Spazi vuoti

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

 Il contagio e l’immaginario

Città deserte, percorse unicamente da forze dell’ordine e dai pochi che si avventurano a uscire per impellenti necessità (cibo, medicinali). Strade vuote, traffico quasi scomparso. Nell’aperto, nel contatto fisico, perfino nella semplice vicinanza dei corpi, risiede il pericolo. Lo scenario odierno è questo, ed è uno scenario di natura traumatica, essenzialmente tragico, come ha già scritto in questa sede Roberto De Gaetano, richiamando la peste a Tebe e la figura di Edipo, colpevole innocente, colpevole senza colpa, “portatore sano” del germe mortale: senza colpa per modo di dire, peraltro, visto che la sua colpa inconsapevole è quella di esistere, come tutti, in quanto corpo. Sì, la colpevolezza potenziale dell’umano risiede nella sua stessa corporeità, nello scambio, nel contatto fisico, che da veicolo di vita, come accade per esempio nell’amore, può tramutarsi in fattore scatenante di morte

Il virus insomma ci costringe a ricordare ciò che invece, in una situazione “normale”, tendiamo a rimuovere, ossia che la vita contiene già in sé il destino della sua fine (per quanto Emanuele Severino e — forse — Parmenide non sarebbero d’accordo): fine singola, ma anche riferita alla specie. Studiando le probabilità che esistano nell’universo intelligenze extraterrestri simili alla nostra, l’astronomo statunitense Frank Drake ha tra l’altro avanzato l’ipotesi che la durata media d’una civiltà tecnologicamente avanzata non superi di norma i 10.000 anni, a partire dalla scoperta delle comunicazioni via radio. Non sono in grado di stabilire i parametri e l’attendibilità di questo calcolo, che trovo citato su Wikipedia. A quanto pare però, per Drake, esso implica la fine della forma relativa di civiltà, ma non necessariamente la scomparsa di tutti gli individui che ne fanno parte, suscettibili di sopravvivere in parte, in condizioni regredite.

Ma i malinconici o apocalittici scenari della situazione che stiamo purtroppo vivendo, la minaccia invisibile, la desolazione delle città vuote, la forzata reclusione casalinga, l’impossibilità d’ogni attività associativa, la paura, i malati, i morti, è possibile trovarli anticipati, oltre che in certe  narrazioni scritte (Manzoni e Leopardi, per fare due soli nomi), anche in alcune pratiche dell’immaginario visivo, in alcuni (pochi) film italiani, che ora, in questa situazione, tornano prepotentemente alla memoria. Film appartenenti al filone che si definisce di fantascienza post-apocalittica, ma non solo.

Prima di tutto, a me viene in mente L’ultimo uomo della terra, un film del 1964 quasi dimenticato, una coproduzione Stati Uniti-Italia, in bianco e nero, di cui si discusse a lungo se fosse da considerare regista l’americano Sidney Salkow o il nostro Ubaldo Ragona. A parte questo, il film si ispirava a un romanzo  di Richard Matheson, era interpretato da Vincent Price (nel ruolo del dottor Robert Morgan) e ambientato in una città misteriosa, che poi è Roma, non a caso in un quartiere come l’EUR, legato da sempre (anche in campo pittorico) a suggestioni “metafisiche”. Ma forse questa scelta dell’EUR è collegata anche al fascino d’un film come L’eclisse di Antonioni (1962), che non ha niente a che fare col genere fantascientifico, in cui Vittoria (Monica Vitti) vaga per le strade deserte del quartiere, tra ponteggi ed edifici in costruzione, incontrando solo cani randagi e fantasmatiche apparizioni umane ricorrenti (una governante che spinge la carrozzina d’un bambino, un calesse che passa di corsa trainato da un cavallo, un autobus vuoto).

L’eclisse (Antonioni, 1962)

Il dottor Morgan de L’ultimo uomo della terra, da tre anni, di notte vive barricato nella propria casa. Su porte e finestre, sbarrate, sono appesi tralci di aglio, il cui odore non è sopportato dalle mostruose creature, sorta di vampiri o morti viventi (anticipatori di quelli di Romero) che ormai sembrano i soli ad abitare il mondo. La casa è anche costellata di specchi, perché i vampiri non sopportano di vedere la propria immagine. Dunque Morgan non “abita”, nel senso pacificatorio di Heidegger, ma è recluso. La sua casa è anche la sua prigione, dove trovare scampo dai pericoli dell’aperto notturno.

Solo di giorno, quando i vampiri scompaiono chissà dove, lasciando le strade lastricate dai cadaveri dissanguati di vampiri più deboli, Morgan può azzardarsi a uscire — a uscire per fare la spesa, si potrebbe dire, anche se può  andare a prendere quello che vuole nei supermercati o alle stazioni di servizio senza spendere niente: fa comunque provviste, di benzina per la sua macchina, di cibo, di aglio. Stando attento al sopraggiungere del tramonto e dell’oscurità, raccoglie i morti, li carica sulla sua auto, li porta a bruciare in una grande fossa comune che le autorità costituite, ora scomparse, avevano a suo tempo predisposto.

Percorre così una città spettrale, in cui riconosciamo alcune architetture dell’EUR: il cosiddetto Fungo (in realtà, un serbatoio idrico), la ruota panoramica (ferma) del Luna Park, il Colosseo Quadrato (palazzo della Civiltà Italiana) ecc. Le riconosciamo, sì, ma nel loro aspetto spettrale, appunto, nell’incombere del loro svanire come edifici-fantasma, come se pietra, mattoni e cemento, perdendo la possibilità d’essere percepiti da chicchessia, avessero perso anch’essi la vita che li animava. 

La terribile epidemia sterminatrice è stata portata “dal vento”, dall’Europa all’America (l’EUR sarebbe dunque l’America!) e Morgan è il solo uomo al mondo rimasto immune, per ragioni misteriose. Attanagliato dalla solitudine, rischia di impazzire, parla da solo. Qualche volta, di giorno, si reca a pregare in una chiesa, ma non sa chi o cosa esattamente pregare. Trova un cane vivo ferito, lo cura e lo adotta, ma anche l’animale è infetto, e il dottore dovrà ucciderlo.

Al di là dei successivi sviluppi narrativi, grosso modo ascrivibili al genere fantascienza, vorrei segnalare almeno una impressionante coincidenza con la situazione sanitaria attuale nelle zone più colpite. In un lungo flashback, Morgan rievoca la malattia e la morte della figlia. Il cadavere gli viene portato via per essere bruciato, con suo grande dolore, dato che non sono consentiti funerali e seppellimenti. Quando si ammala anche la moglie, allora, il dottore ne nasconde la morte, occulta il corpo e lo sotterra clandestinamente, col risultato che lei “tornerà” come vampiro. Noi possiamo ritenere, invece, cha la mancata elaborazione del lutto da parte dei familiari configurerà, prima o poi, gli estremi di una vera e propria emergenza psichiatrica. I morti torneranno negli incubi di coloro cui è stato sottratto anche il conforto di piangerli in pace.

L’ultimo uomo della terra (Salkow, Ragona, 1964)

Altro film che bussa alla porta della memoria è Il seme dell’uomo, un anno dopo la grande svolta del ’68, ideato e diretto da Marco Ferreri. Due giovani fidanzati, Dora (Anne Wiazemsky) e Cino (Marco Margine) viaggiano in autostrada, diretti verso casa. Sostano in un autogrill. La televisione trasmette, in bianco e nero,  immagini  di Londra e altre città distrutte, in preda alle fiamme. Sono immagini di repertorio della Seconda guerra mondiale, ma presentate in quanto attualità, come ci fosse una guerra in atto. Impressionati, Dora e Cino si rimettono in viaggio, sull’autostrada che ora è deserta. Imboccano un lungo tunnel oscuro: all’uscita, si ritrovano in un universo distopico. Si imbattono in un pullman uscito fuori strada, carico di bambini morti. Poi la polizia li blocca: anche Roma è distrutta, San Pietro e il Vaticano sono in rovina, e in tutto il mondo è scoppiata una terribile epidemia.

In parallelo alla situazione attuale, le autorità possono solo consigliare ai due giovani di trovarsi una casa, un rifugio qualunque, restarci chiusi e attendere lo sviluppo degli eventi. I due si rifugiano in una casa in riva al mare, il cui proprietario è appena morto (è Marco Ferreri stesso). Vivono a lungo in una solitudine interrotta da rari avvenimenti, come la visita d’una sorta di sinistra polizia a cavallo, incaricata di far rispettare certe regole, l’arenarsi di un’enorme balena spiaggiata (presto ne rimangono solo le ossa bianche, spolpate dagli uccelli) e l’arrivo d’una misteriosa straniera (Annie Girardot), che suscita la gelosia di Dora e finirà uccisa da lei. Cino mette su un Museo, nel quale conservare i reperti di alcune invenzioni superstiti dell’umanità (una forma di parmigiano, una macchina da scrivere, un’automobile sfasciata ecc.). Il punto decisivo è però un altro: per la continuazione della specie umana, tutte le donne devono essere fecondate. Lo consigliano anche le guardie a cavallo, quasi lo ordinano, e Cino sarebbe pienamente d’accordo. Chi non vuole è Dora, la quale ritiene che non sia giusto mettere al mondo un bambino in una situazione del genere. Così Cino, per ingravidarla, è costretto a somministrarle un sonnifero. Dora diventa per lui una Donna di Sabbia, feticcio senz’anima, e l’atto d’amore, in sé vitale, si tramuta in meccanica eiaculazione, alla fine portatrice di morte

Lo scoppio finale, forse d’una mina sotterrata, cancella i due umani, i due umani che avevano osato amarsi, come non fossero mai esistiti.

Il seme dell’uomo (Ferreri, 1969)

Riferimenti bibliografici
J. Berger, After the End: Representations of Post-Apocalypse, University of Minnesota Press, Minneapolis–London 1999.
L. Briasco, Finzioni. Dopo la fine, in “Il Manifesto” 19.11.2009.
R. Matheson, Io sono leggenda, Fanucci, Roma 2007.

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