Per l’America non c’è altra questione che la libertà. Ma cosa sia libertà non è cosa facile da definire, tantomeno da pensare. Perché la libertà o si attua, cioè si concretizza nell’azione, o non è. Non è qualcosa che può essere pensato senza essere praticato. E nell’attuare tale libertà fino a che punto il soggetto resta ancora libero? È questo il cuore dell’ultimo notevole film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, adattamento libero e attualizzato di Vineland di Pyncheon.
Perfidia (Teyana Taylor) e Pat (DiCaprio) fanno parte del gruppo rivoluzionario “French 75” che in California libera migranti dai centri di detenzione e compie azioni terroristiche contro le sedi del potere finanziario. I due si conoscono e iniziano una relazione, in cui la vitalità di Perfidia trova nel sesso una forma evidente di espressione. Durante un’azione terroristica, Perfidia viene scoperta dal capitano Lockjaw (Sean Penn). Si concederà per restare libera. Da quel rapporto – scopriremo dopo – nascerà la figlia Charlene. Perfidia alla nascita della figlia non vuole rinunciare alla sua autonomia e alla sua individualità rivoluzionaria. Davanti a Pat che le dice, con la neonata in braccio, “Ora siamo una famiglia”, risponde che prima della figlia vengono lei e la sua missione. Sarà catturata durante un’azione terroristica, e sarà costretta alla delazione – su spinta di Lockjaw – per evitare trent’anni di carcere. Entrerà in una vita protetta e fuggirà in Messico.
Passano quindici anni, ora Pat (che ha cambiato nome in Bob Ferguson) è rifugiato con la figlia (che ora si chiama Willa) a Baktan Cross. Bob vuole proteggere Willa, si commuove di fronte ai suoi risultati scolastici. Per la ragazza, la madre, “guerrigliera della libertà”, è morta. I due sono inseguiti da Lockjaw, che per entrare in un gruppo di suprematisti bianchi deve dimostrare di non aver mai avuto relazioni con persone di colore. Willa è una traccia troppo evidente, va cancellata. Qui il film – costruito con ritmo serrato d’azione, ma anche con declinazione comico-grottesca di situazioni e personaggi (soprattutto quelli maschili) – si accende con fughe, inseguimenti e continue battaglie. Ma solo per Willa (Chase Infiniti) tali battaglie determinano una crescita: scopre chi è il padre biologico, ma scopre anche che era disposto ad ucciderla. Bob e Lockjaw continuano a fuggire e a inseguire, maldestri e improbabili, imbelli e marginali; alle prese con password dimenticate che impediscono di comunicare con i gruppi di appartenenza o con test del DNA per verificare paternità biologiche. La posta in gioco di questo caos, dove il dinamismo trascina l’azione in una zona che non lascia scelta, resta Willa, la giovane, il suo futuro, negato dal padre biologico, protetto e garantito da quello “adottivo”.
È la storia dell’America, che prescinde dal sangue e si fonda sull’“adozione” naturale, sui figli liberamente scelti, e dunque resi effettivamente tali, cioè liberi eredi. La storia di padri che suppliscono alle madri (che continuano ad amare), impegnate in rivoluzioni che si trasformano in scambi sessuali con gli avversari, in delazioni, in clandestinità, in fughe all’estero, dove la guerrigliera si rivela al fondo una donna fragile che si nasconde dietro una maschera di forza. È la stessa Perfidia a riconoscerlo, nella lettera che Bob legge alla figlia nel finale, quando la madre confessa che ogni giorno pensa alla figlia e aggiunge che, anche se voleva cambiare il mondo ma non ci è riuscita, spera che la figlia lo faccia.
La libertà contrassegna il gesto attraverso cui un soggetto si afferma e si esprime, staccandosi dal vincolo sociale e dalle necessità naturali della sua esistenza, provando con l’azione a cambiare le cose. Se non ci sentissimo liberi non agiremmo, e nella libertà – come pensa Hannah Arendt – possiamo far nascere le cose.
Ma se le cose nuove non nascono? Se quella libertà è sequestrata da una ideologia pronta a trasformarla in merce di scambio con il proprio nemico per interesse, ma anche per desiderio di potere e di dominio sull’altro (come vediamo all’inizio, quando Perfidia chiede a Lockjaw, puntandogli l’arma, di fargli vedere un’erezione)? Se invece della nascita di qualcosa l’azione libera sembra rifuggire dal nascere stesso? (Perfidia che si allontana dalla figlia appena nata). Se quella libertà sembra contrastare con l’amore?
Allora l’azione libera diventa un’azione coatta. Risponde e corrisponde all’automatismo che la detta e che la rende analoga a quella dell’avversario, il capitano Lockjaw. Perfidia e Lockjaw si corrispondono nel rendere le loro azioni non libere, corrispondenti ad un potere e ad una ideologia che non lascia spazio alcun all’amore e dunque alla libertà e alla capacità di far nascere qualcosa di nuovo.
Ma Willa, la figlia generata da due genitori biologici che di fatto la rifiutano o perfino vogliono ucciderla, nascerà veramente per le cure del bislacco padre “adottivo” Bob («quell’elemento trasandato, marginale, spesso un po’ lento di comprendonio che le era stato assegnato per padre su questa terra», Pynchon 2001, pp. 50-51), che la curerà, la proteggerà, l’amerà, la renderà pronta ad accogliere il messaggio epistolare della madre. Sarà nell’abbraccio in pieno deserto, in piena wilderness, dopo i pericoli scampati, quando faticano a vedersi dietro le rocce, che un padre e una figlia si ritroveranno e diventeranno pienamente tali.
E quello che Willa erediterà sarà una spinta verso la libertà, un impegno per creare un mondo nuovo, per un’azione di protesta che non confliggerà con l’amore, ma dall’amore sarà dettata. Andrà ad Oakland, a quattro ore di macchina da dove vive con il padre, per partecipare a scioperi e proteste. E con questa scelta l’azione si fa veramente libera, interrompe il quotidiano, lo sospende, il soggetto prende l’automobile ed è pronto a partecipare nel segno della libertà, ma anche dell’amore, al cambiamento del mondo. E di questa libertà è disposto ad accettare e a correre tutti i rischi: è un “no” quello che Willa dice al padre, che si raccomanda di stare attenta.
Tutti i personaggi del film – come in genere del cinema di Paul Thomas Anderson – sono di una estrema originalità, eccentrici nel modo in cui la loro presenza al mondo attua una libertà sempre sul punto di negarsi e di convertirsi in una pericolosa deriva. È il fondamento libertario ed anarchico della cultura americana (su cui Paul Goodman ci ha detto) che sembra in gioco in Anderson (mediato da Pynchon), quel fondamento che può farsi pericolosa deriva socio-politica, o trasformarsi in violento esercizio del potere. Sarà soltanto il riconoscimento di un sentimento d’amore – come anche nello splendido Licorice Pizza – a garantire la felice attuazione nel quotidiano di tale fondamento libero e anarchico.
Con Una battaglia dopo l’altra viene a nuova rappresentazione dunque la dimensione caotica, vitale e pericolosa allo stesso tempo, del grande spirito libertario americano, il cuore nascosto – oggi sempre più nascosto – della grande nazione americana.
Riferimenti bibliografici
H. Arendt, Che cos’è la libertà, in Id., Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1999.
R. De Gaetano, La scena americana. Filosofia, letteratura, cinema, Mimesis, Milano 2025
P. Goodman, Individuo e comunità, a cura di P. Adamo, Eleuthera, Milano 2014.
T. Pynchon, Vineland, Einaudi, Torino 2001.
Una battaglia dopo l’altra. Regia: Paul Thomas Anderson; soggetto: dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, storia di Paul Thomas Anderson; sceneggiatura: Paul Thomas Anderson; fotografia: Michael Bauman, Paul Thomas Anderson; montaggio: Andy Jurgensen; interpreti: Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro, Sean Penn, Regina Hall, Teyana Taylor, Wood Harris, Alana Haim, D.W. Moffett, Chase Infiniti, John Hoogenakker; produzione: Warner Bros. Pictures, Ghoulardi Film Company; distribuzione: Warner Bros. Entertainment Italia; origine: Stati Uniti d’America; durata: 162′; anno: 2025.