Nel sottosuolo dell’Antropocene

di FRANCESCO ZUCCONI

Carburanti di Karen Pinkus.

Acqua, Albatro, Alcol, Alghe, Ambra, Anidride carbonica, Anima, Aria, Automa, Banana, Bismuto, Bitume, Caffè, Calamita, Capra, Carbone di legna, Carbone fossile, Carolino, Cherosene… Non è Borges e neppure l’incipit di Le parole e le cose (1966) di Michel Foucault. È l’indice di Carburanti, il nuovo libro di Karen Pinkus, appena uscito in italiano per Ombre Corte, nella traduzione di Riccardo Donati e Caterina Ragghianti. L’idea di partenza è semplice: concepire un dizionario di carburanti, ovvero di quelle sostanze che sono forze in potenza, attraverso una ricognizione della loro presenza nella cultura occidentale. L’orizzonte teorico e metodologico nel quale si inserisce questo libro sono le Environmental Humanities, le scienze umane ambientali. Il contesto è la crisi del Pianeta, il riscaldamento globale. Una serie di questioni tendenzialmente annacquate nel dibattito pubblico e, in buona parte, appropriate dal discorso politico, fino alla recente creazione, in Italia, del Ministero per la Transizione Ecologica. Anziché agganciarsi a tale contesto, trattandolo come un espediente di attualità o come un volano, Carburanti si qualifica attraverso due specifiche mosse teoriche.

La prima, esposta fin dall’introduzione all’edizione italiana che occupa le prime trenta pagine, è quella di concepire i carburanti come un prisma per distinguere ciò che comunemente chiamiamo energia dal potere e dunque dalla potenzialità. Attraverso una ricognizione filosofica che spazia da Aristotele a François Lyotard, da Giorgio Agamben a Toni Negri, si apre dunque la possibilità di evitare improprie sovrapposizioni semantiche. Troppo spesso, sostiene Pinkus, anche all’interno dei discorsi sull’ecologia, si tende a confondere i carburanti con i sistemi energetici, più o meno complessi, che si sono sviluppati a partire da essi. Tale confusione finisce dunque per avvantaggiare le compagnie o altri soggetti affini che – sotto la copertura di facili slogan pubblicitari incentrati sul colore verde e sul carattere sostenibile dell’“energia di domani” – perpetuano la propria egemonia culturale e il proprio business.

Attraverso una riflessione sull’etimologia della parola inglese fuel (dal francese foaile e dunque dal latino focalia, materiale utile ad accendere il fuoco), il carburante emerge dunque come la materia prima più facilmente reperibile e combustibile all’interno dello spazio domestico. Dall’Odissea fino alla rivoluzione industriale, ci dice l’autrice, l’oikos – identificato nel focolare – è lo spazio dei carburanti prima dell’energia, ovvero uno spazio di espressione e uso della loro potenza non sottoposto a infrastrutturazione. La sistematica uscita fuori dal domestico dei carburanti coincide dunque con l’ottimizzazione del potenziale, con la messa a punto di reti energetiche dislocate sul territorio e conseguenti risvolti geopolitici. L’esplorazione delle localizzazioni e dei percorsi dei carburanti all’interno della storia e, soprattutto, dell’immaginazione letteraria occidentale offre dunque l’occasione per riportare al centro del dibattito ecologista lo scarto teorico e politico che separa la facoltà di potenza dei combustibili dall’energia dispiegata, incanalata, capitalizzata.

Letta l’introduzione, resta da capire in che senso sia possibile parlare di un “dizionario di carburanti”. È dunque qui che troviamo il secondo tratto caratterizzante del libro. Come nell’elenco riportato in apertura, il volume si compone di una serie di ingressi corrispondenti a diverse tipologie di carburante. Beninteso, non si tratta soltanto di combustibili reali, di quei liquidi che posso mettere nel serbatoio del motorino garantendomi di arrivare a destinazione. Al contrario, l’idea è proprio quella di tenere insieme tanto quelle sostanze la cui efficienza è comprovata nelle pratiche energetiche della vita quotidiana, quanto quelle di fantasia o, quantomeno, non ancora testate e capitalizzate “realmente” e, dunque, proprio per questo potenziali. Si apre in questo modo la possibilità di riflettere su tutto ciò che nella letteratura e nella cultura occidentale ha assunto la funzione di carburante, ovvero ha costituito una forza in potenza. Per questa via, attraverso una ricognizione critica espressamente non esaustiva, il libro aggira l’essenzializzazione dei carburanti e i rischi di una deriva moralistica o malinconica del dibattito sull’Antropocene.

I carburanti non sono identificati con uno stock di materie prime delle quali già rimpiangere l’imminente esaurimento, ma vengono riconcepiti su larga scala in relazione alla nozione di riserva, facoltà di potenza. Ad aprirsi non è tanto una prospettiva regressiva e purista, quanto un campo di battaglia tra strategie e tattiche, all’interno del quale la creatività artistica e le discipline umanistiche possono ambire a giocare un ruolo significativo in nome della loro intimità con il “sottosuolo”. La lettrice o il lettore avrà dunque l’occasione di seguire le riflessioni su un carburante stricto sensu come il Carbone fossile, attraverso una serie di riferimenti che vanno dall’Isola misteriosa di Jules Verne (in un certo senso l’autore guida del libro di Pinkus) a Germinal di Émile Zola, ma anche quelle sulla Freccia di Eros, sul Graal e sull’Olio di balena. Si appassionerà dunque ai fenomeni del Vulcanismo e della Geotermia non soltanto in quanto “temi” del racconto letterario ma in quanto carburanti – qualcosa di ben precedente alla consueta idea di “fucina” – del processo creativo stesso.

Una menzione speciale merita il Vello d’oro. Come esplicita l’autrice, nelle Argonautiche «non sembra che il vello […] possieda particolari virtù combustibili» e il senso specifico della sua preziosità resta in buona parte misterioso. Eppure – come in un audace raccordo di montaggio cinematografico – Pinkus passa da Apollonio Rodio a Pier Paolo Pasolini: «In Petrolio (1975), una Grande Opera Epica e alchemica il cui titolo richiama appunto il combustibile (e in certa misura ruota attorno a esso), l’eroe (caduto?) Karl o Carlo viaggia in Medio Oriente alla ricerca di petrolio-ossia-vello, come raccontato in una serie di appunti (quelli numerati 36-40) intitolati Gli argonauti» (Pinkus 2021, p. 142). Sebbene il riferimento a Medea (1969) di Pasolini resti implicito, il Vello d’oro è dunque concepito come l’altra faccia del Petrolio: una tensione dialettica tra questi due “oggetti” che ci offre la possibilità di tenere insieme l’immagine della ricerca/estrazione nello ctonio e nell’arcaico (la Colchide) con quella di un mondo emerso e moderno fatto di pompe di benzina, autostrade e materiali in plastica, ovvero con l’immaginario novecentesco basato sull’infrastrutturazione energetica del greggio nel quale ancora affondiamo.

Come esplicitato dall’autrice in un’intervista uscita sul Manifesto, a cura di Gianluca Pulsoni, «la letteratura o meglio la narrativa è fondamentale, non per i motivi spesso citati da “eco-critici” – motivi didattici, valori di rispetto verso la natura, oppure anche nell’illustrazioni di futuri distopici da evitare – ma piuttosto in quanto la letteratura ci ispira a confrontarci con il nodo, magari non scioglibile, di narrazioni, carburanti, sistemi di energia e modi di vivere che diamo per scontati». A partire da un confronto diretto con la letteratura, Carburanti sembra dunque invitarci a proseguire il ragionamento nei territori del cinema e della cultura visuale.

Seguendo l’andatura di questo Dizionario per un pianeta in crisi – l’approfondimento erudito e il carattere speculativo e digressivo delle singole entrate – viene voglia di riprendere e rilanciare la ricerca sul rapporto tra le forze e le forme della rappresentazione che – da Jean Epstein a Vittorio De Seta, da Sergej M. Ėjzenštejn ad Artavazd Pelešjan – scuote la storia del cinema. Si tratta dunque di trarre spunto da questo volume per spingere avanti e ricaricare in senso politico il campo di riflessioni sull’ecologia e sulla geografia dei media, riflessioni basate sull’indagine dei rapporti tra “media ambientali” (acqua, aria, terra, fuoco…) e “ambienti mediali” (le città, le piazze, le case, i corpi stessi).

In quale sistema energetico si iscrivono i dispositivi del quotidiano, il computer o il cellulare che anche in quest’istante stringiamo tra le mani? Come immaginare la potenza che non smette di esprimersi e di spegnersi nelle connessioni iperveloci e negli schermi utilmente o inutilmente accesi? E in che modo raccontare tutto ciò senza ricorrere a scorciatoie, facendo magari in modo che la forza stessa del racconto si liberi in profondità con nuovi depositi e sedimentazioni? Forse, i carburanti sono l’inconscio del nostro presente tecnologico, il sottosuolo dell’Antropocene. Pensare i carburanti significa allora senz’altro ridurre i consumi energetici e modificare i nostri comportamenti, ma anche e soprattutto salvaguardare, nell’immaginazione, una forza in potenza.

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, La potenza del pensiero. Saggi e conferenze, Neri Pozza, Venezia 2005.
R. De Gaetano, La potenza delle immagini. Il cinema, la forma e le forze, ETSPisa 2012.
J.D. Peters, The Marvelous Clouds. Towards a Philosophy of Elemental Media, Chicago University Press, Chicago and London 2015.

*Le immagini presenti nell’articolo e in anteprima sono tratte da Apocalisse nel deserto (1992) di Werner Herzog. 

Karen Pinkus, Carburanti, Ombre Corte, Verona 2021.

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