Il professore come attore

di ROBERTO DE GAETANO

In ricordo di Marcello Walter Bruno.  

Quando sono arrivato all’Università della Calabria era il 1994, Marcello era già lì. Perché a Cosenza, città che amava, era nato e viveva, dopo essersi formato a Bologna. 

C’era in ballo un nuovo progetto a cui partecipare, un nuovo DAMS (allora secondo in Italia, dopo quello di Bologna) ideato da Maurizio Grande. È in quel progetto che ci siamo ritrovati, è lì che io, non ancora trentenne, ho avviato un lungo dialogo con Marcello, che si è interrotto solo ora, con l’ultimo atto. Che ha anticipato forse qualcosa che Marcello temeva, senza riconoscerlo a se stesso, cioè il suo prossimo pensionamento. 

Ci siamo incontrati per l’ultima volta lo scorso giugno al V piano del Cubo 17b dell’Università della Calabria dove ci sono i nostri studi e dove c’è la redazione di “Fata Morgana Web”. E lui mi ha detto: “Roberto, non voglio una festa per il mio pensionamento, ma voglio festeggiare il 23 settembre i miei 70 anni: 70 invitati per 70 anni!”

Ecco uno dei tratti di Marcello, e forse uno dei tratti migliori dell’intellettualità meridionale, quello di esorcizzare il passare del tempo e la paura della morte, giocandovi. Facendone un gioco di numeri, di parole, e con ciò stesso immaginare “almeno per un po’” di tenerla a bada, la morte. Ma è un gioco necessariamente destinato all’insuccesso (come la partita a scacchi in un ben noto film).

Un continuo gioco immaginativo di cui Marcello ha fatto, in definitiva, il suo marchio, il suo stile di vita, condividendo un altro tratto, tra i più originali, della suddetta intellettualità: una affermata e convintamente ribadita distanza dalla prassi. L’azione apre necessariamente attriti e conflittualità, da cui Marcello era ontologicamente distante. Non ne valeva la pena. La vita troppo breve, i destini troppo incerti, i contesti troppo mutevoli, gli obiettivi spesso illusori. 

Meglio scrivere, meglio insegnare, disseminare idee che qualcuno può raccogliere ed eventualmente rendere fruttuose. Ed eccolo allora Marcello nelle lunghe riunioni di “Fata Morgana” e “Fata Morgana Web” condividere idee acute, suggerimenti imprevisti, accostamenti mai scontati, ad accompagnare sempre il tratto avventuroso di una forma condivisa e partecipata di discorso pubblico, come sono le riviste.

Ed eccolo Marcello a scrivere, cosa che molto amava, con grande trasversalità ma senza alcuna sistematicità (come lui stesso riconosceva), ma seguendo il flusso degli interessi, dei desideri. Perché il sistema implica un progetto, e il progetto un compito, e i compiti una responsabilità. E forse poi quei desideri sfumano e la scrittura diventa piatta e sterile.

E allora meglio la scrittura saggistica (il volume sulla Neotelevisione è ancora un punto di riferimento sul tema, così come quello sull’amato Stanley Kubrick, e siamo in attesa delle pagine inedite su Spielberg) e quella critica, che permette di alimentare la curiosità e di costruire discorsi rapidi, efficaci ed ironici.

Torneremo sugli scritti di Marcello, ma ciò che resta ora è una domanda. Che riguarda tutti noi oggi e ci interroga. L’università, in Italia e nelle discipline socio-umanistiche in particolare, è stata sempre nella necessità di dover stilizzare discorsi provenienti da fuori: prima quello della scienza dietro alla quale più risultava improbabile tale stilizzazione più ci si accaniva, più di recente quello burocratico-manageriale oramai pervasivo e svincolato da ogni produttività pedagogica. 

Marcello incarnava un’idea diversa: il discorso dell’università – scrittura ed insegnamento – necessita di una potenza immaginativa che è prossima a quella dell’arte. Il professore è prima di tutto un attore (cosa nota fin dall’Antica Grecia). Ed è questo gesto, oggi desueto – ma che non potrà esserlo anche domani, perché non si può nascondere un tratto della natura umana troppo a lungo senza pagare un prezzo molto alto – che Marcello ci manifesta. E che l’amore dei suoi studenti riconosce molto meglio e più radicalmente rispetto alla banalità degli indicatori Anvur.

marcella walter bruno

*L’immagine di anteprima dell’articolo è una foto di Gianfranco Donadio. 

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