Il nuovo film di Sam Raimi si pone allo spettatore come un oggetto cinematografico indefinibile. È certamente un film di genere, è un horror ma forse più un thriller, ma è anche il recupero di un filone secondario di queste due macrocategorie, cioè il survival movie sull’isola deserta (da Il signore delle mosche e Duello nel Pacifico al più recente Triangle of Sadness, passando per Cast Away). Ma Send Help è anche un film sul contemporaneo, che però è raccontato con caratteri che suonano superficialmente anacronistici, quasi la fotografia di un altroieri storico che oggi pare già sufficientemente denunciato e dileggiato e poi condannato, ma che invece forse, più che superato, si è solo fatto più umbratile, sottoesposto, pur restando presente e influente sul nostro quotidiano. Un film di genere ma anche sul genere come ruolo sociale e come performance, una lotta femminile-maschile che però è tutt’altro che binaria e ideologicamente/eticamente manichea, e che viene rappresentata nel film con immagini e caratterizzazioni sfumate. Non ci sono risposte semplici per domande complesse e il film questa complessità la manifesta con una schiettezza indigesta al panorama contemporaneo, fatto di algoritmi e di hashtag, di trend topics, di schieramenti contrapposti l’uno contro l’altro. Send Help si presenta come un film inattuale, in quanto plasmato da uno stile e da una necessità che sono genuinamente autoriali e non editoriali.

“Mi chiamo Linda Liddle, come tutti. Campionessa di mediocrità. Le mie relazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere.” L’incipit del Troppi paradisi (2006) di Walter Siti risulta perfetto per disegnare il profilo del personaggio interpretato da una titanica, indimenticabile, Rachel McAdams. La sua è un’interpretazione dalla caratura antica: in scena si espone ai momenti più forti con la leggerezza avvincente e la padronanza gestuale di una diva da commedia sofisticata. Linda è una formica operaia (anzi, del reparto strategia e pianificazione) ripiegata nel grigio del suo lavoro impalpabile, nell’anonima macchina globale del capitale. Passa molto tempo al computer, ha talento per i numeri e vuole che questo talento le sia riconosciuto, ma rimane vittima di un cameratismo maschile e patriarcale che vampirizza ogni suo sforzo. Linda gira l’angolo, ingoia il rospo, sogna quello che può permettersi di sognare: che tra una partita a golf e l’altra la sua dedizione venga notata dal rampollo e nuovo CEO dell’azienda, il nepobaby inetto Bradley Preston (interpretato altrettanto brillantemente da Dylan O’Brien) e che tra loro magari scatti la scintilla, che per lei sarebbe la svolta. Nel resto del suo tempo, Linda prepara panini col tonno bevendo vino bianco, e fa conversazione col suo dolce pappagallino in attesa del suo show preferito alla televisione, una specie di X-Factor per survivalisti. 

Durante una traversata oceanica per un viaggio di lavoro, l’aereo su cui viaggiano Linda e Bradley finisce in una tempesta e precipita nell’universo visivo di Sam Raimi. Il disastro aereo è un esercizio di virtuosismo registico che non ha eguali e certifica la firma del regista con un’energia che ormai sembrava persa. Ogni azione di camera è funzionale alla costruzione di un picco drammatico che mescola grafia da fumetto, commedia slapstick e orrore puro, con tanto di jump scare puntualissimo e proprio per questo inaspettato. Ogni elemento della messa in scena agisce orchestralmente alla costruzione della tensione, perché per raccontare al cinema un disastro aereo non serve solo qualche fulmine e un aereo che esplode ma anche un paio di inguardabili bretelle, magari indossate da un personaggio odioso, che si incastreranno nelle lamiere per fare rimbalzare il suo corpo sulla carlinga dell’aereo in fiamme. Applausi

Linda e Bradley sono gli unici sopravvissuti al disastro e si ritrovano su un’isola deserta. Lui ha bisogno di cure perché si è ferito alla gamba ma per fortuna Linda è a casa nella natura selvaggia. Strategia e pianificazione: costruisce un rifugio, raccoglie l’acqua piovana, pesca e caccia per procurare il cibo (la scena della mattanza del cinghiale è un’altra prova della buona salute stilistica del regista), costruisce con quello che trova tutta una serie di gadget che man mano che vengono inquadrati diventano più desiderabili di qualunque cosa si possa trovare da Decathlon. C’è una fisicità restituita al racconto dell’ambiente, agli oggetti, ai corpi di esseri umani e animali, che è totalmente aliena all’impalpabilità di molto cinema contemporaneo. Send Help è un film che si sente addosso, come la sabbia e la pioggia e il fango sulla pelle o sulla lingua, lo schifoso liquame lasciato da un insetto mangiato per disperazione. Ma anche quell’insetto, per un attimo, è sembrato desiderabile e croccante.

“Kind a fairytale?”. Sembra quasi una favola. Linda si riconosce finalmente nella sua immagine ideale di massa, in un momento iconico di specchiamento narcisistico nell’acqua di una cascata. Linda si trasforma, scopre la sua bellezza e il personaggio muta letteralmente aspetto: via gli occhiali a nascondere gli occhi azzurri, i capelli sciolti e seducenti, abiti che si consumano e diventano sempre più audaci. È la prima delle tre trasformazioni di Linda ed è raccontata da Raimi con immagini che sembrano tratte della sigla del survival show alla televisione che la donna guardava dal suo divano. Ma Linda si rende conto molto presto che forse quell’isola non è poi così deserta e sperduta, e la sua lotta per la sopravvivenza declina verso la lotta per la conservazione di una particolare forma di potere che ha conquistato naufragando sull’isola, una forma di potere che plasma un immaginario. 

Linda dipinge a Bradley l’isola come un inferno sulla terra, pieno di insidie e pericoli, e centellina in pillole l’educazione delle sue tecniche di sopravvivenza, omettendo strategicamente alcuni dettagli significativi. Costruisce per lui un mondo a cui inizia a credere lei per prima, perseguitata dalla colpa per le scelte criminali che ha dovuto prendere per sorreggere questa illusione, nel presente come nel passato. Raimi presenta con grande raffinatezza la backstory di Linda, restituendo un personaggio capace di una risolutezza che può confondersi con la follia. In questo momento il film non può non scatenare un déjà vu: un thriller, un aereo, un rapporto uomo-donna che sfocia nella violenza. L’attrice aveva già interpretato per un altro grande maestro dell’horror, Wes Craven, un personaggio che nascondeva sotto l’immagine stereotipata della lavoratirice-donna-figlia devota una forza individuale dirompente e uno spietato spirito di rivalsa. In Red Eye (2005) una giovane Rachel McAdams provocava il personaggio del killer (Cillian Murphy), prima di massacrarlo con un bastone da hockey: “Where’s your male-driven fact-based logic now?”. Dov’è finita la tua ferrea logica maschile di fronte all’emergere della volontà di potenza femminile? 

La scena della confessione di Linda è chiusa da un’inquadratura allusiva e perturbante. Linda si risveglia da una sbronza ed è stesa sulla sabbia, ai lati della sua testa si possono notare distintamente le impronte di due mani, come se qualcuno le si fosse steso sopra. Cosa è successo? Sembra il fantasma di una violenza che viene dal passato, ma è perpetuata nel presente come una maledizione. Il film conserva questo vuoto e da qui la dinamica di potere tra i due naufraghi si fa più ambigua e per questo più violenta, e il corpo di Linda subisce la seconda trasformazione, arrivando a metaforizzare, incarnandolo, il male che la tormenta in visioni da incubo piene di evil deads. I capelli strappati insieme alla pelle del cranio, un occhio che piange sangue, gli abiti ormai a brandelli e intrisi di umori e fango. Una progressiva mostrificazione che non sfigurerebbe tra le creature di La casa (1981), perché la brama di potere e la malvagità che ne consegue non possono rimanere ideologia e apparato teorico, ma devono prendere forma e farsi character design all’interno dell’immagine, contenuto sedimentato. Eppure, lei dovrebbe essere l’eroina del film.

Infine, l’illusione si svela ancora più grande e abbraccia l’intera isola: non c’è mai stata nessuna natura selvaggia, quella era solo l’oasi esotica di qualche super ricco. L’avventura non è mai stata reale, era tutto sotto controllo, non ci siamo mai mossi dall’ufficio, ma intanto la bilancia del potere ha ribaltato l’equilibrio sul suo asse. Il finale di Send Help è spietato, amaro, uno dei più cupi del cinema recente. Assistiamo così alla terza trasformazione di Linda, che completa invertendolo il senso del suo film gemello, Drag Me to Hell (2009). La vittoria delle forze del male è totale e non ha più bisogno di effetti speciali, perché qui non ci sono demoni ma solo esseri umani. A differenza della protagonista dell’altro film, Linda non soccombe ma sopravvive al male incarnandolo.

Drag” qui non sta più per l’essere trascinati giù, nel gorgo infernale, ma per be in drag, vestirsi come, essere come, una performance che non è più artistica ma sociale. Linda è tornata tra noi, veste un candido completo da golf, per stare fresca tra un green e l’altro: è un ricalco sfacciato delle effigi di potere e benessere economico che prima caratterizzavano Bradley. Dalla sua storia faranno un film e lei si dedicherà alla scrittura di un libro di auto-aiuto, e mentre lo dice lancia un raggelante sguardo in camera avvertendo gli spettatori: nessuno verrà a salvarvi. Il potere dell’altro non si può più combattere: o si soccombe o si lotta per incarnarlo. Tra i vari generi, Send Help alla fine risulta essere anche un film di possessione, perché conquistare il potere è esserne posseduti. Confondersi con le fiamme per sopravvivere all’inferno.

Send Help. Regia: Sam Raimi; sceneggiatura: Damian Shannon, Mark Swift; fotografia: Bill Pope; montaggio: Bob Murawski; musiche: Danny Elfman; interpreti: Rachel McAdams, Dylan O’Brien, Edyll Ismail, Dennis Haysbert, Xavier Samuel, Chris Pang, Thaneth Warakulnukroh, Emma Raimi, Kristy Best, Francesca Waters; produzione: Raimi Productions, 20th Century Studios, TSG Entertainment; distribuzione: 20th Century Studios Italia; origine: Stati Uniti; durata: 113’; anno: 2026.

Tags     performance, Sam Raimi
Share