La silenziosa dea della morte

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

The Father di Florian Zeller.

Je crois entendre encore
Caché sous les palmares
Ça voix tendre et sonore.

 

Anthony (Hopkins), anziano vedovo affetto da demenza senile (Alzheimer), ama ascoltare in cuffia, chiuso nella sua stanza, l’aria citata in esergo, da I pescatori di perle di Georges Bizet. Gli pare di sentire ancora una voce, tenera e sonora, ma nascosta in mezzo agli alberi: una voce che riconosce, ma non appartiene a nessuno in particolare. Una voce che ribadisce lo strazio insopportabile d’una memoria frantumata.

Florian Zeller è uno scrittore e drammaturgo francese, che ha girato il suo primo film, The Father (Nulla è come sembra), traendolo dalla sua pièce omonima del 2012. Il film ha vinto l’Oscar 2021 per la migliore sceneggiatura non originale (dello stesso Zeller e di Christopher Hampton), mentre Hopkins ha vinto l’Oscar per il migliore attore protagonista.

Il film dunque è tratto dalla commedia, ma non ha nulla di teatrale. All’inizio, vediamo una donna (sapremo poi che si chiama Anne) camminare nervosamente per le strade di Londra. La macchina da presa la segue, anche mentre apre il portone di una casa, sale le scale, entra in un appartamento, ma non si tratta del solito espediente per vivacizzare a buon mercato un film di interni. Lei vive lì? O ci vive solo suo padre?

Dove vive Anthony? Lui stesso non lo sa più. Si rifiuta di lasciare l’appartamento di Londra in cui è sempre vissuto, ma subito Zeller ci fa sospettare che in realtà viva da tempo nella casa di sua figlia Anne (Olivia Colman). Anne da anni ha divorziato da suo marito e divide la casa, oltre che con il padre, col suo nuovo compagno, Paul. Spesso Anthony si meraviglia della presenza di costui, non lo riconosce, lo prende per un estraneo introdottosi in casa chissà come. Paul lo sopporta a stento, solo per amore di Anne.

Anthony ha litigato con la badante, l’ha licenziata, accusandola di avergli rubato l’orologio da polso cui è molto affezionato. In realtà è lui che dimentica sempre dove l’ha messo, e Anne, che lo sa bene, glielo fa ritrovare. Ritrovare l’orologio, rimetterlo al polso, significa ritrovare una parvenza di padronanza sul tempo, ma anche dover prendere atto del suo inesorabile passare. Forse sarebbe meglio dimenticarselo.

Ora però sorge la necessità di trovare un’altra badante, anche se Anthony afferma di non averne alcun bisogno, tanto più che Anne intende partire, lasciare Londra e trasferirsi con Paul a Parigi. Lo dice al padre, gli assicura che verrà a trovarlo tutti i fine settimana, ma la notizia lascia sconsolato Anthony, che si chiede cosa sarà di lui. Si tratta di un’invocazione d’aiuto, quindi di uno sprazzo di lucidità, ma la situazione è troppo grave: sul momento, Anthony non riconosce neppure sua figlia, forse perché si è tagliata i capelli.

Arriva una ragazza, Laurie, la nuova badante, che Anne ha istruito a non presentarsi come tale. Anthony la trova simpatica, le chiede cosa faccia nella vita e lei risponde genericamente: “Mi prendo cura degli altri”. Poi lei gli chiede cosa facesse prima di andare in pensione, e Anthony, che era ingegnere, risponde che faceva il ballerino di tiptap, lanciandosi andare in una breve esibizione. Il ballo è grottesco, ma è comunque un segno di vitalità, forse un segno di rimpianto per una vita che poteva essere diversa.

Anne è allibita. Tra il padre e Laurie sembra si stabilisca un certo feeling, basato però ancora una volta su un equivoco: Anthony trova che Laurie somigli molto a Lucy, l’altra sua figlia, che fa la pittrice, vive altrove e chissà perché non viene mai a trovarlo, né si fa mai sentire. Eppure è la sua figlia preferita, dice, offendendo Anne senza volere. In realtà Lucy è morta da anni in un incidente d’auto, di cui il padre non ha mai voluto prendere atto e che è probabilmente all’origine della sua perdita di memoria. Quando Laurie, in un momento di distrazione, accenna incautamente all’incidente, Anthony le chiede di cosa stia parlando, ma poi, nella sua mente, si insinua la visione terrificante del corpo insanguinato di Laurie/Lucy, disteso su una barella all’obitorio.

Paul non sopporta più Anthony, voleva fare un viaggio in Italia con Anne e il viaggio è saltato per il litigio con la prima badante. In assenza di Anne, lo schiaffeggia fino a farlo piangere, gli intima di levarsi di mezzo, di farsi ricoverare in un ospizio, dove è il suo posto. È qualcosa che alla fine, sia pure con dolore, Anne sarà costretta a fare: al padre rimarrà solo la compagnia dell’infermiera Catherine e dell’infermiere Bill, che se ne prendono cura e ogni tanto lo portano a fare una passeggiata nel parco della clinica, dove gli alberi hanno rimesso le foglie.

Quando la vita dura abbastanza a lungo (troppo a lungo), i frantumi di memoria diventano una cosa terribile, un insopportabile coacervo di ricordi confusi, un miscuglio di vetri d’uno specchio rotto, impossibile da ricomporre. Si sovrappongono gli ambienti delle case in cui si è abitato, ogni stanza fa parte di una scenografia immaginaria, ogni porta si apre sul vuoto.

Sì, la memoria è terribile, in ogni caso. Alla sua base, non si trovano le proprie radici, ma un processo irreversibile di sradicamento. Se pensiamo alle considerazioni di Freud sul motivo dei tre scrigni in Shakespeare, nei miti e nelle favole, capiremo forse meglio di che si tratta, anche se in The Father non ci sono scrigni: il vecchio uomo (in questo caso, Anthony), giunto al finire della vita, piange, ridiventa bambino, invoca la Madre (la prima M), invano si strugge al rimpianto delle sue carezze. Ma, dice Freud, saltando la seconda M (moglie, amante, compagna), solo la terza delle creature fatali, la terza M, la silenziosa Dea della Morte, lo accoglierà tra le braccia.

Nel parco della clinica tuttavia, malgrado tutto, gli alberi rimettono le foglie, ma non è certo un lieto fine: la natura si rinnova nell’indifferenza, del soffrire delle creature poco le importa. Da una certa soglia in poi, è molto meglio che tutto finisca, l’individuo assieme al sogno del mondo.

The Father. Regia: Florian Zeller; sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller; fotografia: Ben Smithard; montaggio: Giōrgos Lamprinos; interpreti: Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss, Imogen Poots, Rufus Sewell, Olivia Williams; produzione: F comme Film, Trademark Films, Cine@; distribuzione: BiM Distribuzione; origine: Francia, Regno Unito; anno: 2020; durata: 97′.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Un commento

  1. Pingback:"Army of the Dead" di Zack Snyder | Fata Morgana WEB

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *