I sentimenti plasmano mondi, composti da ambienti e relazioni. Una casa non è mai solo una casa, ma quel luogo, pieno o vuoto di persone e cose, in cui una vita prende forma. Nel tema in classe alle elementari, l’allora bambina Nora, ora attrice, protagonista di Sentimental Value di Joachim Trier, scrive che la grande casa dove vive da più generazioni la sua famiglia era più bella quando era piena, cioè vissuta, e che si è fatta un po’ più vuota quando il padre se ne è andato.
Al funerale della madre, Nora (Renate Reinsve) e la sorella minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) vedono ricomparire il padre Gustav (Stellan Skarsgård), noto regista, oramai settantenne, che da qualche anno però non riesce più a girare film di finzione. Gustav è tornato perché ha una sceneggiatura che vuole realizzare, ispirata a ciò che ha vissuto la madre, che è stata prigioniera dei nazisti e si è impiccata in casa quando Gustav aveva sette anni. Gustav vuole coinvolgere Nora come protagonista del film. Nora si rifiuta, dicendo che tra loro “non c’è comunicazione”.
Questo è il cuore – enigmatico – di Sentimental Value. Intorno a questo cuore, si sviluppano relazioni e si definiscono personaggi. Nora è un’attrice, brava ma molto ansiosa. All’inizio la vediamo temere di entrare in scena davanti a un teatro pieno, tutta la compagnia si prodiga per darle forza, anche un suo occasionale amante, uomo sposato. Nora è inquieta, sofferente, l’abbandono del padre ha pesato. In passato ha tentato un suicidio, di cui solo la sorella sembra essere a conoscenza. Il teatro consente a Nora di vivere più vite, assumere più identità, oggettivare i propri sentimenti. Essere al posto di un altro, vivere anche per poco la vita di un altro, ci libera da ciò che siamo, e permette una miglior comprensione di sé.
Gustav per il suo film sostituisce Nora con una famosa attrice americana, Rachel Kemp (Elle Fanning). Rachel è brava, prova il ruolo, il lavoro procede, ma ad un certo punto sente che c’è qualcosa che non le appartiene. Rinuncia. La mediazione e il lavoro sulla sceneggiatura hanno fatto emergere un sentimento di estraneità, di distanza. Un ruolo non suo. Agnes a quel punto legge la sceneggiatura e dice alla sorella che è scritta per lei. Ma la distanza tra Nora e il padre continua ad essere tanta. Quest’ultimo non va mai a teatro a vederla (“Il teatro non mi piace”, le dice), la sedia resta vuota quando la figlia lo aspetta.
Quella casa dalla facciata rosso mattone, che ad intervalli regolari scandisce l’andamento del film, ad un certo punto la vediamo bianca, gli interni rinnovati. Nora in cucina prepara la merenda per il nipote, il figlio di Agnès. Quando il bambino esce per andare a scuola, vediamo Nora entrare in una piccola stanza. C’è uno sgabello, una corda, la porta si chiude, temiamo che il suicidio questa volta le riesca.
Ma poi sopraggiunge uno stop. È un set, è il film del padre che finalmente Nora si è decisa a fare. A fine scena padre e figlia si guardano e si sorridono, in un momento magnifico di riconoscimento. Il padre sembrava sapere del tentato suicidio della figlia, ripetendolo nel film ritrova lei, e libera anche il doloroso suicidio della madre dal suo carattere traumatico. L’enigma è sciolto. È nello spazio-tempo sospeso del set, come in quello delle foreste nelle commedie shakesperiane, che avviene il miracolo del riconoscimento.
Il passato ripetendosi in forma differente apre il futuro, e il cinema è il grande operatore di tale liberazione. Compie ciò che direttamente padre e figlia non sarebbero stati capaci di dirsi e di far accadere. E allora vediamo che il sentimento prende forma e giunge a verità solo in modo mediato, attraverso l’arte. In assenza di tale mediazione i soggetti, incapaci di esprimersi, si rinchiudono nel loro guscio di “incomunicabilità”.
È ciò che Sentimental Value dice allo spettatore, consentendogli di riconoscere in sé stesso i suoi propri sentimenti e il loro attuarsi nel tempo. Perché una famiglia – grande tema che Trier eredita da tutta una tradizione nordica, a partire da Ibsen per proseguire con Bergman – non è in primo luogo un dispositivo di potere né di violenze, ma neanche l’ambito stucchevole di un mondo-mulino bianco, ma è la sfera, antropologicamente insostituibile, in cui i sentimenti e le relazioni di un soggetto nascono, prendono forma e si sviluppano nel tempo. E la casa è il simbolo più evidente di questo alveo temporale capace di identificare un mondo e il suo mutare attraverso le generazioni.
Il modo abituale attraverso cui tali sentimenti prendono forma nell’ambito familiare è l’elusione, perché il soggetto tende a difendere il proprio perimetro e la sua autonomia ideale da chi gli sta vicino per tanto tempo. Con ciò rifuggendo anche la paura che accompagnerebbe il corrispondere alla verità di un sentire verso chi gli è così prossimo. Tale elusione può essere proseguita fino alla fine e abbiamo le tante storie tragiche che, dai Greci in poi, contrassegnano il familiare, o può essere ribaltata in un riconoscimento commedico, attraverso cui i soggetti, ammettendo anche implicitamente le loro colpe elusive, giungono al perdono e all’“agnizione” (l’anagnorisis aristotelica).
E allora il finale di Sentimental Value non è soltanto bello in sé, ma ha potenzialità liberatorie notevoli, perché dice allo spettatore che c’è sempre tempo per accedere ad una verità nei confronti di sé stesso e della propria vita, se si ha il coraggio di sospendere le difese elusive ed aprirsi a ciò che miracolosamente può accadere, che ci permette di riconoscerci come nucleo di legami affettivi, amorosi e familiari, che trovano nel tempo la forma della loro espressione.
La grandezza del film di Trier sta nel riportare tutto questo attraverso ritmi di messa in scena inventivi e mai prevedibili, con rapidi stacchi in nero, un uso delle musiche indie molto originale, e con la trasformazione della grande casa in vero e proprio personaggio. Ma sono le prove d’attore difficilmente dimenticabili il cuore della potenza espressiva del film. Sono gli attori, cioè uomini che si fanno personaggi, ad incarnare al meglio tali sentimenti, nel mutare delle relazioni e nell’attraversare il tempo. Siamo ben lontani dall’operazione intellettualistica e fredda di Here di Zemeckis.
Sentimental Value. Regia: Joachim Trier; sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier; fotografia: Kasper Tuxen; montaggio: Olivier Bugge Coutté; musiche: Hania Rani; interpreti: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning; produzione: Mer Film, Eye Eye Pictures, MK Productions, BBC Film, Lumen Production, Komplizen Film, Zentropa, Zentropa Sweden, Film i Väst, Alaz Film; origine: Norvegia, Germania, Danimarca, Francia, Svezia, Regno Unito, Turchia; durata: 132′; anno: 2026.