Nel panorama del blockbuster americano contemporaneo, Captain America: Brave New World (Onah, 2025) segna un nuovo punto di contatto tra cinema spettacolare e rappresentazione politica, in un’epoca in cui anche l’intrattenimento mainstream si fa riflessione ideologica. La figura di Thaddeus “Thunderbolt” Ross – ex generale, ora presidente degli Stati Uniti, interpretato da Harrison Ford che ha sostituito il defunto William Hurt – incarna l’immagine di un’autorità tanto muscolare quanto vacillante, spinta all’azione più dall’ansia di controllo istintiva che da un progetto razionale e coerente. Un uomo solo al comando, apparentemente, tanto decisionista quanto manipolabile, incline all’ira e alle minacce, ma ricattabile da coloro i quali l’hanno spinto tanto in alto. Un ritratto composito che non può non evocare, neanche troppo implicitamente, l’ombra di Donald Trump.
Ross è un presidente costantemente in bilico tra autoritarismo e paranoia, che tenta di rifondare gli Avengers come mero strumento offensivo, nel mentre è coinvolto in un patto occulto con il malvagio biologo Samuel Sterns, detto il “Capo” (Tim Blake Nelson), al quale deve la propria sopravvivenza farmacologica, un cascame metaforico pronto a essere applicato all’attuale primo cittadino statunitense. Ross ha promesso tanto e mantenuto solo per sé, salvo poi tradire i suoi stessi alleati nel momento in cui il potere è diventato troppo fragile per permettersi la riconoscenza. Date le premesse, la maschera del potere che si piega ai suoi burattinai – salvo poi esserne travolto – si incarna nel Ross fordiano, la cui trasformazione in mostro rosso è solo l’apice ipertrofico di una degenerazione tutta politica. Forzando un po’ la mano, si può sentire un’eco del patto tra Trump ed Elon Musk, decisivo in campagna elettorale, nel frattempo giunto a una aspra frattura dagli esiti imprevedibili. Per quanto edulcorato da una mesta celebrazione nello Studio Ovale, l’addio giunge dopo mesi fuori controllo da parte del capo di Tesla, nella veste di avenger demagogico ossia leader del Doge, Department of Government Efficiency. Lungo questo tempo Musk ha, infatti, sciorinato endorsement neofascisti, inanellando al contempo una serie gravi fallimenti politici e amministrativi, passi falsi mastodontici pagati pesantemente sul piano economico dalle sue emanazioni societarie. Per tacere delle controversie private legate alle dipendenze da stupefacenti: questioni che, in un Paese come gli Stati Uniti, rischiano di danneggiare la leadership presidenziale più di ogni altra intemerata reazionaria.
Tornando a Brave New World, la metamorfosi del presidente in Red Hulk avviene nel cuore simbolico del potere americano, la Casa Bianca, durante una conferenza stampa. È qui che si manifesta il punto di rottura, l’esplosione letterale dell’irrazionalità e della rabbia repressa che cova da tempo dietro la facciata paternalista. Il corpo del potere, indebolito e corrotto, si deforma sotto il peso delle proprie contraddizioni e dei ricatti, trasformandosi in un mostro gigantesco guidato solo dalla collera. Un momento che riecheggia, in forma grottesca e iperbolica, alcune delle conferenze stampa più scomposte e surreali dell’era Trump, compresi i suoi frequenti scatti d’ira con i giornalisti; laddove la comunicazione istituzionale si fa sfogo personale, insulto, scompenso emotivo. Nonostante questa facciata aggressiva, alla figura del presidente è associata di recente la connotazione di TACO, acronimo per “Trump Always Chickens Out”, che il cronista del Post Francesco Costa traduce “alla fine Trump se la fa sempre addosso”. Tale definizione, coniata il 2 maggio 2025 dal giornalista del Financial Times Robert Armstrong, è riemersa il 28 maggio scorso durante una conferenza stampa. L’epiteto genera la risposta piccata del presidente, offrendo, mutatis mutandis, un parallelismo con la citata sequenza della metamorfosi di Red Hulk. In entrambi i casi siamo dinanzi a un leader incapace di gestire la critica che si abbandona a un momento di sconcerto e ira minacciosa rispetto a chi gli rivolge domande fonte di frustrazione. Tutto ciò non fa che svelare, una volta di più, l’instabilità emotiva celata dietro la dura posa del comando.
Ross, come Trump, non regge la pressione pubblica quando viene smascherato; non riesce a contenere lo stress dell’esposizione, e si rivela in modo dirompente agli occhi dei media, trasformando la conferenza stampa da momento di controllo dell’immagine a detonatore d’irrazionalità. In quel gesto estremo e disperato di trasformazione si cristallizza tutta la fragilità del potere contemporaneo, così esposto all’umiliazione quanto spettacolarizzato e, per questo, sempre più prossimo al rapido degrado. Ross è vittima e carnefice, capro espiatorio e simbolo stesso della malattia sistemica: il suo arresto finale non chiude un cerchio, ma apre ferite nel tessuto democratico che paiono insanabili. Una diagnosi che Brave New World condivide con un altro recente film distopico, Civil War (Garland, 2024), dove l’istituzione presidenziale collassa sotto il peso di un conflitto intestino ormai irreversibile. In entrambe le opere, il potere presidenziale è ridotto a una funzione ambigua, terminale: una figura destinata alla prigione o alla morte, segno che la crisi non è temporanea, ma, anzi, le appartengono radici antiche.
La distopia cinematografica statunitense attuale – sia quella che potremmo definire ambiziosa dato l’investimento esegetico della realtà, sia quella inscritta nella cornice disneyanizzata del Marvel Cinematic Universe – torna così a interrogarsi sullo stato di salute della propria democrazia, paventando derive autoritarie basate sulla possibilità che il precedente mandato trumpiano (2017-2021) abbia aperto una breccia irreparabile e il secondo, iniziato quest’anno, non possa che proseguirne l’attuazione. In Brave New World il coinvolgimento del presidente nel teatro della battaglia al largo dell’Isola Celestiale (è pur sempre un ex generale) rischia di scatenare una guerra imminente con il Giappone, contenuta a fatica dai nuovi Avengers. Tutto ciò contribuisce a rafforzare una sensazione di collasso imminente, di malattia degenerativa in stato avanzato. Non si punta, dunque, sui soli effetti speciali: la produzione Marvel usa la distopia per restituire un paesaggio istituzionale devastato da compromessi opachi e leadership deboli, dove la violenza sembra l’unica lingua ancora comprensibile.
A dare ulteriore forza a questa visione è proprio la sorte della Casa Bianca, luogo inteso non solo come sede del potere esecutivo, ma quale emblema antico dell’unità e della stabilità democratica americana. Il fatto che nel nuovo Captain America così come in Civil War l’edificio neoclassico venga coinvolto attivamente nei combattimenti, danneggiato, violato, è tutt’altro che un semplice espediente spettacolare. Il cinema intercetta – ed esaspera – una percezione collettiva di fragilità istituzionale, visivamente rappresentata da una sede che abbiamo imparato a riconoscere come simbolo, ora trasformato in campo di battaglia e fatalmente indifeso. Se nei blockbuster del passato la Casa Bianca veniva attaccata da alieni o minacciata da catastrofi naturali, oggi il nemico è soprattutto interno alle istituzioni, è una sorta di cancro, dunque l’attacco viene provocato dalle stesse figure che avrebbero dovuto proteggerla. Una rappresentazione, già vista in House of Cards, che segna un punto di non ritorno nell’immaginario americano, e che rende evidente come la crisi non sia soltanto narrativa, ma profondamente culturale.
Sia nel film Marvel sia in quello diretto da Garland, non è difficile rintracciare l’ombra lunga del primo mandato presidenziale di Trump quale fonte primaria d’ispirazione, questo a corredo del gioco di riflessi tra fiction e realtà sempre più paradossale. Brave New World – così come Civil War, pur con stile, tono e formato differenti – si confronta apertamente con le tensioni generate dal quadriennio presidenziale iniziato nel 2017, rielaborandole. È comprovato che l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 sia una tragica conseguenza delle dichiarazioni infuocate contro le istituzioni da parte di Trump. In questo senso, la traiettoria seguita da Ross – un’autorità eletta che tenta di riscrivere le regole aggirando la trasparenza e abusando dei propri poteri – non sembra un’esagerazione narrativa, ma piuttosto un’estensione coerente e plausibile di derive già in atto. Gli Stati Uniti del Marvel Cinematic Universe, come quelli di Garland, diventano così lo specchio deformato ma riconoscibile delle conseguenze estreme di una “democratura” in formazione: un sistema ancora rappresentativo ma svuotato, nei fatti, dalle pressioni autoritarie, dalla propaganda e dalla personalizzazione del potere. Che si tratti di alienazioni interiori o di esplosioni fisiche come quella di Red Hulk, la crisi che emerge è quella di un Paese, guida dell’Occidente, che rischia di somigliare sempre più alle autocrazie che, solo fino a qualche mese fa, si proponeva di combattere.
Quanto alla rappresentazione della più alta carica degli Stati Uniti, ad esempio, in Independence Day (Emmerich, 1996) notiamo che il presidente (Bill Pullman) viene ritratto quale persona giusta al posto giusto; l’anno successivo, in Air Force One (Petersen), è proprio Harrison Ford a interpretare un nuovo presidente eroe. Entrambi possono incarnare senza riserve il patriottismo USA contro un nemico alieno in nome della libertà dell’intero pianeta. In tali film echeggia un manicheismo eredità della guerra fredda, ancora possibile perché precedenti all’11 settembre, evento che modifica la reale percezione di invulnerabilità statunitense. In Brave New World e Civil War, viceversa, siamo posti di fronte a un universo narrativo radicalmente modificato; pertanto, se il nemico si trova all’interno della stanza dei bottoni, ecco che i simboli della democrazia spingono verso la disgregazione, alimentando la sempre latente guerra civile americana. Oggi non c’è (più) spazio per la retorica sull’eroismo disinteressato declamata al cospetto della bandiera a stelle e strisce, questo è il tempo dei trattati economici opachi, delle valute occulte, della disinformazione pianificata, dei parassiti del potere interessati a dividersi i capitali facilitati dalla posizione di dominio. Ma è pure il trionfo della paranoia, del complotto ordito da burattinai che agiscono nell’ombra usando l’arma del ricatto, facendo leva su dolorose memorie familiari per domare il presidente, con la minaccia di rendere palesi i suoi inconfessabili peccati sottoforma di una mostruosità ipertrofica. Diradata la polvere dell’ennesimo combattimento corpo a corpo, rimane un dato sostanziale: che il presidente Ross – tanto quanto il suo omologo in Civil War (Nick Offerman) – rappresenta l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.
Se il cinema può riflettere ed esasperare o, talvolta, anticipare la realtà, ecco che Brave New World, pur tra i suoi tanti difetti e déjà vu, offre un ritratto inquietante perché riconoscibile di un’America che ha perso i suoi anticorpi. Il supereroismo non basta più, e la cura – ammesso esista – dovrà passare per una disintossicazione radicale da quel culto del potere che ha generato la figura tragica di Thaddeus Ross. Un Hulk dai tratti trumpiani, che per mezzo di furia e i muscoli abnormi non esprime forza, ma una paura viscerale, disperata, umana, troppo umana, alias TACO.
Riferimenti bibliografici
L. Gyarkye, “Civil War” Review: Alex Garland’s Dystopian Thriller Starring Kirsten Dunst Stimulates the Intellect, if Not the Emotions, in “The Hollywood Reporter”, marzo 2024.
J. Hibberd, “Captain America: Brave New World” Shows Disney Can’t Escape the Culture Wars, in “The Hollywood Reporter”, febbraio 2025.
J.R. Merciega, Demagogue for President: The Rhetorical Genius of Donald Trump, Texas A&M University Press, College Station 2020.
R. Moccagatta, “Captain America: Brave New World”, in “FilmTv”, n. 7, 2025.
D. Previtera, Abituarsi al disumano. “Civil War” di Alex Garland, in “Fata Morgana Web”, maggio 2024.