Ci sono film che, pur raccontando viaggi spaziali, non parlano davvero di stelle o pianeti, ma di qualcosa di molto più vicino – anche se spesso più difficile da afferrare: noi stessi. Spaceman, diretto da Johan Renck, e tratto dal romanzo Space of Bohemia di Jaroslav Kalfař, è uno di questi. Siamo nel silenzio cosmico, dove si dispiega un viaggio esistenziale che travalica i limiti del genere fantascientifico per trasformarsi in un viaggio psichico, filosofico e simbolico. In una seduta di psicoanalisi. Il protagonista è Jakub, interpretato da un sorprendentemente intenso Adam Sandler, un astronauta ceco lanciato in una missione solitaria ai confini del sistema solare per esplorare una misteriosa nube cosmica. Ma più che una missione scientifica, quella di Jakub è una fuga. Una fuga dalla Terra, dalla moglie incinta che ha lasciato indietro, dal senso di colpa che lo divora, e forse – soprattutto – da se stesso.
Nel silenzio dello spazio, Jakub incontra un’entità aliena: Hanuš, una sorta di enorme ragno parlante. Potrebbe sembrare assurdo, o quasi ridicolo (l’abbraccio tra i due è veramente cringe) – e invece è l’incontro più umano del film. Perché Hanuš, con la sua voce calma e straniante (doppiata da Paul Dano), diventa il suo compagno silenzioso, il suo analista, la sua coscienza. A un certo punto, l’alieno gli dice: “Hai molti confini, umano pelle ed ossa. Forse sono la causa della tua solitudine.” E con una frase sola, ci porta dritti al cuore della questione: quanto delle nostre sofferenze nasce dai limiti che ci siamo costruiti da soli?
Ha così inizio il vero viaggio che porterà Jakub a non essere più un’entità chiusa, ma una soglia attraversata da flussi e intensità. A partire dal film possiamo proporre diverse chiavi di lettura. Una, più classica, potrebbe essere quella psicoanalitica: Jakub è un uomo che ripete antichi errori, che cerca di espiare colpe familiari, forse perfino edipiche. Il padre era stato ucciso per ciò in cui credeva, era un informatore del partito (c’è la storia della Cecoslovacchia sullo sfondo), un uomo dalla parte sbagliata della storia. “Tu credi che questa missione ti servirà ad espiare i peccati di tuo padre?” Chiede Hanuš. Jacob rimane in silenzio. “Dovresti concentrarti più sui vivi umano pelle ed ossa” continua Hanuš.
Ma c’è anche un’altra via, più radicale e più libera, che ci offrono filosofi come Deleuze e Guattari. Secondo loro, l’identità non è qualcosa di solido da ritrovare, ma un processo, un flusso, una molteplicità. Jakub, nello spazio, diventa quello che Deleuze chiamerebbe un corpo senza organi: un sé che si decompone e si ricostruisce, che perde i propri confini e si apre a nuove possibilità. Spaceman è un esempio di costruzione di tale macchina desiderante.
Come suggeriscono Deleuze e Guattari in L’anti-Edipo, l’inconscio non è il teatro edipico della famiglia, ma una fabbrica sociale e politica. Jakub si trova così a confrontarsi non solo con un padre interiore o con un desiderio represso, ma con la responsabilità sociale del proprio ruolo, con un’idea di sé come eroe, uomo di scienza, marito, e futuro padre. È la dissoluzione di queste maschere a mettere in crisi la sua struttura. La sua identità allora non è un’origine da ritrovare, ma un campo da attraversare, fatto da possibilità mobili, linee di fuga, affetti non ancora codificati.
Nel suo dialogo con Hanuš, Jakub comincia lentamente a vedersi da fuori, a mettersi in discussione. L’alieno non lo consola, non lo giustifica. Gli pone solo delle domande semplici, ma taglienti: “Tu desideri la tua compagna solo quando lei se ne va. Perché?” E davvero, perché?
Inizia ad essere sempre più chiaro che la solitudine nello spazio non è più soltanto esperienza fisica, ma condizione psichica di chi ha interiorizzato l’abbandono e vi si aggrappa come ad una difesa. Infatti se Spaceman ci colpisce così tanto, non è solo per le sue riflessioni filosofiche. È per la tenerezza silenziosa che lo attraversa. Per quella solitudine che conosciamo tutti, anche senza andare nello spazio, anche senza ascoltare Space Oddity. Per quella sensazione di essere lontani da chi amiamo, anche quando siamo vicini. Qui ci viene in mente il pensiero di Maurice Blanchot. Lui parlava dell’attesa, del silenzio, della parola che si fa vuota. Di quello spazio in cui l’identità vacilla e tutto sembra fermo, ma dentro, qualcosa si muove. Spaceman è anche questo: un film sull’attesa di qualcosa che forse non arriverà mai, o che forse è già arrivato ma non ce ne siamo accorti. Il film si muove come un rizoma: non c’è una narrazione lineare, ma una proliferazioni di piani, ricordi, emozioni. Lo spazio, apparentemente vuoto, si riempie di connessioni invisibili. Qui si apre un altro livello di lettura, più rarefatto ma forse il più profondo: quello che si avvicina all’esperienza del limite, come è stata pensata da Maurice Blanchot.
Il cosmo che Jakub attraversa non è semplicemente uno sfondo, ma un “fuori” in cui il soggetto si dissolve, uno “spazio dell’attesa” in cui nulla accade se non la rivelazione dell’inoperosità. Hanuš non offre risposte, ma trattiene Jakub in una tensione sospesa, tra parola e silenzio, tra comprensione e vuoto. Blanchot, in L’attesa, l’oblio, descrive questa condizione come quella in cui “l’io si trova esposto all’infinitamente altro, a ciò che non può essere posseduto, né detto, né superato.” La soggettività si forma nel confronto con ciò che non può essere mai assimilato. Come nella scrittura che ci obbliga a farci stranieri a noi stessi. La nube cosmica non è altro che questo.
Verso la fine, Jakub si trova infatti di fronte alla nube. Quella che all’inizio sembrava un oggetto scientifico da studiare diventa il simbolo stesso dell’incomprensibile, dell’ignoto, del mistero. Le particelle da cui è composta non possono essere afferrate. Come l’altro, come l’amore, come la nostra stessa psiche. E allora capiamo che non importa tanto se tornerà o no sulla Terra. Importa se riuscirà a tornare a se stesso – o, meglio, a diventare qualcosa di nuovo.
Spaceman è un film che parla a chi si è sentito smarrito. A chi ha amato male. A chi ha avuto paura. A chi ha trovato un po’ di luce proprio quando sembrava di essere nel buio più profondo. E alla fine, con dolcezza e senza mai urlarlo, ci suggerisce che forse non siamo fatti per essere soli. Come dice Hanuš, con la saggezza di chi viene da un altro mondo: “Non devi essere solo per essere te stesso. A volte, la solitudine ti inganna.”
Spaceman. Regia: Johan Renck; sceneggiatura: Colby Day; fotografia: Jakob Ihre; montaggio: John Axerald, Scott Cummings, Simon Smith; musiche: Max Richter; interpreti: Adam Sandler, Carey Mulligan, Kunal Nayyar, Lena Olin, Isabella Rossellini; produzione: Free Association, Stillking Films, Tango Entertainment; distribuzione: Netflix; origine: Stati Uniti d’America; durata: 107’; anno: 2024.