che raffigura l’invasione nazista della Polonia. La ripresa di Wes Anderson, nel film del 2014, mette in luce – accanto a quella cinematografica – un’altra ispirazione, questa volta di natura letteraria: Stefan Zweig e il suo Il mondo di ieri. Come l’opera dello scrittore austriaco a cui è dedicato, il film è la storia di un’epoca perduta, distrutta dagli orrori dell’umanità e della sua storia.
Questo ventaglio di referenze, che siano letterarie, pittoriche o cinematografiche, se per un verso rivendica ancora una volta l’attenzione e il gusto per un’estetica ricercata, per un altro sembra testimoniare il desiderio di far rivivere epoche scomparse. E non è forse un caso che spesso, guardando le pellicole andersoniane, si è assaliti da una strana nostalgia per qualcosa che ci sfugge e che non sappiamo nominare. La contemporaneità è infatti singolarmente assente da questo cinema, che non smette di guardare al passato, anche a costo di mescolare le temporalità. Non si tratta tanto di dare l’illusione di uno sguardo retrospettivo, quanto di assaporare il sentimento di nostalgia che emana da queste reliquie. Nostalgia che, tuttavia, viene sempre sfiorata e mai attraversata completamente.
Questa allusione all’antico è tanto più importante per il progetto del regista in quanto fa eco alle narrazioni dei suoi film, sempre incentrate sulla perdita e sull’abbandono. La mostra, su quest’ultimo punto, è davvero rivelatrice – più dei suoi stessi film. Sebbene nelle sue opere cinematografiche emergano sempre sentimenti forti, a volte dai tratti eccessivi, Anderson non sembra giocare troppo sulla presa emotiva di chi guarda. Si potrebbe dire che l’estetica cinematografica andersoniana prevale su quella emotiva. La Cinémathèque ha deciso invece di far risaltare questo elemento più introspettivo e umano, dedicando interi primi piani a volti carichi di emotività, per ricordarci che il cinema reinscrive ciò che si perde nel frastuono di ogni giorno.
Se il cinema di Wes Anderson si presta, più di altri, a un’esposizione così maestosa e ricca, è senz’altro per l’estetica accurata, varia ed erudita che attraversa ogni sua opera cinematografica. Tuttavia, questa mostra dà un contributo ancora più universale, che chiama in causa il cinema come arte e non come autorialità. Il primo, molto spesso tralasciato, è che il cinema è un lavoro minuzioso, un lavorio artigianale e tecnico, un dettagliato processo di fabbricazione dell’opera finale. Esporre il cinema consente dunque di rendere omaggio all’arte artigianale e, nel senso antico del termine, poietica della creazione di una pellicola. Il secondo contributo, connesso al primo, è il fatto che un film non è mai il prodotto di una sola mente ma sempre di un universo in cui si esprimono tante voci; la dimora comune di una famiglia di collaboratori e collaboratrici. Esporre il cinema permette allora di mostrare la comunità estetica che contribuisce alla creazione di un film e ci ricorda che nell’arte, come nella vita, la bellezza nasce sempre dalla condivisione.
*Foto: © Stéphane Dabrowski.
Wes Anderson: les archives, a cura di Matthieu Orléan, Lucia Savi, Johanna Agerman Ross, La Cinémathèque française, Parigi,19 marzo 2025 – 27 luglio 2025.