Per tracciare una genealogia – sintetica e in parte arbitraria – del patto in fieri tra il presidente statunitense in carica e il suo vice J.D. Vance, è utile confrontarsi con la biografia di Donald Trump. A partire da alcuni episodi noti quanto emblematici, è possibile abbozzare una mappa del White power maschile contemporaneo, che riunisce classi sociali storicamente divise. Un potere inedito, fino a poco tempo fa improbabile, oggi sostenuto da rappresentazioni intermediali capaci di intrecciare l’eredità Wasp incarnata da Trump con la mitografia più eterogenea del proletariato e della working class bianchi, rappresentati da Vance. 

New York, anni sessanta. Il documentario Trump: un sogno americano (Peel, 2017) ritrae il giovane Donald incaricato dal padre di riscuotere gli affitti nel degradato Trump Village di Brooklyn. Il conflittuale confronto diretto con la marginalità proletaria e operaia, anche bianca, innesca in Trump il desiderio di riscatto che passa per la conquista di Manhattan, cuore dell’alta società economica. Il passaggio cruciale è ripreso anche nel biopic The Apprentice – Alle origini di Trump (Abbasi 2024). A questa esigenza di separazione classista sembra corrispondere il romanzo Razza disperata (The W.A.S.P., 1967): l’autore Julius Horwitz racconta il paradosso di un avvocato bianco progressista ucciso dai giovani neri che difendeva, emblema di una frattura insanabile tra le periferie abbandonate e le élite liberal, le medesime che da sempre Trump va accusando di ipocrisia.

Louisiana, 1969-2015. Easy Rider (Hopper, 1969) trasforma la strada in campo di battaglia culturale: due hippie vengono giustiziati da altrettanti stereotipi redneck. La violenza assurge a metafora della guerra civile latente che attraversa il Paese (Horwath, pp. 12-15). Molti anni dopo un’inquietudine affine è colta in Louisiana (The Other Side) (Minervini 2015): nel cuore del Sud post-Katrina (2005) riemerge una rabbia antica e mai sopita, anticamera dei sommovimenti collegabili col senno del poi all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

Tali sintetiche premesse si possono considerare paradigmatiche, delineano un ritratto, spesso stereotipato e liquidatorio, del proletariato bianco americano. Un’immagine che domina le narrazioni culturali e mediatiche imposte come esemplari. Questo soggetto sociale, a lungo marginalizzato, viene frequentemente riproposto in forme caricaturali, basti pensare a Cletus Spucler, personaggio di contorno dei Simpson, identikit del diseredato – white trash – che vive in una baracca con i suoi venti figli avuti dalla sorella Brandine. J.D. Vance si sottrae ai luoghi comuni, offrendo una rilettura della tradizione tra orgoglio e vittimismo. Riformula lo sguardo pubblico sulla classe operaia, riportandola al centro del discorso politico, attraverso un processo transmediale. 

Silicon Valley, 2016. La notorietà di Vance è legata a un libro destinato a diventare bestseller internazionale: Hillbilly Elegy. A Memoir of a Family and Culture in Crisis, romanzo autobiografico, scritto dal giovane avvocato di successo originario dell’Ohio trasferitosi in California. Il futuro VP prende casa a San Francisco lavorando nell’ambito del venture capital legato a start-up e imprese tecnologiche della Silicon Valley. Diviene socio operativo in una delle società di investimento legate a Peter Thiel, co-fondatore di PayPal. Nel mémoire, Vance si ritrae al centro di un contesto familiare disfunzionale, laddove l’unico affetto possibile è quello ruvido e minaccioso della nonna, stella polare per il piccolo e rissoso clan. Il romanzo ottiene consensi trasversali, unisce autobiografia e analisi sociale in forma di romanzo-saggio, con dati e riflessioni economiche. Secondo Adam Gopnik, Hillbilly Elegy può essere letto nientemeno che come «un’efficace forma di retorica fascista».

L’anno successivo è tradotto per Garzanti da Roberto Merlini col titolo Elegia americana. Secondo alcuni “elegia montanara” sarebbe stata una traduzione più fedele: nell’uso comune, infatti, il termine hillbilly rimanda a un’accezione dispregiativa, affine a rozzo, bifolco, e si riferisce, in particolare, agli abitanti della regione rurale degli Appalachi. Nella versione italiana il romanzo è privato del sottotitolo nonché della mordace dedica cinematografica ai nonni: For Mamaw and Papaw, my very own hillbilly terminators diviene «A Nonna e Nonno, che mi hanno fatto diventare un vero hillbilly». Nel romanzo emergono, infatti, i decisi gusti da spettatrice della nonna-guida: da un lato Tony Soprano, del quale ammira il ruolo di protettore della famiglia, dall’altro, appunto, Terminator. “La nonna vedeva Arnold Schwarzenegger come l’incarnazione del sogno americano: un immigrato forte e capace che si fa valere”. Vance, parlando di se stesso, riferendosi a Terminator 2 (Cameron 1991), aggiunge: “Ho visto il film come una sorta di metafora della mia vita”. Non semplici riflessi, ma indizi che offrono utili chiavi di lettura.

Hollywood, 2020. Ron Howard trae dal mémoire di Vance un biopic edificante, che trasforma il degrado familiare in una parabola di ascesa sociale. Il film, prodotto da Netflix, smussa gli aspetti più duri del libro, anche su richiesta di Vance, supervisore dell’adattamento. Ne risulta un racconto compatibile con i codici della piattaforma. 

Vance oracolo. Grazie al successo, Vance, da testimone del disagio di classe, diviene analista influente, si impegna a descrivere la deriva della working class post-industriale, che dalla fine degli anni Novanta inizia a rivolgere il proprio rancore verso i Democrats, anche in seguito agli scandali di Bill Clinton. È questa, secondo Vance, una delle cause della sconfitta di Hillary Clinton in Ohio nel 2016. Perciò viene ascoltato anche dall’opinione pubblica progressista interessata a capire il nuovo corso. Attorno al biennio 2016-2017 lo troviamo tra i Never Trump gruppo repubblicano contrario alle derive demagogiche, allora ritenute rischiose proprio per i bianchi poveri di cui Vance si sente portavoce. Il cambio di rotta avviene durante il primo mandato di Trump: il giovane scrittore si scusa pubblicamente per averlo criticato, diventando infine un suo sponsor all’interno di un programma Fox schiettamente reazionario, il Tucker Carlson Tonight. In occasione delle elezioni di midterm del 2023, il magnate appoggia Vance in Ohio determinandone l’elezione a senatore. L’anno successivo Trump lo candida a VP e dunque – almeno per ora – a erede presidenziale. 

In questa aporia si inserisce anche la moglie Usha: borghese, figlia di immigrati indiani, donna in carriera. Nel film appare distante dalla famiglia del compagno, quasi in una realtà parallela, ed è lei a “rieducare” Vance con tutorial telefonici. Oggi il suo profilo emerge come figura di garanzia, potenzialmente strumentalizzata da una corte presidenziale maschile e perlopiù caucasica. Anche l’esperienza militare di Vance in Iraq diventa un merito – uno dei tanti – che illumina il suo curriculum di cittadino redento, un’occasione che gli ha permesso di godere dell’ascensore sociale che l’ha portato – via Yale – a far parte del ristretto club dei milionari. Il carisma di Vance sta nel fascino discreto del bifolco, contraltare della galleria di testimoni ed eroi per caso d’America dipinti, talvolta con sofferenza palpabile, da Clint Eastwood.

Senza azzardare asimmetrie speciose quanto spericolate, Elegia americana pare condividere il tema del passaggio di testimone tra generazioni di Gran Torino (2008), in particolare nel dialogo tra i nonni e i nipoti, senza intermediari. Ma il melting pot hillbilly del VP è infine civilizzato dalla ricchezza che vince sul degrado sociale. Siamo assai lontano dagli approcci che hanno raccontato, con diverse gradazioni, vicende di bianchi reietti, come, ad esempio, Una storia vera (Lynch 1999) o Nomadland (Zhao 2020). 

Vance transmediale. Il Vance VP è molto attivo sui social, predilige X e Instagram, usando Facebook con cautela al contrario di Trump. Segnala così la volontà di parlare a un pubblico più giovane. Ma in tanto agitare c’è da chiedersi che cosa rimarrà dell’elegia montanara nel lungo periodo, che cosa di essa sia ravvisabile, ad esempio, nel lato rude che emerge all’interno dello Studio Ovale, durante il famigerato linciaggio verbale ai danni di Volodymyr Zelensky, o nella minacciosa spedizione in Groenlandia, territorio formalmente alleato, o ancora nella visita a papa Francesco, in veste ufficialema pure di baby catholic, come ebbe a definirsi data la conversione risalente al 2019 – incontro fortemente voluto dal VP, oggetto di critiche e di ironie legate alla morte del pontefice avvenuta il giorno successivo. Nell’attualità dove tutto convive grazie a un flusso mediale che si autodivora, come può, il già proletario Vance – oggi uomo di successo e di potere, testimone di un inusuale American Dream – dare ancora qualche segnale credibile al suo clan hillbilly? Talvolta sembra voler disobbedire all’etichetta borghese, lasciando, ad esempio, aperta la giacca in pubblico, marcando una differenza anche con Trump, scelta chissà quanto spontanea considerando il rigido cerimonialepresidenziale.

Ma, a proposito di diversità, ad esempio, è stato al centro di polemiche riguardanti la barba, ritenuta una scelta inconsueta per un membro del vertice politico Usa. Inoltre, lo riguardano anche questioni queer dato un sospetto uso di eyeliner che ha nel tempo generato anche smentite ufficiali (Caputo, Miller). Anche per questi dettagli che sfuggono all’immagine ostentatamente machista di Trump, la figura di Vance è bersaglio di numerosi memesatirici, assai popolari in rete, che lo ritraggono quale bambino obeso o stereotipo white trash. Una recente notizia, in seguito smentita, asseriva che un ritratto alterato di Vance, scovato dagli agenti nella galleria di uno smartphone, fosse costato l’espulsione dagli Usa a uno studente norvegese. Tale episodio se da un lato testimonia la popolarità internazionale di tali caricature, dall’altro offre il senso di paranoia proprio dell’età trumpiana.

White power. Il patto di potere dell’attuale presidenza Usa poggia su un white power maschile fortemente medializzato e legato a un patto simbolico tra classi un tempo avverse. Vance ne è garante o ne è paravento? Per ora pare un quarantenne insieme vecchio e nuovo, funzionale tanto al patriottismo repubblicano quanto al populismo trumpiano. Eppure da tale equilibrio instabile potrebbe forse dipendere la sua capacità di sopravvivere all’abbraccio potenzialmente letale di Trump.

Riferimenti bibliografici
J.D. Vance, Elegia americana, tr. R. Merlini, Garzanti, Milano 2017. 
Id., Hillbilly Elegy. A Memoir of a Family and Culture in Crisis, HarperCollins, New York 2016. 
A. Horwath, The Impure Cinema: New Hollywood 1967–1976, in The Last Great American Picture Show. New Hollywood Cinema in the 1970s, a cura di T. Elsaesser, A. Horwath, N. King, Amsterdam University Press, Amsterdam 2004.  
D. Wilton, What Do We Mean By Anglo-Saxon? Pre-Conquest to the Present, in“The Journal of English and Germanic Philology”, n. 4, 2020. 

Tags     Donald Trump, J.D. Vance, USA
Share