Vicolo Branagh

di LUCA BANDIRALI

Belfast di Kenneth Branagh.

North Belfast, York Street. Nel bianco e nero nitido e contrastato di Haris Zambarloukos, le tipiche case a schiera dell’edilizia pubblica britannica incorniciano strade brulicanti di vita. La macchina da presa si muove nello spazio come l’occhio di Steinbeck nelle prime pagine di Vicolo Cannery, mostrandoci pezzi di un piccolo mondo, in un momento qualunque del 15 agosto del 1969. Un ragazzino biondo gioca a una guerra d’altri tempi, con una spada di legno e uno scudo di latta, in un contesto in cui famiglie protestanti e cattoliche convivono da generazioni; presto però irrompe la vera guerriglia urbana, la strada prende fuoco e niente sarà più come prima. Comincia così, dopo un breve prologo a colori contemporaneo e quasi turistico, il film più politico e personale di Kenneth Branagh, autore prolifico la cui produzione consiste quasi integralmente in adattamenti dal teatro o dalla letteratura. Se ne prende atto grazie a un movimento di macchina che isola il protagonista bambino, un movimento di carrello circolare che per due volte gli ruota attorno, come ad annodare saldamente al suo sguardo il punto di vista sulla vicenda, nel momento in cui è terrorizzato e inerme di fronte alla violenza incendiaria che lo sta per investire. Ma il bambino è proprio Branagh all’età di nove anni; dunque, è l’autore stesso che si lega stretto al personaggio prima di calarsi nella propria storia, e al bambino si affida a tal punto da decidere di non recitare nel film, di non stare anche davanti alla macchina da presa come nella maggior parte dei suoi lavori.

Da questa scelta derivano coerentemente tutte le altre, perché la gerarchia degli eventi si rovescia, e la grande Storia (i Troubles, le barricate, le bombe) è percepita e restituita con minore intensità rispetto alla piccola storia personale (il primo amore, il furtarello nel negozio dei dolci, la predica del pastore, i primi film visti al cinema, la saggezza del nonno). Mediante questo rovesciamento, il film costruisce una narrazione dal basso, senza eroi e senza bandiere; è incomprensibile per il bambino che ci sia una giusta causa per uccidere o morire, o che abbia una qualche importanza essere protestanti o cattolici. Vengono in mente le due copertine degli album Boy e War degli irlandesi U2, ritratti fotografici di un bambino dell’età del protagonista di Belfast; e i versi di Sunday Bloody Sunday (in particolare «I won’t heed the battle call»), ma anche il grido di rabbia e disperazione (“Fuck the revolution!”) che Bono lancia durante il tour del 1987 documentato dal film Rattle and Hum di Phil Joanou, all’indomani degli ennesimi attentati in Irlanda del Nord.

La scelta familiare di partire o restare attraversa tutto il film sino allo scioglimento finale. Branagh mette in scena le conversazioni tese tra gli adulti, in totali molto belli, talvolta reinquadrati dal telaio di una finestra, sottolineando la presenza del punto di vista esterno del bambino, che vive inconsapevolmente proiettato nel futuro lontano da Belfast, il futuro di Kenneth Branagh: pensiamo alla scena in cui va a teatro con la nonna, o a quando si immerge nella lettura di un albo di Thor. Negli interstizi si muovono le due figure che incarnano il passato e l’impossibilità di lasciare il luogo natìo: la nonna interpretata con sensibilità e mezzi toni da Judi Dench (che ha avuto un ruolo notevole nella carriera di Branagh, dirigendolo in un allestimento di Much Ado About Nothing nel 1988) e il nonno interpretato da Ciarán Hinds, tra i più celebri cittadini di Belfast nel mondo del cinema.

Se il punto di vista sulla città ferita resta coerentemente quello del bambino, Belfast rivendica però la propria voce, quella istintiva e molto fisica di Van Morrison, genius loci ed elemento pregiatissimo del patrimonio culturale nordirlandese. “Era difficile pensare di fare un film su Belfast senza rendere omaggio a quella voce in particolare”, ha affermato Branagh, che ha chiesto al grande songwriter di essere presente nella colonna musicale con sette brani di repertorio (uno dei quali è lo strumentale Caledonia Swing) e uno originale (in nomination agli Oscar) che in realtà è solo parzialmente inedito, Down to Joy. Il brano, tipicamente morrisoniano con le sue striature di Hammond, è collocato all’inizio del film (la sequenza a colori) e ha un grande valore simbolico perché è eseguito e inciso nel presente ma si basa su un brano registrato nel 1970, a pochi mesi dai tumulti di North Belfast, e intitolato Coming Down to Joy.

La canzone, nota esclusivamente a collezionisti e hardcore-fans di Van Morrison, non è mai stata ufficialmente pubblicata ed esiste solo nella sua demo version, transitata negli anni da oscuri (e costosi) bootleg fino alla rete. Il testo, semplice e sentito, di Down to Joy è un messaggio a Belfast pensata come un primo amore, guardata con occhi innocenti e puri: «She was standin’ there before me / When I was comin’ down / I said I do adore thee / When I was comin’ down to joy / Her vision was before me / When I was comin’ down / It was just around the corner/ When I was comin’ down to joy».

Belfast. Regia: Kenneth Branagh; sceneggiatura: Kenneth Branagh; produttore: Kenneth Branagh, Laura Berwick, Becca Kovacik, Tamar Thomas; montaggio: Úna Ní Dhonghaíle; scenografia: Jim Clay; fotografie: Haris Zambarloukos; musiche: Patrick Doyle; interpreti: Caitríona Balfe, Judi Dench, Jamie Dornan, Ciarán Hinds, Jude Hill, Colin Morgan, Lara McDonnell, Gerard Horan, Conor MacNeill, Lewis McAskie, Olive Tennant, Josie Walker; produzione: TKBC; distribuzione: Universal Pictures; origine: Regno Unito; durata: 99’; anno: 2021.

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