È giusto rinunciare alla forma?

di ANGELA MAIELLO

Origin di Ava DuVernay.

In che misura la forma filmica può o deve mettersi al servizio di un tema o di una storia eticamente e politicamente rilevanti? Ci sono soluzioni formali più giuste di altre? Dove si colloca, in questi casi, l’efficacia e il piacere dell’esperienza spettatoriale, il bello e il brutto? Sono domande centrali nella teoria dell’immagine e del cinema, che ritornano a imporsi con urgenza quando, nella stessa giornata, il concorso dell’80esima edizione del Mostra Cinematografica di Venezia propone Io Capitano di Matteo Garrone e Origin di Ava DuVernay. Adottando storie e prospettive formali estremamente diverse, i due film di fatto ci mettono di fronte a queste medesime questioni. 

Origin è l’adattamento cinematografico di un bestseller americano Caste: The Origins of Our Discontents di Isabel Wilkerson, uscito poco dopo la morte di George Floyd e la diffusione del movimento Black Lives Matter. Non si tratta di un romanzo, ma di un saggio divulgativo in cui la scrittrice, prima donna afroamericana a vincere il premio Pulitzer per il giornalismo, discute l’idea che nella parola e nel fenomeno “razzismo” si condensi un processo molto complesso, per cui una struttura sociale viene organizzata in caste e tale organizzazione è necessaria al funzionamento del potere. Questo è ciò che accomunerebbe gli afroamericani negli Stati Uniti, gli ebrei nella Germania nazista, gli intoccabili in India.

Ora come adattare questo tema alla forma film? La regista Ava DuVernay – prima donna afroamericana a presentare un film in concorso a Venezia, nota tra le altre cose per la serie tv Netflix When They See Us, che racconta le vicende di cinque ragazzi ispanici e afroamericani condannati ingiustamente – sceglie l’unica strada percorribile, o forse quella più facile, ovvero il genere del biopic. Il film di fatto racconta la storia della scrittrice, che, all’indomani della morte di Trayvon Martin – ammazzato brutalmente in Florida da un passante ispanico perché persona sospetta in un quartiere di bianchi – quando si ritrova di fronte alla richiesta di scrivere un pezzo giornalistico, comincia a mettere in discussione la narrativa dominante: Trayvon Martin è morto perché le persona ispanica che gli ha sparato era razzista? Siamo sicuri che qualsiasi cosa ricada sotto il fenomeno del razzismo? E che cos’è davvero il razzismo? 

A partire da queste domande, da cui consegue una sorta di stallo creativo per la scrittrice, il film incrocia due linee narrative: da un lato le vicende familiari della donna, segnata da lutti e dolori profondi (prima la morte del marito bianco , poi della madre, e infine della cugina), dall’altro il lavoro di ricerca che lei compie, tra la Germania, l’India e gli Stati Uniti per elaborare la sua tesi. Ed ad ognuna di queste diverse realtà geografiche, culturali e storiche su cui indaga vengono associate delle vicende finzionali che il film mette in scena, in un continuo andirivieni di spazi geografici e di linee temporali. La tesi dunque è che il razzismo è l’esito di azioni mirate volte ad emarginare e assoggettare uno specifico gruppo – come ad esempio il divieto di matrimonio al di fuori del proprio gruppo etnico, che valeva sia per gli ebrei durante il nazismo, che per gli afroamericani negli Stati Uniti e gli intoccabili in India. Il risultato di questo processo di messa in forma cinematografica di tale tesi è abbastanza confuso: l’incrocio tra le vicende personali della scrittrice e la restituzione del suo lavoro di ricerca non riesce davvero, l’idea stesse di adottare il biopic, quale genere o forma della narrazione, non risulta congruo, e le declinazioni finzionali delle varie caste che nella storia si sono avvicendate risultano quanto meno didascaliche. Il film, in altre parole, non riesce mai a creare uno scarto attraverso cui leggere ciò che si sta narrando. 

Eppure è proprio su questa estrema didascalicità che bisogna soffermarsi, perché di fatto chiama in causa quelle domande che ci ponevamo all’inizio. C’è un passaggio del film in cui Isabel cerca di spiegare la sua ricerca alla cugina, per farle capire perché proprio lei, donna afroamericana, voglia mettere in discussione il concetto stesso di razzismo per andare all’origine di un fenomeno complesso, millenario, che accomuna gli uomini e le donne a tutte le latitudini e le epoche. E allora lì la cugina le dice: ecco, proprio così lo devi spiegare anche agli altri, nella maniera più semplice che tu conosca, in modo che tu possa arrivare a più persone possibili. Il film applica esattamente questo principio. E così il montaggio alternato finale, che fa da contrappunto visivo alla ricapitolazione delle e tesi del libro, in cui si incrociano i corpi e gli sguardi di uomini e donne appartenenti alle diverse caste della storia dell’umanità, richiama implicitamente alla mente tutte quelle immagini – e la cronaca e la storia ce ne hanno restituite tante – di negazione dei diritti essenziali dell’essere umano, a cui forse proprio la sovrabbondanza di immagini sembra averci abituato. In modo potente, toccante e per certi versi inaspettato, il film riesce nel suo unico e dichiarato intento: farci riflettere su cosa sia il razzismo e sulla complessità di un fenomeno che tendiamo ad attribuire ad altri, ma di cui facciamo parte, senza colpevolizzazione, ma anche senza paura.

Allora emerge un dubbio: che forse tale livello di didascalicità sia funzionale a questo unico e semplice obiettivo? Il compito del cinema può essere anche questo, rinunciando a quella ricerca sulla forma che è poi ciò che lo tiene vivo? Si tratta appunto di un dubbio. Quello che è certo è che Origin resta un film non riuscito, forse più adatto al piccolo schermo che alla sala, però è anche un film estremamente necessario. 

Origin. Regia: Ava DuVernay; sceneggiatura: Ava DuVernay; fotografia: Matthew J. Lloyd; montaggio: Spencer Averick; interpreti: Aunjanue Ellis-Taylor, Jon Bernthal, Niecy Nash-Betts, Vera Farmiga, Audra McDonald, Nick Offerman, Blair Underwood, Connie Nielsen, Emily Yancy, Jasmine Cephas-Jones, Finn Wittock, Victoria Pedretti, Isha Blaaker, Myles Frost; produzione: ARRAY Filmworks; distribuzione: Roeg Sutherland – CAA; origine: USA; durata: 130’; anno: 2023.

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