Il supermarket della distopia

di FEDERICO CHICCHI

Rumore bianco di Don DeLillo.

È stato recentemente pubblicato il nuovo romanzo breve di Don De Lillo, Il silenzio. Quest’ultimo e Rumore bianco – entrambi usciti in Italia per Einaudi – sono racconti che hanno in comune molte più cose di quanto i loro titoli, entrambi di tipo sonoro, sintomaticamente evidenziano. Il filo rosso che li collega è il mood distopico in cui sono tutti e due immersi fino al collo. Per parlare di Rumore bianco è allora indispensabile stringere e tirare questo filo conduttore fino al nostro presente, anche perché in questo romanzo dei primi anni ottanta se ne trova una vivida anticipazione.

Vorrei proporvi un esercizio, provare a leggere Rumore bianco a partire dalla nostra attuale crisi sociale, andando a ritroso, seguendo il metodo, solo apparentemente paradossale, che Marx propone nel suo Introduzione alla critica dell’economia politica, e cioè quello che ci invita a tener presente che «l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia». Faccio appello a Marx anche perché Rumore bianco è una straordinaria e traslucida critica del capitalismo postmoderno che trova oggi nella finanziarizzazione della vita e nell’economia del digitale il suo agghiacciante compimento. Siamo sicuri di poter affermare che Rumore bianco sia un romanzo distopico? Non è facile rispondere. Indubbiamente la distopia non è la prima etichetta che viene in mente di appiccicargli mentre si leggono le sue 389 pagine. Altri forse sono i generi letterari dove parrebbe più naturale collocarlo. Non è facile accostare DeLillo a un solo genere letterario. Come ha scritto Remo Ceserani:

Anche se è pur vero che l’utilizzazione, nei romanzi di DeLillo, di generi come la fantascienza, il giallo-inchiesta, la commedia noir e la presenza di temi come la catastrofe ecologica, il terrorismo o il complotto, le sette misteriose, il turismo di conoscenza e d’avventura, l’archeologia e l’ermeneutica derridiana dovrebbero aiutare a renderlo familiare al nostro pubblico (Ceserani 1997, p. 149).

Eppure, a mio avviso, in modo del tutto originale, questo mirabolante e sincopato romanzo di DeLillo ha un carattere intensamente distopico, anche se in termini rovesciati rispetto ai più paradigmatici romanzi del genere. Rovesciati, in primo luogo a causa della sua qualità temporale. I romanzi distopici sono per lo più ambientati in contesti dove l’esito di un evento catastrofico è già avvenuto e ha già prodotto profonde e manifeste alterazioni dell’ecosistema. Si tratta insomma di raccontare qualcosa di un tempo corrotto, pervertito, alterato, che trasuda di un’origine che è andata perduta per sempre. Nel senso che tutto ciò che compone il contesto delle storie è agitato da un lato da un futuro senza governo e al contempo dalla latenza pressante di un passato perduto. La tecnologia, l’inquinamento, l’incomunicabilità, la irreparabile rottura dei legami sociali, l’alienazione sono tutte modalità per evocare ad ogni passo un luogo originario che si è capovolto e perduto per sempre. Il romanzo di DeLillo è invece quello della soglia, di un presente che è sul punto di trasformarsi in qualcosa di catastrofico. In questo senso è anche un libro su quel luogo dell’esperienza dove l’incompiuto e il compiuto non sono ancora l’uno alternativa dell’altro. Insomma se letto in tal senso il distopico in Rumore bianco esprime, potremmo dire, il tempo del futuro anteriore: tutti i suoi personaggi sono infantili, disturbati e improbabili.

Difficile in tal senso immaginare un prima a Blacksmith (la città di periferia dove è ambientato il romanzo). La dimensione protagonista di Rumore bianco è una schiacciante immanenza, quella del trovarsi dentro e fuori contemporaneamente, al formarsi dell’evento irreparabile, in questo romanzo metaforizzato dalla grande nube tossica fuoriuscita da un carro cisterna dopo un incidente ferroviario: «L’enorme massa scura si muoveva come la nave dei morti di una leggenda norrena, scortata nella notte da creature con armatura e ali a spirale» (DeLillo 2014, p. 154). Evento che si dilata sempre più come unico orizzonte del possibile, un presente che così ingloba ogni tempo, quello della memoria e quello dell’avvenire. Ecco che in questo spazio si fa strada il tema del complotto, della paura, della paranoia, della impotenza verso ciò che inesorabilmente accade. Non dimentichiamoci, d’altra parte, che il libro è stato scritto negli anni prossimi alla tragedia di Chernobyl. Antropocene.

Un’altra caratteristica della letteratura distopica è l’appartenere per lo più, se non interamente, all’ambito della fiction. Qui il rapporto tra fiction e realtà, invece, non produce confini ma solo confusioni improvvise, stratificazioni, porosità e attraversamenti continui dall’uno all’altro polo. Al limite per chiamare in causa Baudrillard, siamo qui davanti a un rapporto rovesciato tra di esse, a una sorta di scenario pornografico e iper-reale. Il distopico di Rumore bianco avviene per implosione e per improvvisa accelerazione: è come se tutto ciò che prima era noto potesse diventare improvvisamente mostruoso senza però al contempo perdere i tratti della familiarità. Ecco allora qual è il tono emotivo di questo romanzo, appartiene a quello che Freud chiamava il perturbante. Il distopico di Rumore bianco è un distopico che crea e cortocircuita la relazione tra finzione e realtà. Una cifra del postmoderno.

Dopo aver interrogato la “natura” letteraria del romanzo occorre dire qualcosa dei suoi contenuti. Per farlo è indispensabile muovere di lato, in modo da poterlo osservare da un buon punto di osservazione. «Bisogna lacerare i veli del feticismo» scriveva Fredric Jameson sul postmodernismo, in uno dei suoi più importanti saggi (Jameson 2007). La mia convinzione è che questa affermazione si presti molto bene anche per tentare di orientarci nei meandri di Rumore bianco. La maggior parte dei suoi interpreti ha insistito sul fatto che la paura della morte e l’assoluta precarietà della vita siano i temi chiave della sua geniale amalgama narrativa. In realtà, a mio avviso, questo piano del discorso, certamente molto esplicito nel romanzo, poggiato soprattutto sui dialoghi dei due, tra di loro coniugati, protagonisti Jack e Babette, non è altro che un mezzo per parlare d’altro, e cioè del rapace tentativo del tardo capitalismo di progettare e costruire, via edonismo, un io che si convinca di bastare a se stesso. Ironicamente il più grande psicoanalista postfreudiano, Jacques Lacan, affermava, in proposito, che se c’è una follia è proprio questa, quella della Io-crazia (Lacan 2001, p. 72).

Quindi, ancora meglio e in modo più preciso, Rumore bianco racconta, incastrandolo nella ottusa e orizzontale quotidianità della provincia americana, del fallimento inesorabile di questo folle ma anche ridicolo, infantile, irragionevole tentativo di costruire, quasi in modo manageriale, un Io competitivo o addirittura capace di entrare nel guinness dei primati (come prova a fare Orest Mercator, uno dei più singolari personaggi del romanzo). Remo Ceserani direbbe che questo è un romanzo sul o «del turbamento e del disorientamento della soggettività nella società postindustriale». Che poi, detto in altri termini, la costruzione di questo “Io” pieno e senza mancanze non è altro che il tentativo di aggirare la morte, di non assumerne il limite, di affermare così, follemente, una totale padronanza sul mondo e sulla natura. Jack Gladney dirige un dipartimento universitario dedicato alla figura di Hitler.

Visto che il romanzo distopico convoca, organizza sempre la sua trama, in un luogo “degenerato”, questo luogo in Rumore bianco è certamente il supermarket, l’Io supermarket, spazio antropologico di eccellenza degli anni ottanta, dove attraverso la fantasmagoria delle merci l’io tenta di assumere quella consistenza tolemaica di cui dicevamo poc’anzi. Il supermarket, luogo pieno di merci sfavillanti, fa da sfondo a molti dei dialoghi del romanzo. È molto preciso e insistente DeLillo su questo: entrare in un supermarket significa assumere il consumo come luogo peripatetico di formazione del soggetto, ma anche individuare e scrivere qui la cifra del proprio godimento, ridurre il tema della soddisfazione di sé al consumo di sé. Il punto allora che segnala il vero battito del romanzo è il tentativo di dire qualcosa dell’habitus che indossiamo nel momento in cui il nostro campo è dato sottoforma di un mondo-supermercato.

Comperavo con abbandono incurante. Comperavo per bisogni immediati ed eventualità remote. Comperavo per il piacere di farlo, guardando e toccando, esaminando merce che non avevo intenzione di acquistare ma che finivo per comprare (DeLillo 2014, p. 104).

Passammo dal mobilio all’abbigliamento per uomo, attraverso i cosmetici. Le nostre immagini comparvero su colonne coperte di specchi, in vetrerie e cromature, su monitor tv in locali di sicurezza. Scambiavo danaro con merci. Più ne spendevo, meno importante sembrava. Io ero più grosso di tali cifre (ivi, p. 105).

L’esito inesorabile di questa ingegneria biopolitica e governamentale che trova terreno fertile negli anni ottanta del secolo scorso è per DeLillo la catastrofe, sociale e individuale. «Un senso di sperdutezza, un umore di incertezza e tormento, di gente dal carattere mite portata all’esasperazione» (ivi, p. 388).

Nel film distopico La decima vittima, diretto da Elio Petri nel 1965, Marcello Mastroianni è vittima predestinata di una mediatizzata caccia all’uomo. Infatti la decima e ultima uccisione di Caroline (quella di Marcello) è ripresa da una troupe televisiva e utilizzata per pubblicizzare una marca di tè. “Lei ha perso perché non ha bevuto una doppia razione di tè Ming!”. In verità non è proprio una tazza di tè quella che ci serve per aggirare, o contrastare con consapevolezza, l’assordante rumore bianco in cui oggi siamo completamente immersi.

Riferimenti bibliografici
J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 2015.
R. Ceserani, Raccontare il postmoderno, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
S. Freud, Il perturbante, in “Imago”, 1919.
D. DeLillo, Il silenzio, Einaudi, Torino 2021. 
F. Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma 2007.
J. Lacan, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Einaudi, Torino 2001.

Don DeLillo, Rumore Bianco, Einaudi, Torino 2014.

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