Pamela Anderson è la protagonista dell’ultimo film di Gia Coppola (regista di Palo Alto e Mainstream). Da sempre attenta agli emarginati in cerca di rivalsa, anche in questo caso Coppola sceglie di mettere al centro del racconto la showgirl Shelley, la quale si trova a ricominciare da capo a causa dell’imminente chiusura del suo spettacolo a Las Vegas, non essendo questo più al passo con i tempi. Shelley dovrà rimettersi in gioco, in primis recuperando il rapporto con sua figlia. Il tema è stato spesso affrontato al cinema: quello della fine della giovinezza, intesa come una vera e propria apocalisse. Will you still love me when I’m no longer young and beautiful? è una domanda alla quale sembrerebbero risponderci ad esempio film come The Substance e Parthenope: crescere significa invecchiare e con ciò bisogna prendere consapevolezza del proprio ritiro dalle scene. Sembrerebbe infatti che non ci sia divergenza di pensiero, se non fosse per The Last Showgirl.
Quando è stato annunciato The Last Showgirl, molti avevano ormai dimenticato l’ex modella che aveva sconvolto l’America non solo per la sua bellezza mozzafiato, ma anche per lo “scandalo” che l’aveva coinvolta insieme all’ex marito, Tommy Lee, batterista dei Mötley Crüe. Come spesso accade, fu lei a pagare il prezzo più alto: un video intimo, diffuso senza il loro consenso, la rese il capro espiatorio dell’opinione pubblica. Ma Pamela Anderson ha saputo reinventarsi diventando scrittrice, produttrice, attivista e attrice teatrale, arrivando a interpretare Roxie nel musical Chicago a Broadway.
Nel film, l’attrice dialoga con il suo alter ego, Shelley, in un confronto tra passato e presente. Un percorso di riflessione e rinascita che trova un’eco sorprendente in un altro caso cinematografico: The Wrestler di Darren Aronofsky. Anche lì il protagonista, interpretato da Mickey Rourke, vive una parabola simile. Promessa del pugilato, la sua carriera sportiva viene stroncata da gravi infortuni. Si reinventa attore, recitando per Spielberg e Levinson, conquistando la critica e l’interesse dei grandi registi. Mentre Anderson raggiunge la vetta nel noto programma televisivo Baywatch (1992-1997), Mickey Rourke è traslato in oggetto del desiderio grazie alla sua interpretazione in 9 settimane e ½ (1986). Ma entrambi vengono subito dimenticati da uno sguardo del pubblico che comincia a cambiare. Nel caso di Rourke, l’instabilità della sua vita privata – tra eccessi, droghe e frequentazioni controverse – compromette la reputazione, facendo di lui una presenza scomoda sui set. Solo anni dopo l’attore riuscirà a riemergere, grazie a Sin City e appunto al memorabile ritorno con The Wrestler.
In questo senso, entrambi i film sembrano chiudere un cerchio: The Last Showgirl riporta in scena una soubrette dimenticata, costringendola a fare i conti con una giovinezza bruciata, per poi trasformare quella consapevolezza in un nuovo inizio. The Wrestler mette in scena un uomo che crede di non avere altra ragione di vita se non il ring. Entrambi i protagonisti sono in bilico sull’orlo dell’autodistruzione, consapevoli – chi più, chi meno – che tutto intorno a loro sta crollando.
Shelley cerca un nuovo lavoro, affrontando audizioni in un’epoca che non le appartiene: il suo corpo e la sua arte non bastano più, le si chiede autenticità, freschezza, “danza vera”, non lustrini e artificio. Tutti le ricordano che il suo tempo è finito, che non può più definirsi una showgirl. Il rapporto con la figlia è precario, forse addirittura inesistente: una figura fantasmica che compare nella narrazione solo per presentarle “il conto d’una vita spesa” tra paillettes e musica, senza spazio per altro.
Nel frattempo, Las Vegas è cambiata. Anche il mondo lo è: travolto da un nuovo paradigma che rifiuta l’estetica patriarcale e lo sguardo maschile dominante. In questo nuovo ordine, le showgirl non hanno più posto.
Se in The Wrestler comprendiamo fin da subito che Randy è destinato a morire su quel ring – figura tragica, incatenata a una rassegnazione che ha il peso della necessità – in The Last Showgirl Shelley rappresenta invece un’eccezione. Gia Coppola riscrive il finale canonico e concede alla sua protagonista una possibilità di riscatto, regalando al pubblico un epilogo intriso di speranza. Shelley non viene punita per aver osato essere se stessa: viene redenta, e lo è senza bisogno di redenzione morale. Infatti, quando iniziano a scorrere i titoli di coda, non sappiamo se continuerà a inseguire ruoli di ballerina che non le appartengono più, se troverà un nuovo abito che le calzi a pennello o se riuscirà finalmente a essere la madre che non è mai stata. Ma una cosa è certa: ha vissuto come desiderava. Con ostinazione e ardore, è stata una showgirl fino in fondo.
La consapevolezza che ci accompagna all’uscita dalla sala è semplice e disarmante: nella vita si può essere altro, si può essere tutto. Un’ovvietà, forse. Oppure una rivelazione che scardina le logiche stanche dello star system. La speranza che Shelley ci regala è quella di una nuova giovinezza, nata dall’invecchiamento stesso: la freschezza autentica della libertà, la possibilità sempre rinnovabile di reinventarsi, di scegliersi ancora.
The Last Showgirl. Regia: Gia Coppola; sceneggiatura: Kate Gersten; fotografia: Autumn Durald; montaggio: Blair McClendon, Cam McLauchlin; interpreti: Pamela Anderson, Jamie Lee Curtis, Dave Bautista, Brenda Song, Kiernan Shipka, Billie Lourd, Jason Schwartzman; produzione: High Frequency Entertainment, Pinky Promise, Detour, Digital Ignition Entertainment; distribuzione: Medusa Film; origine: Stati Uniti d’America; durata: 88’; anno: 2024.