Ucronie e distopia totale

di MAURO FERRARESI

Tra Fatherland di Robert Harris e The Man in the High Castle di Philip K. Dick. 

È sempre piacevole sprofondare in due romanzi, letti uno dopo l’altro. Il primo è Fatherland di Robert Harris, edito nel 1992, il secondo, dello scrittore visionario Philip Dick. Il racconto di Dick è stato scritto nel 1961 e due anni dopo, nel 1963, ha vinto il premio Hugo per la fantascienza. Il titolo originale è The Man in the High Castle. È noto che il film Delitto di stato (1994) diretto da Christopher Menaul con Rutger Hauer e Miranda Richardson si basa proprio sul libro di Harris, mentre la più recente serie televisiva L’uomo nell’alto castello, riprende il libro di Philip Dick. La duplice e ravvicinata lettura permette una comparatistica all’interno della letteratura di genere anzi, per essere più precisi, il confronto tra i due testi aiuta a mettere in luce il meccanismo delle distopie, quelle narrazioni cupe e negative di un futuro alternativo. Va però subito detto che le due opere esibiscono un’importante fluttuazione all’interno delle regole di genere, pur muovendo da un medesimo tema ucronico: le potenze dell’Asse hanno vinto la Seconda guerra mondiale e il mondo è nelle loro mani. Se il tema ucronico d’avvio è il medesimo, lo sviluppo narrativo e l’utilizzo del meccanismo distopico risulta molto differente nei due libri. Per chiarezza definitoria ricordiamo che le distopie sono utopie negative, mentre con ucronia si definisce una teoria di eventi coerente, ma ipotetica.

Il libro di Harris è indubbiamente una ucronia ma è anche, e direi soprattutto, una detective story in cui gli scenari del futuro alternativo fanno da sfondo all’omicidio di un importante gerarca nazista. È un omicidio che, inevitabilmente, genera una serie ulteriore di omicidi che un poliziotto in divisa terribilmente nera cercherà di risolvere. Harris è molto attento a costruire l’ambiente ucronico. Il detective si presenta in divisa da SS, la vita dei gerarchi è descritta come lussuosa e sibaritica per alcuni, fanatica e violenta per altri, ascetica e mestatrice per altri ancora. Berlino appare nel romanzo come la capitale di un regime totalitario che ha vinto una guerra mondiale, per questo arricchita con trofei, statue, palazzi immaginifici e altre idee grandiose scaturite dalla fertile mente dell’architetto di regime Speer. Siamo nel 1964, Hitler è ancora vivo e fervono i preparativi per il suo 75° compleanno che sarà festeggiato insieme con la visita per la prima volta in terra tedesca del presidente americano Kennedy, curiosamente il vecchio padre non il figlio John: visita che segnerebbe la riappacificazione tra le due potenze. Harris tratteggia uno sfondo ricco e intrigante utile per magnificare la vicenda poliziesca che addirittura si tinge di tinte vagamente rosa quando il protagonista, Xavier March, si innamora. Fatherland è un giallo distopico che trova la sua realizzazione e il suo compimento nel momento in cui verranno scoperte le mostruose ragioni razziali e politiche di quella misteriosa catena di omicidi.

Il libro di Dick è invece una ucronia di tipo pervasivo, totale, in cui con una vena di genialità si illustrano contemporaneamente i cambiamenti globali e quelli quotidiani negli usi, nei costumi, nelle abitudini, nella vita lavorativa e nei rapporti tra le persone. Dick non ha mai scritto con lo sguardo rivolto alle ricette per confezionare best sellers, piuttosto ha sempre lavorato inseguendo le sue ossessioni personali e porgendo al lettore la sua aggrovigliata visione delle cose. Nel suo romanzo le potenze vincitrici si sono divise le spoglie del mondo e gli Stati Uniti sono territorio conquistato. Giappone e Germania si sono prese, rispettivamente, la costa occidentale e quella orientale. Ciò porge il destro all’autore per raccontare lo scontro tra le diverse culture e l’asservimento della popolazione statunitense. Si deve osservare en passant che questo libro, scritto agli inizi degli anni sessanta e ambientato più o meno nello stesso periodo, deve essere stato un vero shock culturale per i lettori statunitensi.

The Man in The High Castle (Spotnitz, 2015-2019)

Un importante merito del romanzo risiede nell’abile mescolamento di macro e micro storia. L’intera Africa è stata vittima di una soluzione finale, ed è ora spopolata; il bacino del Mediterraneo è stato prosciugato per lasciar posto a terre coltivabili; i tedeschi inventano razzi che porteranno alla conquista di Marte e bombe atomiche che vogliono utilizzare contro gli amici-nemici giapponesi. In questo scenario davvero da incubo emergono le vicende di tanti piccoli personaggi, tutti a vario titolo sconfitti. Juliana vorrebbe un’altra vita e una realtà diversa; Childran, il rivenditore di preziosi oggetti antichi appartenuti alla cultura pioneristica e pop americana, di cui i giapponesi vanno ghiotti, si rende conto così facendo di svendere allo straniero i manufatti della propria cultura.

Anche i libri assumono rilevanza in questo romanzo, come già avviene per  un altro grande libro di fantascienza dal passo profetico: Fahrenheit 451. E nel nostro caso i libri sono due: il primo è l’I Ching. Tutti quanti, americani e giapponesi, praticano l’arte di consultare l’oracolo della saggezza cinese prima di prendere ogni decisione, segno di un mondo che naviga a vista, senza una forte progettualità individuale e collettiva. Il secondo libro è proibito e lo si deve leggere di nascosto. È scritto dall’uomo nell’alto castello, si intitola “La cavalletta non si alzerà più” e narra una vicenda speculare, una ucronia nella ucronia. Infatti, in quel libro le potenze dell’Asse sono state sconfitte e il pianeta ha preso una direzione diversa da quella narrata nel romanzo, che è poi la stessa direzione da cui vi scrivo io ora. Si intravedono qui i vertiginosi abissi della scrittura di Dick, soprattutto quando il lettore accorto percepisce che anche la sua comoda realtà è in verità una ucronia realizzata.

La bellezza e la potenza dei romanzi ucronici e distopici risiede nel fatto che essi toccano temi ben al di là del solo genere fantascientifico, in modo spesso crudo e diretto. Le distopie non hanno mai un finale felice, e ciò vale anche per questi due romanzi. Ma il risultato interessante, a nostro avviso è un altro. Ovvero che abbiamo a che fare con due ucronie che si dispiegano differentemente. La prima, quella di cui si avvale Fatherland, si sviluppa attraverso una distopia ambientale centrata principalmente sul paesaggio urbano, sulla cronaca e sulla politica; mentre la seconda ucronia messa in campo da Dick dà luogo a una distopia totale che coinvolge il paesaggio urbano ma anche l’intero ambiente culturale, sociale, politico come pure l’ecosistema mondiale. Nel primo caso l’ucronia si limita a coinvolgere lo scenario di sfondo; nel secondo caso l’ucronia coinvolge e imbeve di sé sia l’ambiente sia la vicenda. E siccome Dick non risparmia nulla, la sua ucronia afferra anche noi che leggiamo e ci trascina nell’intreccio, infrangendo la barriera posta tra realtà e finzione.

Qual è il senso attuale di questi due romanzi? Ritengo che i sensi siano due e che si possano definire e riassumere in due locuzioni: senso di vertigine e senso di cupezza. Il romanzo di Dick è vertiginoso, cattura il lettore e lo attira dentro i suoi mondi in una sorta di mise en abîme. E non sono forse vertiginosi questi nostri tempi, così strani, insicuri, sospesi, incoerenti? La periodizzazione pandemica che stiamo vivendo ci ha catturati in un vortice di clausure, confinamenti, reclusioni, contenimenti. E in questo vortice si accentua il senso di cupezza che viene invece così ben narrato da Fatherland. Due romanzi che dal passato riescono a raccontarci caratteristiche importanti del nostro presente.

Riferimenti bibliografici
R. Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, Milano 1999.
P.K. Dick, The Man in the High Castle, Mariner Books, Boston 2012.
R. Harris, Fatherland, Mondadori, Milano 2017.

P.K. Dick, The Man in the High Castle, Mariner Books, Boston 2012.
Robert Harris, Fatherland, Mondadori, Milano 2017.

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