Cantare le immagini

di ALMA MILETO

Per Lucio di Pietro Marcello.

Le parole corrispondono sempre a delle immagini. E il cinema di Pietro Marcello lavora precisamente sullo scarto tra la volontà di racconto e l’infinito bagaglio di rappresentazioni che quel racconto chiama a sé; a volte in modo diretto, spesso giocando con l’evocazione e l’associazione di idee. La storia, qualsiasi storia, nasce lì, nel terreno di scambio tra espressione verbale e riconfigurazione visiva, tra il discorso narrativo e la sua messa in immagine. Per questo motivo Per Lucio, il documentario, presentato al Festival di Berlino 2021, che il regista dedica a Lucio Dalla, non è soltanto un atto d’amore profondamente personale del cineasta nei confronti di un cantautore che l’ha guidato e ne ha ispirato l’evoluzione creativa (dai tempi della sigla di Lunedì film, la “serata più bella della settimana”). È anche, e soprattutto, un manifesto del suo cinema.

Che cos’è d’altra parte la canzone se non la forma letteraria (insieme alla poesia) che più di ogni altra si veste di immagini, estroflettendo il livello verbale verso la rappresentazione del mondo, facendo tendere il segno verso la cosa palpabile, tracciando in poche righe un microcosmo tangibile, riconoscibile, ascrivibile ad uno scenario visivo? E in questo le canzoni di Dalla sono esemplari, “cinematografiche” perché manifestano il desiderio di trasformarsi in sensazioni, in corpi, in realtà. Marcello nel suo film dà in primo luogo sfogo a quel desiderio, ne raccoglie l’istanza e fa rivivere quelle parole attraverso le immagini d’archivio della Storia di un Paese “controverso”: da quelle del dopoguerra (a cinquant’anni dalla canzone 4/3/1943), passando per la ricostruzione del boom (Mille Miglia), arrivando all’attentato del 2 agosto 1980 (Balla balla ballerino) e alle contestazioni degli operai contro la FIAT di Agnelli (Intervista con l’Avvocato). L’ostinata poesia di un “individualista anarchico” diventa così non un pretesto, ma certamente un perimetro perfetto entro cui delineare il modus operandi del cineasta.

L’archivio per Marcello è irrinunciabile perché irrinunciabile è l’atto di dare corpo e vita alle parole di chi di volta in volta viene raccontato, rendere a queste ultime la propria sostanza e al contempo universalizzarle in un mondo afferrabile dalla comunità, dall’“uomo” come soggetto immerso nella Storia (pensiamo all’uso dell’archivio nel suo ultimo film, Martin Eden, 2019). Per Marcello l’archivio è prima di tutto un deposito nel quale ritrovare pratiche, gesti e costumi sedimentati in una specifica realtà e al contempo capaci di parlare universalmente allo spettatore. Se così è, non c’è nulla più della forma canzone ad attivare il meccanismo per il quale siamo portati ad andare in cerca di un’immagine che faccia da contrappunto ad una memoria collettiva. Lucio Dalla incarna, da cantautore immerso nelle immagini che racconta, il ponte che Pietro Marcello costruisce con ciascuno dei suoi film: tra singolare e collettivo, simbolico e reale, narrato e figurato.

Dalla, per essere più precisi, è quel “tra”. Così emerge dai repertori scelti dal regista, come dalle parole dei compagni di vita che Marcello ha scelto come voci della narrazione, Tobia Righi (il suo manager) e Stefano Bonaga (amico d’infanzia). È una creatura proiettata verso l’altro da sé, “entità di mezzo” tra parola e mondo, canzone e vita (Lucio a differenza degli altri artisti “non aveva rinunciato alla vita”, dice Tobia), cercando a tutti i costi di fondere il suo linguaggio con la realtà che abitava. A questo proposito Bologna ha un’importanza fondamentale, nelle canzoni come nel documentario: le immagini che Dalla cerca sono radicate nel contesto storico-geografico che vive, richiamato dai repertori scelti da Marcello. In altre parole, Lucio non aveva rinunciato alle immagini (a quelle degli altri così come alla sua, spesso criticata), esattamente come Marcello non desiste dal tentativo di costruire per ogni suo film una “macchina” di immagini reali a cui ancorare il racconto filmico.

Entrambi vivono “rapacemente” sulla soglia tra “la mia storia” e “la loro”, in un luogo che non conosce il tempo lineare e che scalza continuamente le aspettative di chi assiste ad un movimento che non si colloca né davvero al di qua né totalmente al di là del soggetto. L’aggettivo più giusto per Lucio è “sorprendente”, “sta sempre lì dove non si pensa potrebbe andare”, dice Bonaga, facendo cadere ogni possibile ipotesi di definizione e di collocamento spazio-temporale. Lo stesso si può dire di Marcello, e del suo sostare sulla linea di confine tra racconto individuale e respiro di quest’ultimo nell’immagine del tutto.

Ecco perché quando compaiono Enzo e Mary, i protagonisti de La bocca del lupo (2009), in qualche modo li stavamo aspettando. “Se io riuscissi a trovare la persona più diversa da me, più lontana, il mio opposto, in tutti i sensi anche fisicamente, quella è la persona che mi attrae”. Affacciato dal vagone di un treno (in uno dei pezzi di repertorio più belli) queste sono le parole che Dalla rivolge ad un intervistatore. Stacco di montaggio. Enzo, riconoscibile nel primo quarto di secondo dell’inquadratura per chiunque abbia visto il suo sguardo e i suoi baffi neri almeno una volta, cammina per le strade di Genova. Quelli che vediamo sono stralci del film misti a scarti del montaggio finale, accompagnati da Il parco della luna. Quelle immagini, nel film originario già “cantate” dalla voce dei protagonisti che raccontavano la loro storia d’amore su immagini di repertori altrui, vengono cantate una seconda volta, questa letteralmente, dalle parole di Dalla. Se ne La bocca del lupo riconoscevamo Enzo e Mary nelle immagini di film western o di locali anni ’70 tra luci stroboscopiche e ballerini sfrenati, ora nelle loro immagini riconosciamo Sonni Boi e la sua donna Fortuna, in un’inversione dialettica che tuttavia non fa che riconfermarne lo statuto del rapporto tra i due piani: l’immagine è emanazione della parola, fuoriuscita su un mondo che le corrisponde pur non appartenendole.

Il bello del comporre con le parole (in questo maestro di Dalla è stato Roberto Roversi, a cui nel film è dedicato ampio spazio) è proiettare queste sul diverso e far loro acquistare in questo modo una specifica corporeità, unendo dialetticamente un racconto individuale ad una realtà ad esso apparentemente estranea. La musica di Dalla racconta personaggi che il cantante aveva conosciuto (presentò a Bologna La bocca del lupo insieme a Marcello), ma ancor più evidentemente si fa portavoce di un’arte (musicale, cinematografica) che “canta le immagini”, facendo scivolare la struttura narrativa del racconto (il testo di una canzone, la costruzione del film) su uno spazio di rappresentazione condiviso (la vita, l’archivio, la vita che si fa archivio).

Così lo zingaro Dalla diventa il cowboy Enzo, ma Enzo è anche il “maragliotto” Marcello, che è a sua volta suo padre (il pescatore di Itaca) e il viaggiatore, come Lucio, su treni che non fanno che comparire nei repertori evocando Il passaggio della linea (2007). Questo cortocircuito di identità riesce a raccontarci insieme il cantautore, il regista e un modo di fare cinema. Dalla diventa un essere “magico” – come magico era il bufalo Sarchiapone – in grado di colmare persino l’assenza più radicale: anche quando non c’è più, la sua presenza fiabesca appare come un’immagine di folletto alternata ai racconti degli amici, che parlano di lui mangiando tagliatelle, e sembra rispondergli con delle smorfie divertite. Continua a proiettarsi, anche là dove la distanza con la vita appare irreparabile, sul “fuori” della realtà, adeguando a quest’ultima una parola che si fa sempre più corpo: i gorgheggi de L’anno che verrà, una sonora risata che Marcello sovrappone ai tetti di Bologna.

“Dove vai?”. “Parto, torno. In definitiva, come un eroe”. Del resto l’eroe è il personaggio di cui si cantano le gesta, ma anche colui che riesce a mediare tra la storia del singolo e quella della comunità, in grado di incorporare il suo racconto nell’“epica quotidiana” della vita, trasformando la narrazione delle proprie imprese in un canto dell’umanità intera.

Per Lucio. Regia: Pietro Marcello; sceneggiatura: Pietro Marcello; montaggio: Fabrizio Federico; interpreti: Lucio Dalla, Umberto Righi, Stefano Bonaga; produzione: IBC Movie, Rai Cinema, Avventurosa; origine: Italia; anno: 2021; durata: 79′.

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