Prima dell’inizio. Roma e le termiti

di FELICE CIMATTI

Roma. Il libro delle fondazioni di Michel Serres.

Romolo traccia i confini di Roma (Carracci, 1590)

In questione è l’idea stessa di “inizio”. Se tutto comincia con un inizio assoluto, allora prima dell’inizio non può esserci nulla. Pertanto l’inizio deve essere un evento straordinario, appunto perché inaugura qualcosa che prima non c’era. Secondo René Girard all’inizio delle vicende umane c’è quella che chiama una «crisi mimetica» in cui si scontrano due desideri che vertono su uno stesso oggetto: «Essendo, per sua natura, il desiderio sempre imitativo, il soggetto desidererà lo stesso oggetto posseduto o desiderato dal suo modello» (Girard 2003, p. 31). In un caso del genere non è possibile alcun compromesso, o prevale il desiderio dell’uno oppure quello dell’altro. Questo contrasto irriducibile, prosegue Girard, scatena un conflitto generalizzato («rivalità mimetica») che minaccia di mettere in crisi l’istituzione sociale. Per porre fine al conflitto, allora, si addossano tutte le colpe ad un “capro espiatorio”, attraverso il cui sacrificio si salva la società. All’inizio, allora, c’è l’invidia, la guerra e soprattutto il rito: per questo, conclude Girard, «la religione è la madre di tutta la cultura» (ivi, p. 67). All’inizio c’è il sacro, appunto, l’evento straordinario. All’inizio c’è il Dio, non gli umani.

È per rovesciare questa idea della cultura e della storia che Michel Serres scrive Roma. Il libro delle fondazioni (Mimesis 2021, a cura di Gaspare Polizzi, prima edizione francese del 1983). La vicenda è nota, Romolo e Remo, gemelli, il loro scontro, l’omicidio. Il seguito lo conosciamo. Serres, però, fa cominciare la storia in un modo completamente diverso, a partire dalla stessa prima parola del libro, «seminagione» (Serres 2021, p. 23). Per seminare servono, evidentemente dei semi, che sono stati generati da una seminazione precedente. Serve un terreno, serve un mezzo (l’aratro) per rovesciare il terreno perché possa accogliere il seme. Se c’è un gesto che non è iniziale in senso assoluto è proprio quello della semina, ché anzi è un gesto possibile solo se si inserisce in una storia, un gesto in continuità con i tempi che lo precedono e lo rendono possibile. Subito dopo, ed è forse la mossa più sorprendente del libro, per raccontare la storia di come può nascere una città, Roma e tutte le altre città, Serres propone una sorta di apologo bestiale (dalla teologia all’etologia). Ci racconta come nasce un termitaio, cioè appunto la città delle termiti. Gli uomini e le termiti, esseri umani e gli insetti. Le cose nascono così, in natura:

Prendiamo in esame una colonia di termiti; il suo movimento, che in questo momento appare browniano, apparirà, molto più tardi, orientato alla costruzione di un termitaio, che è una costruzione gigantesca rispetto alle dimensioni dei singoli individui; e rispetto al disordine del loro va e vieni è un’operazione piuttosto regolare. Ogni termite, o quasi, si trova ad essere il portatore di una pallina di fango. Non la trasporta in qualunque posto: la depone nello spazio preso in esame. Le termiti poi se ne vanno e ritornano alla loro cava. Le palline disposte nel sito sono distribuite sporadicamente. Formano una seminagione (ivi, p. 23).

All’inizio non c’è alcun evento straordinario, non c’è l’invidia e nemmeno Dio. C’è un insetto e una pallina di fango. Le termiti fanno così, è la loro natura. Non c’è alcun progetto, all’inizio. C’è qualcosa di minimo, un movimento “browniano” (il movimento disordinato di particelle minuscole, così piccole quasi da sfuggire alla gravità, scoperto agli inizi dell’Ottocento dal botanico scozzese Robert Brown), in cui ogni termite si muove senza un piano prestabilito. All’inizio ci sono degli insetti e del fango:

Accade, può accadere – in quali circostanze io non so – che due termiti abbiano deposto la loro pallina nella medesima adiacenza, magari nello stesso luogo. E questo produce un effetto: si direbbe una pallina grande, alta il doppio. La stessa circostanza può prodursi, ancora più raramente, per tre termiti, per quattro. Le termiti sono partite e ritornano cariche di una nuova pallina di fango. Non la portano in un punto qualsiasi: la depongono. Vanno a deporla, preferibilmente, sulla prima pallina: quella più alta e più grossa. Questo ha un effetto di attrazione (ivi, p. 24).

La massa di fango comincia ad ingrossarsi, così, semplicemente perché più una pallina è grande più è facile che altre termiti aggiungano altro fango alla massa iniziale. Il termitaio comincia così, fango, saliva, una miriade di animaletti che si muovono in modo febbrile. Il “modello” che sta usando Serres è quello, antichissimo, degli atomisti, di Democrito, Epicuro e Lucrezio: all’inizio, che per questa ragione non è mai iniziato, ci sono gli atomi eterni (in questo caso le palline di fango, ma vale lo stesso anche per le singole termiti), che talvolta si scontrano (è il clinamen del Rerum Natura, a cui Serres dedica un libro straordinario, Lucrezio e l’origine della fisica), e scontrandosi danno vita (anche in senso biologico) ad assembramenti più grandi. Lo scontro-formazione del nuovo può ripetersi indefinitamente. La natura non è altro che l’insieme infinitamente intrecciato di questi incontri-scontri. In effetti gli “urti” fra le particelle non sempre costruiscono, è altrettanto probabile che mandino in pezzi una “costruzione” precedente. Ma allora, obietterà qualcuno a cui piace l’ipotesi teologica di Girard, è solo il caso a governare le vicende della storia naturale (in cui evidentemente rientra anche quella umana)?

Il modello è quello democriteo. Si forma per insiemi e per elementi. Ogni individuo, termite portatrice o pallina arrotolata, sembra seguire il proprio capriccio, subisce gli urti e gli incontri e, rispetto all’opera globale del termitaio, sembra fluttuare a caso (…). Ma il modello è anche quasi-newtoniano, dal momento che una pallina di grande entità sembra attirare i portatori e avere più possibilità di aumentare su se stessa e maggiori possibilità di crescita di una pallina più esigua (ivi, p. 24).

Non c’è solo il caso, allora, c’è anche l’attrazione (sono quindi Democrito e Newton i riferimenti naturalistici della fondazione), che tiene insieme i fragili aggregati sempre sul punto di sfaldarsi. Attrazione, che tuttavia va ricordato che opera in modo del tutto inintenzionale, che favorisce la formazione di aggregati sempre più grandi. Il termitaio cresce, la città di Romolo, semplicemente perché c’è, attira profughi, ribelli, fuggitivi. Roma diventa più grande: «E dunque può accadere che una pallina gigantesca attiri, a un certo punto, un insieme di palline già grosse e che, in definitiva, questo pozzo aspiri di colpo tutti i lavoratori: allora il termitaio comincia» (ivi, p. 25). Non c’è bisogno del sacrificio di un “capro espiatorio” che ponga fine al “conflitto mimetico”; all’inizio c’è la continuazione di qualcosa che era già cominciato, che non hai mai smesso di cominciare, termiti, fango, oppure gente che si sposta, che si ferma in un luogo, che costruisce una casa, per poi riprendere a spostarsi. La fondazione, allora, è sempre una rifondazione: «Come se non bastasse una fondazione per cominciare veramente. Come se ogni origine esigesse la sua propria origine» (ivi, p. 31). Serres interpreta in questo stesso modo i riti che precedono la fondazione di una città, e in generale un qualunque inizio:

Consultare gli auspici, prima della prima azione, prima della prima parola, prima della prima traccia di vomere nello spazio, sul suolo di Roma, prendere gli auspici, prima che gli uomini agiscano, consiste nel riconoscere dei suoni e delle impronte nei luoghi in cui siamo avvezzi a credere che solo le nostre impronte e i nostri suoni producano significati (ivi, p. 34).

Il “senso” non è mai soltanto, o principalmente, un’invenzione umana: la storia non comincia con noialtri umani. Il caso delle termiti, da questo punto di vista, è esemplare: non c’è termitaio senza un altro, antecedente nel tempo, termitaio, da cui provengono le termiti che ne stanno ora costruendo, senza volerlo, un altro, nuovo e diverso, ma anche antico e uguale. Un termitaio da cui nascerà, forse, un altro termitaio ancora. Il tempo è questo movimento della vita, e solo una presunzione sconfinata (che oggi prende il nome di antropocene) può pensare che tutto debba ruotare intorno ai progetti umani. Roma non è nata nel 753 A.C., allora, Roma continua a nascere, e quindi a morire, ogni giorno. Allo stesso modo c’era una Roma prima di Roma, non può non esserci stata, perché nessun termitaio nasce dal nulla («Omnis cellula e cellula», secondo la celebre formula di Rudolf Virchow).

Se ora torniamo a Girard, invece, si capisce meglio quale sia la posta in gioco sottesa all’ipotesi del sacrificio del “capro espiatorio”: si tratta in realtà del “peccato originale” in quanto «cattivo uso della mimesi, e il meccanismo mimetico è la conseguenza del peccato originale a livello collettivo» (Girard, p. 174). All’inizio c’è una colpa originaria, che solo un intervento divino può emendare. Se invece all’inizio ci sono le termiti, c’è il fango e il moto browniano, allora non c’è nessun peccato da scontare, non c’è nessuna colpa. C’è invece la vita, e città è la vita, Roma è la vita. In questo inizio già iniziato, e quindi da sempre già finito, Roma diventa il prototipo di una città senza identità, perché solo di ciò che è nato dal niente si può dire che ha una identità precisa, perché è arbitraria e senza storia. Ma Roma è la storia:

Roma è sempre il bosco di rifugio, e cioè un insieme indistinto. Chi, qui, è veramente Romano, dopo l’ingresso degli Albani, dei Latini, dei re etruschi? Roma vive nel­la mescolanza; vive fluttuando, variando su ciò che è romano. La città antica, pura, è morta del desiderio di eternità: la città divenne eterna per non averlo mai desiderato. Roma non ha frontiere rigi­de, bordi definiti, limiti precisi: ha solamente vicinanze indecise: è nebulosa. E quindi non ha idee precise, nel senso ordinario, e come usa poca matematica, dispone di pochi concetti. Ma questa specie di zona grigia, che non è solo astratta, che può essere descritta sulle carte, per popolamenti, migrazioni o evoluzione del diritto di città, questa zona è la vita della città ed è la sua storia. Ed è ancora lì, indecisa, tra noi, fantomatica e mobile, ma straordinariamente presente e viva. È il segreto dell’impero (Serres, p. 174).

La Vela (Calatrava, Tor Vergata, Roma)

Riferimenti bibliografici
R. Girard, Origine della cultura e della storia, Raffaello Cortina, Milano 2003.

Michel Serres, Gaspare Polizzi, a cura di, Roma. Il libro delle fondazioni, Mimesis, Milano 2021.

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