Che cos’è una voce? Una voce, indeterminata e inafferrabile, eppure unica e inconfondibile. È la posta in gioco al tempo dell’algoritmo e della intelligenza artificiale diffusa. Manzotti – in La conoscenza è la voce dell’esistere. Morte e resurrezione dell’università ai tempi dell’IA – scrive di quel che resta dell’Università e dell’insegnamento universitario ai tempi dell’algoritmo, ma la questione, evidentemente, è molto più ampia, perché riguarda ognuna di noi, riguarda proprio le nostre vite, le nostre esistenze concrete, la carne che siamo. Perché la sfida dell’IA riguarda direttamente i corpi viventi. Corpi che sono, nel nostro caso, corpi parlanti. In effetti quello che Gemini o ChatGPT mostrano con sconcertante sincerità è che la prerogativa da sempre considerata esclusivamente umana – lo zoon logon echon di Aristotele – cioè la facoltà del linguaggio, ebbene non è affatto esclusivamente umana. Le macchine scrivono e parlano, e lo fanno con una velocità e una competenza già da ora inarrivabili per qualunque essere umano. Le macchine parlano. Questo vuol dire non solo che la distinzione fra umano e macchina è stata superata, vuol dire anche che non vale più nemmeno quella fra vivente e macchina, ché le parole senza parlante di ChatGPT si collocano appunto in una zona indistinta fra ciò che è vivo e ciò che non lo è, perché non c’è nessuno (un qualche chi nascosto nel programma) che “dica” le parole che dice. Puro linguaggio senza portatore (puro “linguaggiarsi” del linguaggio). E, soprattutto, senza semantica (Capone, Cimatti 2025), cioè senza significato. In effetti che cosa fa ChatGPT? Prende una parola, e al suo posto ci mette altre parole, “pescando” dall’infinito deposito di parole scritte a cui accede tramite internet.

È il punto meno compreso, o più rimosso, di quello che sta succedendo: che ChatGPT parli senza bisogno che le sue computazioni siano sensate non dimostra che noi umani siamo diversi perché invece attribuiamo un senso a quello che diciamo. Al contrario, dimostra piuttosto che il senso, cioè la semantica, non è necessaria per dare conto del linguaggio. Non è che ChatGPT è diversa da come “funzioniamo” noi, siamo noi che “funzioniamo” come ChatGPT. D’altronde che cosa mostra il saggio avveniristico di Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza (1950) se non appunto che l’intelligenza umana è emulabile da una macchina attraverso algoritmi insensati? Quello che mostra questo saggio – il vero manifesto del nostro tempo – non è che le macchine possono imitare il comportamento umano, al contrario, mostra che la distinzione fra essere ed imitare non è più operativa: l’essere è indistinguibile dal sembrare. È umano tutto ciò che si comporta come un umano (da notare che il primo esempio del celebre imitation game che Turing propone è rispetto all’essere donna o uomo: è donna chi si comporta da donna, non conta l’anatomia, conta appunto il funzionamento, il software non l’hardware). Se ora una macchina è sempre meno distinguibile da un umano questo vuol dire che l’umano, in fondo, non è così diverso dalla macchina. E un algoritmo è sostanzialmente incorporeo. Ecco perché è il corpo la posta in gioco.

Al centro di questa rivoluzione c’è la facoltà del linguaggio. La specificità biologica dell’umano non è più una specialità umana, le macchine parlano e scrivono. Più in particolare, ChatGPT è una immensamente efficiente macchina di riscrittura. Un punto che era evidente per Alan Turing, che infatti scriveva che «meccanismo e scrittura sono praticamente sinonimi» (2025, p. 46). L’algoritmo è allora linguaggio senza corpo (se ormai non fossimo tutti atei diremmo che quella di ChatGPT è una parola angelica). Linguaggio, cioè pensiero e intelligenza, incorporei. Di fronte ad una simile potenza incorporea, che cosa possiamo noi corpi animali? La sempre più rapida sostituzione dei lavori umani da parte di operatori computazionali inumani lo dimostra chiaramente: i corpi umani stanno velocemente diventando obsoleti (in Ucraina, nella prima guerra al tempo della IA, la stragrande maggioranza dei morti è dovuta a droni sempre più autonomi), e siamo sostituibili proprio perché queste intelligenze senza corpo fanno quello che finora facevamo solo noi, parlano. Ma che cosa “dice”, propriamente, questo dire impersonale e senza ‘io’?

Ciò che è in questione, secondo Riccardo Manzotti, è la “capacità di creare qualcosa di veramente nuovo”. È intorno a questo avverbio che si concentra, in fondo, la residua “specialità” degli esseri umani. Perché, come ormai solo chi è in malafede può negarlo, “l’IA sa tutto” continua Manzotti, e non perché “l’IA è intelligente o cosciente, ma è chiaro che l’IA conosce nel senso di essere in grado di rispondere a qualsiasi domanda per cui esiste una risposta nei testi scritti finora dagli esseri umani”. Le macchine ripetono senza produrre niente di “veramente” nuovo? In realtà Turing aveva già previsto questa obiezione, e aveva già trovato un modo per ribatterla: «Mi capita molto spesso che le macchine mi prendano alla sprovvista» (2025, p. 36) scriveva settantacinque anni fa, e questo ci succede continuamente quando parliamo con ChatGPT. Turing poi precisa che a chi sostiene che una macchina «non può mai fare niente di veramente nuovo» (lo sentiamo ripetere continuamente) si può rispondere, prosegue l’allievo di Wittgenstein, «facendo appello alla massima “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Chi può essere certo che il “lavoro originale” che ha fatto non sia semplicemente lo sviluppo del seme piantato in lui dall’istruzione, o il risultato ottenuto seguendo principi generali ben noti?» (ivi, p. 35). Quant’è veramente originale un atto creativo? Siamo animali, siamo carne e sangue, siamo macchine organiche, perché in noi umani dovrebbe esserci qualcosa – la creatività – non riconducibile alle proprietà fisiche dei “nostri’ corpi”? Seguiamo Turing, ancora una volta: «La qualificazione di qualcosa come sorprendente richiede un “atto mentale creativo”, sia che l’evento sorprendente abbia origine da un essere umano sia che abbia origine da un libro, o da una macchina, o da qualsiasi altra cosa» (ivi, p. 36). La creatività non dipende dal tipo di corpo – può essere umano, un libro, una macchina o “qualsiasi altra cosa” – ma da come quel corpo funziona: cioè appunto dagli algoritmi che si pensano attraverso di esso.

Se si segue questa prospettiva, che è poi quella che vediamo inarrestabilmente svilupparsi sotto i nostri occhi tutti i giorni, la soluzione che Manzotti propone per invertire il declino dell’Università sempre più minacciata dall’IA è forse auspicabile ma non sufficiente. Per Manzotti “il riscatto avviene se il docente sa essere la porta di ingresso dell’incommensurabile”, perché “ogni essere umano, come una freccia, è lanciato nella sua esistenza e può definire una traiettoria fuori da qualsiasi dimensione nota”. Direbbe Wittgenstein, di cui Turing frequentava le lezioni mentre stava sviluppando le sue idee, questa non è una descrizione di che cos’è l’umano, è piuttosto una definizione di quello che Manzotti spera sia l’umano, cioè qualcosa di eccezionale: “L’IA divora il mondo della conoscenza, ma l’essere umano è più, anzi è prima”. Una proposta di questo tipo, per quanto, come detto, possa forse essere comprensibile (anche se qualcuno che agisce come “porta dell’incommensurabile” qualche preoccupazione sinceramente la suscita, pensando a personaggi come Trump), non è all’altezza della sfida posta dall’Intelligenza Artificiale, delle macchine che parlano e pensano. Appunto perché quello che fanno queste macchine è proprio quello che facciamo noi (teniamo conto che i Large Language Models hanno meno di dieci anni di vita: di che cosa saranno capaci dopo altri dieci anni di prove e apprendimenti?), e “veramente” non si capisce perché noi umani dovremmo essere così diversi. Anche perché, e si tratta di un altro punto che viene sempre dimenticato quando si parla di algoritmi, questi modelli imparano. Anche questo Turing lo aveva già capito: «Un aspetto importante delle macchine che apprendono è che spesso il loro istruttore saprà assai poco di che cosa succede esattamente là dentro» (2025, p. 51), che è proprio la sensazione che proviamo noi parlando con ChatGPT.

Non sarà l’umanesimo radicale a cui si appella Manzotti, crediamo allora, che potrà salvare il professore universitario, e tantomeno l’umano in genere. Torna invece la questione della voce, perché è intorno al linguaggio che si gioca la partita. L’Intelligenza Artificiale parla, ma parla, come abbiamo compreso, in modo anonimo, la sua è la “chiacchiera” di cui scrive Heidegger nel § 35 di Essere e Tempo, in cui «più che comprendere l’ente di cui si discorre, ci si preoccupa di ascoltare ciò che il discorso dice come tale. Ciò che è compreso è il discorso, il sopra-che-cosa lo è solo approssimativamente e superficialmente» (2005, pp. 206-207). La macchina parla, o meglio, la macchina si parla, così come noi siamo parlati dalla macchina del linguaggio (per Heidegger è il momento del “si dice”). Si tratta piuttosto di immaginare un uso del linguaggio che sia allo stesso tempo impersonale – perché il linguaggio è un dispositivo anonimo, altrimenti ChatGPT non potrebbe imparare ad usarlo – ma anche affatto singolare. La posta in gioco, allora, è «la viva voce nella sua poetica sorgività» (Agamben 2024, p. 60). Non è in questione dire qualcosa, perché ogni dire sappiamo ormai che è già sempre stato detto (per questo anche ChatGPT può dirlo, perché da qualche parte in un qualche tempo è già stato detto), quanto piuttosto attestare, in questo dire che non ha nessuna pretesa di dire qualcosa di “incommensurabile”, la propria singolarità indicibile (se la si potesse dire sarebbe già stata detta, e allora avrebbe non nulla di singolare). Questo dire estremo è la voce poetica, da intendere «non come una lingua speciale, ma qualcosa come un resto della lingua» (ivi, p. 136). Si tratta in effetti di un dire che viene dopo ogni detto, un dire che non dice altro che una voce lo sta dicendo: «La lingua della poesia è l’incomunicabile che resta dopo che ogni comunicazione è stata sospesa e disattivata, il resto imparlabile che eccede ogni idioma e ogni scambio linguistico » (ivi, pp. 137-138). È una viva voce, infine, che è viva perché dice, ed è una voce perché vuole comunque affermare la sua indicibile presenza.

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, La lingua che resta. Il tempo, la storia, il linguaggio, Einaudi, Torino 2024.
L. Capone, F. Cimatti, Sensi senza significato. La competenza semantica al tempo dei Large Language Model in  “Reti, saperi, linguaggi”, n. 14, vol. 27, 2025.
M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005.
A. Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, Einaudi, Torino 2025.

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