Nel 1905 Freud spalanca un baratro sotto i piedi della rispettabilità borghese: nei Tre saggi sulla teoria sessuale rivela che la sessualità umana non nasce già addomesticata, ma è polimorfa, deviante, anarchica. La civiltà si costruisce sopra questa anarchia, al prezzo però di una rimozione massiccia, di un addomesticamento che ci insegna fin da piccoli a desiderare solo ciò che è lecito, solo ciò che è previsto.
In Dying for Sex, miniserie tratta dalla storia vera di Molly Kochan, questa diga salta. Molly riceve una diagnosi di cancro metastatico alle ossa e da quel momento cambia tutto: lascia il marito, inizia una serie di esplorazioni sessuali che non sono tanto “trasgressive” quanto radicalmente vitali. Non si tratta di una fuga dalla morte, ma di un precipitarsi nella vita. La malattia le toglie la possibilità di fingere immortalità – e proprio per questo, la libera. Prima, era l’illusione di avere tempo a tenerla congelata; ora, paradossalmente, è la certezza del poco tempo che le resta a permetterle di esistere davvero.
Questa dinamica è centrale anche in Sono un mostro che vi parla di Paul B. Preciado: la diagnosi – che sia psichiatrica, oncologica o di “devianza” – agisce come un dispositivo normativo, ma può diventare anche un detonatore soggettivo. Molly, come Preciado, prende la parola dal punto stesso della marginalità, dal luogo in cui il potere la definisce “anormale”, “malata”, “irrimediabilmente compromessa”. Ma non parla per chiedere perdono o riscatto. Parla per godere. E per disturbare.
La sua sessualità non è una rivendicazione di normalità, ma il fiorire – tardo e irresistibile – di un desiderio che non ha più nulla da perdere, e perciò può finalmente mostrarsi nella sua verità: molteplice, imprevedibile, a volte buffo, altre volte struggente. In questo, Molly incarna esemplarmente quel che Deleuze e Guattari chiamavano macchina desiderante: non un soggetto coerente, ma un insieme di flussi e dispositivi che si connettono, si disgregano, si reinventano. Il corpo non è un contenitore da difendere, ma un laboratorio aperto.
E non è un caso che questa tensione – tra corpo che si ribella al sapere medico e corpo che si apre all’imprevisto del desiderio – riecheggi anche nell’ultimo film di David Cronenberg, The Shrouds. Come nel suo Crimes of the Future, il corpo smette di essere un organismo da preservare per diventare un’opera da rischiare. Un dispositivo semiotico che parla, gode, protesta, crea. È nel corpo che si fa arte, nel sesso che si fa gesto politico, che la morte perde un po’ del suo potere.
La malattia non è romanticizzata. Non c’è nulla di nobile nel cancro, nessuna spiritualità automatica nel dolore. Ma qualcosa accade: la diagnosi agisce come uno shock ontologico che le permette di ristrutturare la propria vita non secondo i criteri della guarigione, ma secondo quelli della verità. Il suo corpo, medicalizzato e messo sotto controllo, risponde con l’unica insubordinazione possibile: l’eros. Non come principio astratto, ma come esperienza concreta, incarnata, disordinata, talvolta anche scomoda. Il piacere, qui, non guarisce. Ma salva dalla menzogna.
E allora anche la sublimazione, nella lettura di Moroncini, non è più la raffinazione estetica di un impulso sessuale inferiore, ma un modo per far passare il godimento attraverso forme nuove, non canoniche. Moroncini ci ricorda, nel suo splendido testo sulla sublimazione, che questa non è un’ascesi, ma una deviazione del godimento. Non si tratta di rinunciare al desiderio per diventare nobili, ma di trasformarlo, farlo passare per strade nuove. In questo senso, l’intero percorso di Molly è una sublimazione alla rovescia: non dal sesso all’arte, ma dal cancro alla libido. Un’arte della sopravvivenza erotica.
Molly sublima non perché rinuncia al sesso, ma perché lo reinventa fuori da ogni grammatica codificata. È l’arte di vivere mentre si muore – non in senso poetico, ma clinico. Una forma di dissidenza intima contro il dominio della diagnosi. Non c’è, in fondo, un “prima” sano e un “dopo” malato. C’è un corpo che si scompone e ricompone, che smette di essere un oggetto medico e si riconsegna alla propria materia erotica. E che, proprio nel momento in cui tutti lo vorrebbero decente, riservato, spiritualmente composto – muore di desiderio.
Insomma, mentre tutti si aspettavano che Molly producesse silenzio e gratitudine – per le cure, per i ricordi, per il marito lasciato – lei produce intensità. Proprio come una macchina desiderante: «Una macchina non funziona mai sola», scrivono Deleuze e Guattari, «si aggancia sempre a un’altra macchina» (2002, p. 15). E Molly si aggancia. A corpi, a fantasie, a chat, a catene di senso che scorrono ben oltre le coordinate dell’amore romantico o della sessualità “sana”. Il suo desiderio non chiede permesso: disfunziona, per dirla ancora con L’anti-Edipo, nel senso che disattiva i codici del funzionamento standardizzato. È un desiderio schizo, che non cerca sintesi ma dispersione, che non costruisce una storia ma una mappa: mille platee, mille orgasmi, mille smottamenti.
Come scriveva Guattari, con nitidezza e senza redenzione possibile, desiderare consiste in fare dei tagli, lasciare scorrere certi flussi, operare dei prelievi sui flussi, tagliare le catene che sposano i flussi. Tutto questo sistema dell’inconscio o del desiderio che fa fluire, che taglia, che lascia colare, questo sistema dell’inconscio alla lettera, contrariamente a quello che pensa la psicanalisi tradizionale, non significa niente. Non c’è senso, non c’è alcuna interpretazione da dare, non vuol dire niente. Il problema è di sapere come funziona l’inconscio. È un problema di uso di macchine, del funzionamento delle macchine desideranti.
Invece di chiedersi “chi sono?”, Molly si domanda “a cosa mi posso collegare oggi?”. Alla fine della serie, non c’è catarsi né guarigione. Ma c’è qualcosa di molto più interessante: una donna che non ha imparato la lezione. Che non ha trovato “il vero amore”, né l’illuminazione mistica. Che ha solo goduto del fatto, scandaloso e inaccettabile, che anche un corpo che sta morendo può desiderare. Che può persino essere felice – non malgrado il cancro, ma con il cancro. Come direbbe Preciado: un mostro che vi parla… e che nel frattempo vi fotte le regole, i protocolli, le buone maniere. E forse è proprio questo che ci disturba tanto: non che Molly muoia. Ma che lo faccia ridendo, godendo, e senza mai chiedere scusa.
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 2002.
S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, Boringhieri, Torino 1975.
B. Moroncini, La sublimazione e la crisi della cultura. Ripetizione e sezione aurea in Jacques Lacan, in “Kaiak. A Philosophical Journey”, n. 4, 2017.
P. B. Preciado, Sono un mostro che vi parla, Fandango Libri, Bologna 2021.
Dying for sex. Ideatore: Elizabeth Meriwether, Kim Rosenstock; interpreti: Michelle Williams, Jenny Slate, Rob Delaney, David Rasche, Esco Jouléy, Jay Duplass, Kelvin Yu, Sissy Spacek, Zack Robidas; produzione: Pasta with Sauce, Elizabeth Meriwether Pictures, Wondery, 20th Television; origine: Stati Uniti d’America, anno: 2025.