La lettura di Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia di Vincenzo Trione, edito da Einaudi, riconduce ancora una volta a un nodo cruciale: l’avanguardia è innanzitutto una questione di temporalità. Trasfigurando la logica spaziale del lessico militare dello “stare avanti”, l’avanguardia storica ha abitato una dimensione temporale paradossale. Da un lato rivolta al passato, in quel gesto violento e dissacratorio che mirava a demolire ogni valore estetico e ideologico dell’arte tradizionale; dall’altro proiettata verso un futuro che, tuttavia, doveva rimanere utopico, irraggiungibile, poiché il suo eventuale compimento avrebbe coinciso con la sua stessa fine. Dunque, «l’avanguardia non potrebbe mai esistere, nemmeno per un istante, nel presente» (Hagener, p. 12). Che cosa accade, allora, all’avanguardia quando, con il postmoderno, la dimensione del presente sembra saturare l’intero campo dell’esperienza storica ed estetica, rendendo impraticabile quella scissione temporale che ne aveva costituito la condizione stessa di possibilità? 

Il merito del libro di Trione non risiede tanto nell’offrire delle risposte univoche a questa domanda, quanto nella lucidità con cui ci costringe a mantenerla aperta, restituendoci il bisogno di guardare “awry”, per dirla con Žižek: continuare a cambiare prospettiva per scorgere ciò che nell’avanguardia resta ancora illeggibile e non detto, e compiere, in definitiva, un gesto autenticamente avanguardistico, capace di spogliare il nostro sguardo da una materia che appare esaurita.

Rifare il mondo, dunque, nelle sue 568 pagine, ricorda costantemente come l’avanguardia esiga la complessità del pensiero, percorsi non lineari, la reinvenzione di storiografie capaci di tenere insieme sopravvivenze e futuri anteriori, ritorni e anticipazioni. L’originalità del volume risiede proprio in questo approccio genealogico, di chiara matrice foucaultiana, che ripensa radicalmente i concetti di continuità e rottura, in una direzione che dialoga tanto con i metodi della media archaeology quanto con il pensiero di Walter Benjamin. E difatti, Trione scrive, compone e assembla il suo libro come una struttura aperta, attraverso cui, riecheggiando i rivoli labirintici del Passagen-Werk, configura un dispositivo in cui ci si perde più che trovare risposte definitive. Ma, come ci ricorda Benjamin, anche l’arte di smarrirsi ha bisogno di addestramento. E il metodo adottato da Trione è rigoroso, pur innestato nella dispersione di una cartografia interdisciplinare. Con precisione critico-storica, il volume scandisce le metamorfosi dell’avanguardia attraverso diverse “età”, dall’età dell’oro all’età dell’argento, fino alle forme più tarde e diffuse, approdando a un’avanguardia che oggi sembra essere ormai ovunque. In questo senso, lo sforzo compiuto dall’autore è quello di andare a osservare luoghi, gesti, oggetti e ambienti in cui è ancora possibile rintracciare tracce dell’avanguardia, dai concerti alle piattaforme digitali, dai videoclip ai writers, fino a Snapchat. È però a partire da questo movimento che si apre una questione ulteriore: oltre a chiederci “dove” sia oggi l’avanguardia, non dovremmo forse domandarci “quando” sia l’avanguardia? Qual è la temporalità di questa avanguardia diffusa, dispersa, pulviscolare e quasi impalpabile che sembra attraversare il presente?

Un testo, dunque, quello di Trione, che riesce ancora a far scaturire domande. I percorsi tracciati hanno il pregio di configurarsi come attraversamenti appassionati, talvolta apertamente partecipati, se non autobiografici. L’autore ricerca le parole, cuce le frasi con estrema cura, innesta un archivio di citazioni e rimandi che non ha mai un intento esibizionistico, ma mira piuttosto a sollecitare il lettore. Il rigore scientifico convive così con il piacere di una scrittura fortemente visiva, che richiede competenze pregresse ma restituisce un’esperienza di godimento intellettuale, paragonabile al piacere cinefilo di fronte a un film di Tarantino. 

Dal punto di vista strutturale, ogni capitolo individua artisti, interpreti, opere, movimenti e idee, elencati in apertura come una sorta di mappa d’orientamento. Nel primo capitolo, Trione assume il manifesto di Apollinaire, uno dei più «attenti interpreti del tempo delle avanguardie», come guida per addentrarsi semanticamente nelle aporie fondative dell’avanguardia. Di tanto in tanto, l’autore offre definizioni lapidarie che funzionano, in realtà, come anti-definizioni: «avanguardia come antitesi, come conflitto, come contrapposizione tra mondi – i confini esistono solo per essere abbattuti. Processo poetico non fermo né rigido, ma aperto, in divenire, mai pacificato. Avventura destinata ad accettare la sconfitta e la marginalità». Attraversando futurismo, dadaismo e surrealismo, rimanendo ancorato alla storia dell’arte, nella prima parte il volume intreccia i fili di pratiche che rimandano a un’«alterità radicale», quel nucleo irriducibile dell’avanguardia che Paolo Bertetto, in ambito cinematografico, nomina «intensità come differenza» (2025, p. 14).   

Nel corso del libro, Trione ritorna su artisti e movimenti a cui ha dedicato gran parte della sua ricerca, riannodando costantemente i fili delle loro esperienze. Emblematico è il caso di Giorgio de Chirico e della Metafisica, che consente di riflettere sui concetti di originalità e originarietà, di straniamento e atmosfera, e di tornare ancora una volta sul problema del tempo, attraversando uno dei nodi epistemologici più complessi, quello di modernità, un concetto che inevitabilmente informa ogni parte del volume. Da qui l’interrogativo che sembra risuonare con insistenza: che cosa c’è davvero di nuovo nell’avanguardia? Si tratta di una rottura totale con il passato, o piuttosto di rivoluzioni irrimediabilmente nostalgiche?

In Rifare il mondo, il passaggio al postmoderno avviene attraverso la figura di Andy Warhol, che Trione interpreta come un vero e proprio portale: «da un’epoca gloriosa, lambita dal vento dell’utopia, a una stagione attraversata da un disincanto privo di speranza. Dalla deflagrazione alla risacca, dall’età dell’oro a quella dell’argento». È qui che si gioca una partita cruciale. Mentre la prima avanguardia si era persa il presente, schiacciata tra passato e futuro, l’avanguardia postmoderna sembra scoprirlo, ma lo fa attestandone la banalità, sguazzandoci dentro, confondendosi in maniera osmotica con le sue merci, i suoi simulacri, e le sue miserie. È in questo presentismo che sembra sfumare ogni carica sovversiva. Nel momento in cui la «sincronia scalza ogni diacronia» e quel turning point individuato da Bauman ne Il disagio della postmodernità eviscera ogni possibilità di ancoraggio spazio-temporale, diventa allora necessario chiedersi da che parte guarderà d’ora in poi l’avanguardia, dove fisserà lo sguardo, quale temporalità assumerà. Forse il tempo più autentico, quello della contraddizione e dell’aporia irrisolvibile, sintetizzate nell’idea anacronica di una “post-avan-guardia”. 

In questo contesto, Trione scorge come «tra musealizzazione e kitsch, Hirst, Koons e Vezzoli annunciano il destino declinante dell’avanguardia». L’autore sottolinea spesso il “rischio” che l’arte contemporanea perda il contatto con le stratificazioni profonde del passato, sostituite da esercizi di pura superficialità. E tuttavia, la superficie non è forse sempre stata lì? Nelle linee convulse della città futurista di Boccioni, nello sguardo fisiognomico di Benjamin, nell’analisi delle superfici di Kracauer, fino a sperimentazioni filmiche come le sinfonie della città, che riconfigurano la piattezza della tela modernista frammentando spazio e tempo e ricomponendoli in una superficie formale e ritmica. Se la prima avanguardia delineava un’utopia nostalgica, è interessante intravedere anche la spinta tellurica opposta, per cui la nostalgia dell’avanguardia postmoderna può configurarsi a sua volta come altrettanto utopica (Vergari 2024, p. 204). Da questa prospettiva, si potrebbe allora ripensare, almeno in parte, quel sostrato negativo, di derivazione jamesoniana, che continua a informare il postmoderno. 

Trione in parte abbraccia questa negatività, per leggere le forme della post-avanguardia che «ha indebolito la propria carica di radicalità. Non più lingua scandalosa, ma feticcio, tecnica sospesa nel vuoto, gratuito gioco concettuale. Non più graffio né oscurità ribelle, ma provocazione vuota, cerebralismo autoreferenziale, astrazione muta». Ma a questa pars destruens, che investe anche grandi manifestazioni come la Documenta di Kassel e la Biennale di Venezia, un tempo «percorse da ipotesi visive e materiche, da proposte e da intenzioni spesso visionarie» e da qualche anno ridotte a «olimpiadi del superfluo. Happening del consumismo», segue tuttavia una sezione decisiva, significativamente intitolata Riaffioramenti.

Sono i Nachleben che l’autore individua nel panorama contemporaneo, ombre del passato che non fanno semplicemente “ritorno”, perché il Novecento non si è mai davvero esaurito, una corrente sotterranea pronta a riaffiorare in qualsiasi momento. Dalle grandi mostre dedicate al futurismo ai parallelismi tra Marinetti e l’immaginario tecnologico contemporaneo, dalle sopravvivenze dadaiste nella cultura teorica e politica, fino ai tardo-surrealismi rintracciabili nei videogame, nelle tecnologie digitali, nell’intelligenza artificiale. Surrealisti diventano David Lynch e Björk, metafisici alcuni cicli fotografici di Ghirri, Basilico, Jodice e Barbieri, metafisiche certe sequenze cinematografiche di Antonioni, Ferreri, Sorrentino, Burton. L’avanguardia sembra sopravvivere anche in un neo-movimentismo che ritorna a un fare collettivo dopo l’individualismo postmoderno. L’autore rintraccia in queste nuove forme gli echi delle avanguardie storiche non tanto come rifacimenti, ed è qui uno dei nuclei più originali del suo pensiero, quanto come compimenti, sviluppi già presenti nelle teorie degli anni Venti, realizzazioni postume e tuttavia nuove. Pur sottolineando la scivolosità del confine tra “compimento” e “declino”, richiamando tra gli altri Vattimo e Habermas, è forse proprio in questa tensione che si coglie il senso più profondo dell’avanguardia, da sempre dilaniata da una temporalità contraddittoria: realizzare nel presente l’irrealizzato di un tempo anteriore e, al contempo, gettare nuova luce sul passato, mostrando come l’avanguardia sia forse sempre stata fluida, in nuce già postmoderna.

Oggi questa «avanguardia debole», o a «bassa intensità», sembra non riuscire più a vedere il futuro. E se è vero che «una volta il futuro era migliore», oggi appare piuttosto come un orizzonte mancante, e forse non c’è nulla di più urgente che rifondarlo. Nel frattempo, resta la possibilità di interrogarsi sul senso di prassi teoriche disperse, di un fare artistico capace di continuare a dare forma ad altri linguaggi, nella speranza che possano ancora trasformarsi in mondi, anche all’interno dell’orizzonte di un perenne senso di fallimento. Del resto, non saremo mai davvero pronti a un Adieu au langage. Semmai, ancora una volta: Ah, Dieu – Oh, Langage.

Riferimenti bibliografici
Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano 2002.
P. Bertetto, Dal cinema d’avanguardia all’underground, a cura di S. Alovisio, UTET, Milano 2025.
M. Hagener, Moving Forward, Looking Back. The European Avant-Garde and the Invention of Film Culture, 1919-1939, Amsterdam University Press, Amsterdam 2007.
A. Vergari, Caleidoscopi urbani. Metamorfosi del city symphony film tra modernità e postmodernità, Mimesis, Milano-Udine 2024.
S. Žižek, Looking Awry: An Introduction to Jacques Lacan Through Popular Culture, MIT Press, Cambridge 1991.

Vincenzo Trione, Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia di Vincenzo Trione, Einaudi, Torino 2025.

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