“Intelligenza artificiale” è espressione degna di ammirazione. Un colpo di genio, dal punto di vista del marketing. Lascia intendere che sappiamo che cos’è l’intelligenza, e che proprio perciò l’abbiamo potuta imitare con un’apposita macchina, e magari l’abbiamo persino potuta superare. È un po’ come dire che questi biscotti che ti sto vendendo sono buoni come i biscotti della nonna, lasciando intendere che la nonna facesse biscotti. Ma magari la nonna lavorava in fabbrica e non aveva mai avuto tempo di fare biscotti, una volta arrivata a casa.

Ecco: non so se le nostre macchine pensino o non pensino, siano o non siano intelligenti. Rispondere è difficile per due motivi. Primo, è difficile perché non disponiamo di alcuna definizione di che cosa sia il pensiero, l’intelligenza, che non sia oggetto di enormi dispute e millenari dibattiti che non è il caso di cancellare con un colpo di spugna, anche perché innervano in maniera direttissima tutta la ricerca cibernetica degli anni cinquanta, e tutta l’informatica degli anni settanta e ottanta, fino ad arrivare all’oggi e alle reti neurali. Secondo, perché il frutto più prezioso di quella discussione millenaria comporta una conseguenza interessantissima, su cui vale la pena spendere due parole. 

Se ci si fa caso, tutte le discussioni sull’intelligenza, da Platone in avanti, mettono a capo a una strana situazione, per cui Platone e i suoi successori finiscono per precisare e poi formalizzare che ci sono però due intelligenze, che una non funzionerebbe senza l’altra, che una è perfetta e presso di sé e l’altra è imperfetta e presso di noi, e così via. Aristotele ne chiama una intelletto produttivo, l’altra intelletto passivo. Bergson le chiama intuizione e intelligenza, più semplicemente. Noi oggi non facciamo eccezione, ci chiediamo se l’intelligenza naturale è superiore o inferiore a quella artificiale, se quella umana è meglio o peggio di quella macchinica, e se l’una potrebbe mai funzionare senza che l’altra sia già in funzione, tanto nel caso che poi preferiamo assegnare il primato a quella umana, o a quella macchinica. Sono sempre invariabilmente due. Perché? Risponderò brevemente e brutalmente. Il dibattito sull’intelligenza finisce sempre per mettere capo a una strana situazione per cui l’intelligenza è doppia, perché non c’è definizione di intelligenza che non dipenda già da una certa macchina, da un qualche meccanismo preso a modello, da una qualche pratica assunta come esemplare. 

Per dire che cos’è l’intelligenza, dobbiamo renderla intelligibile. Dobbiamo guardare qualcosa, da qualche parte, e farcene guidare. E a quel punto dobbiamo dire: Ecco l’intelligenza! Ma più che “Ecco l’intelligenza!”, a quel punto dovremmo dire: Ecco lo sdoppiamento! Perché infatti c’è e ci sarà sempre un’intelligenza che dice “Ecco l’intelligenza”, comunque noi vogliamo poi caratterizzare quell’intelligenza che abbiamo indicato con quell’“Ecco!”. E ce n’è e ce ne sarà sempre una che indica è indicata, che vuol dire anche osservata, studiata, nominata, concettualizzata, replicata, eccetera. Ma quella che dice “ecco” non è affatto oggetto di osservazione. È l’altra, che è oggetto di osservazione, ed è a partire dall’altra, cioè a partire da un oggetto, da un’intelligenza oggettivata, da un’intelligenza già ridotta a macchina, che desumeremo i tratti di quell’intelligenza che resta inosservata nell’atto stesso dell’osservazione. 

L’intelligenza che resta inosservata è il fantasma che rende osservabile qualcosa dell’intelligenza, e che in quel qualcosa tenta di decifrare i propri lineamenti. Ma si sa, i fantasmi non hanno lineamenti. Li prendono a prestito dal lenzuolo che gli gettiamo sopra per scoprirli, e allo stesso tempo fatalmente ricoprirli. La chiamerei mimesi inversa. Pensiamo che certe macchine imitino la nostra intelligenza, ma sotto sotto stiamo già concependo la nostra intelligenza sulla base di una qualche macchina esemplare. La prima macchina di Turing è una macchina per scrivere e per leggere. Non è neppure una macchina, è l’ipotesi di una macchina. È una sequenza di procedure, un insieme di istruzioni successive. Successive a cosa? All’aver scritto su un nastro un certo segno, che un sensore può rilevare se c’è, e non rilevare se non c’è, innescando un’azione ulteriore, sempre di scrittura e di lettura. In altri termini, Turing assume senza colpo ferire che l’intelligenza sia dell’ordine dello scrivere e del leggere. Riconduce tutto quello che è riconducibile al letto di Procuste di queste due operazioni. Quello che non è riconducibile lo lascia da parte. Che è come dire che non c’è, o c’è ma non è intelligenza. 

Ma questo leggere e scrivere non è affatto l’intelligenza umana: è ciò che dell’intelligenza umana ci ha reso visibile, rilevabile, riproducibile, verificabile, falsificabile, una certa tecnologia, che è la scrittura alfabetica. Lo ha già accennato Rocco Ronchi nel suo contributo, ma ci ritorno brevemente. Del resto, di questo punto siamo entrambi debitori del percorso di Carlo Sini, che dopo un decennale lavoro di scavo su quella che chiamava la genealogia alfabetica della mente logica, scrive tra i primi in Italia un bel saggio interamente e propriamente filosofico sull’intelligenza artificiale. È la scrittura alfabetica a farci dire: beh, ragazzi, pensare è dopotutto parlare, parlare è dopotutto mettere una parola dopo l’altra, mettere una parola dopo l’altra è dopotutto mettere una lettera dopo l’altra. Prima grande rivoluzione sulla via che porta all’intelligenza artificiale. La parola viva diventa testo

Poi viene appunto Aristotele, che eredita le cose che l’alfabeto ha reso visibili e le prende per buone, per oggettive. Ci sono le essenze, se ne staranno intatte da qualche parte, e noi quel che dovremo fare sarà apprenderle, estraendole dalle cose in quanto c’è qualcosa da qualche parte che le sta già estraendo per noi. Di fatto Aristotele riflette sul pensiero oggettivato, e per questo costruisce la sua teoria dei due intelletti, uno che gli pare divino perché inafferrabile, ma che è inafferrabile solo perché è l’intelletto che è in funzione a monte, è l’intelletto che resta inosservabile appunto per rendere osservabile quell’intelligenza che siccome è osservata appare a valle, e perciò assume fattezze passive e in questo senso umane. L’altra cosa che Aristotele può fare, dato che ha davanti a sé il pensiero ridotto a testo, è iniziare a indagarne certe regolarità e certe ricorrenze. Ne riconosce una grammatica, una struttura. 

A un certo punto verranno i grammatici di Port Royal, non a caso contemporanei di Blaise Pascal e della sua celebre calcolatrice, che fa qualcosa di simile ma coi numeri, traducendo il contare in un girare di rotelle e ingranaggi, che ingranando gli uni sugli altri producono ulteriore movimento che si deposita e cioè si scrive, essendo del resto già scritto in partenza sotto forma di tacche incise sulle rotelle, come risultato di una certa addizione, o sottrazione, o moltiplicazione, eccetera. Infine arrivano i logici e i linguisti otto-novecenteschi: il linguaggio, ormai unico oggetto della logica, della matematica, del loro sforzo fondativo, diventa tabella, sequenza di istruzioni, procedura fatta di procedure. Sono tutte algoritimizzazioni, tutte traduzioni dell’atto del pensare in un processo fatto di azioni che si diramano l’una dall’altra. La macchina di Turing è l’ultimo effetto di questa lunga vicenda. Imita queste innumerevoli imitazioni di altre imitazioni. Meccanizzazione di una serie di altre macchine.

Interessante è il fatto che questa pulsione algoritmica incontri fin dall’inizio un controcanto. Per esempio Platone, con un dialogo famoso, il Fedro. Platone si preoccupa e denuncia: i testi però sono morti, se chiedi loro qualcosa rispondono sempre allo stesso modo. Sono una specie di disco rotto. Non è l’impressione che ci fa qualsiasi risposta degli LLM (Large Language Model), informatissimi e noiosissimi? Aggiunge Platone: pensare magari è scrivere, in effetti evadere da questa convinzione è difficile anche per lui, ma è scrivere una parola viva nell’anima viva dell’interlocutore. Che è come dire: pensare è scrivere un segno mobile, virtuale, su un supporto che è anch’esso mobile, virtuale

È un punto vertiginoso, che sta ancora tutto davanti a noi. Perché scrivere un segno mobile su un supporto mobile, un segno virtuale e cioè non coincidente con se stesso su un supporto anch’esso virtuale e cioè non coincidente con se stesso, significa pensare una specie di indistinzione di segno e supporto, una rigorosa sovrapponibilità o intercambiabilità di evento e memoria dell’evento. Sovrapponibilità o intercambiabilità per cui tutto ciò che accade è già memoria di sé, e insieme ogni memoria è già un accadere e un nuovo evento. Logica antiscritturale, dall’interno stesso della scrittura. Sovversione della scrittura alfabetica, ma dall’interno dell’alfabeto stesso. È ciò che rende l’uscita di Platone tutt’altro che poetica o impressionistica, come l’immagine dell’anima potrebbe far pensare. L’anima, in questo senso, è un altro nome di quel punto vertiginoso. Che significa che è l’anima che pensa scrivendo nell’altra anima, tesi che è, in Platone, simultaneamente antimeccanicistica e anche antiumanistica?

Il grande Lévi-Strauss non dice una cosa tanto diversa da Platone, nel suo Le strutture elementari della parentela o nel geniale saggio introduttivo agli scritti di Marcel Mauss, tutt’altro che una semplice presentazione di quello che peraltro già allora era un classico del lavoro antropologico. Dice Lévi-Strauss che le strutture di cui parlano lui e gli altri strutturalisti sarebbero del tutto inerti e inoperanti, se non fossero attraversate da una cosa che chiama, in momenti diversi, casella vuota, simbolo zero, significante fluttuante. Certo che da un lato ci sono le lettere dell’alfabeto, e dall’altro i suoni corrispondenti, o da un lato le parole della lingua italiana e dall’altra le cose che esse indicano. Ma che cosa ha fatto sì che si potessero prendere quelle cose e quelle altre cose e istituire un rapporto ordinato tra la prima serie di cose e la seconda serie di cose? Con che mani fisiche o metafisiche abbiamo estratto quegli elementi, e ne abbiamo fatto due catene lineari, e abbiamo annodato quelle due catene lineari in una struttura? 

Bisogna piuttosto immaginare un punto generativo, secondo Lévi-Strauss, simultaneamente interno ed esterno alla struttura, un elemento soprannumerario che fa sì che certe cose inizino a fare serie, da un lato, e a valere come la serie dei significanti, e che certe altre cose inizino a fare serie, dall’altro lato, e a valere come serie dei significati di quei significanti. Bisogna immaginare questo punto o questo elemento che emerge grazie a una specie di sobbalzo del piano, a una specie di vibrazione del piano cosmico (è un’idea alla Raymond Ruyer, molto opportunamente evocato su queste pagine da Alessandra Campo). Un’ondulazione dell’essere e delle cose che estrae dal piano, che peraltro non è fatto che di altre strutture già installate, una nuova struttura, fatta di cose nuove che fanno catena tra loro, rinviando a un’altra serie di cose anch’esse nuove che fanno catena tra loro. In altri termini, bisogna immaginare che quella cosa che Lévi-Strauss chiama struttura non sia che un modo di parlare, tramite una specie di fermo immagine, di questo perenne processo di autostrutturazione cosmologica. 

Mi farei allora una domanda kantiana, per concludere. Kantiana nel senso di certe domande che il vecchio filosofo di Königsberg aveva inaugurato. Domande non sulle cose ma sulle condizioni di possibilità delle cose, le chiamava Kant. A quali condizioni potremo dire che le nostre macchine pensano? Di nuovo, rispondo in breve, schematicamente. Potremo dirlo quando sapremo inscrivere nel loro algoritmo un significante fluttuante. Potremo dirlo quando troveremo il modo di introdurre, tra i materiali su cui lavorano e nelle procedure con cui lavorano su quei materiali, quella cosa che non fa parte dei materiali né dei procedimenti, e che è la casella vuota di Lévi-Strauss. Larva dei significanti e dei loro significati, incubatore della significazione, creatore delle cose di cui parlano i nostri discorsi e dei discorsi che parlano di quelle cose, e più ampiamente, creatore delle cose che maneggiamo e che ci maneggiano, e delle mani con cui le maneggiamo e ce ne lasciamo maneggiare.

È già così? Sarà così a breve? Non potrà mai essere così? Resta il fatto che se intelligenza è rapporto semiotico, maneggiamento della generalità introdotta dal segno, capacità di riconoscere certi ordinamenti che solo dopo averli introdotti nel caos potremo dire che erano già lì, ecco, il significante fluttuante è quella cosa stupidissima, ottusa, cieca, che crea dei significanti inediti per dei significati inediti. Cioè strutture nuove, nuove organizzazioni di nuovi materiali. Nuova intelligenza, e non tanto intelligenza nostra rispetto alle cose, ma intelligenza delle cose e perciò nostra. 

È come dire che per essere intelligenti bisogna essere più che intelligenti. Le nostre macchine saranno intelligenti quando saranno molto più che intelligenti, quando saranno in grado di delirare. È a quel punto che le nostre macchine smetteranno di essere macchiniche, se appunto una macchina è ciò che si definisce come un accoppiamento di materiali dati più dei procedimenti dati, come un montaggio di un certo set magari pletorico di significanti più un certo set magari pletorico di algoritmi (riassumerei così l’ipotesi di Riccardo Manzotti). A quel punto le nostre macchine saranno, non più macchiniche, ma automatiche. Proprio come noi.

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