Tra le numerose ragioni di grandezza di William Shakespeare, se mai ci fosse bisogno di affermarlo, c’è sicuramente il talento filosofico e psicologico di tratteggiare il peggio dell’animo umano. Le cosiddette anime nere sono, per così dire, una delle specialità del Bardo. Vengono alla mente alcuni personaggi memorabili del cosmo teatrale shakespeariano: Iago, Claudio, Macbeth e Shylock sono tra gli esempi più famosi, molto vicini se non congruenti a delle vere e proprie sculture concettuali. Tuttavia, il duca di Gloucester, futuro Riccardo III, è rispetto a tutti gli altri di un’esemplarità impareggiabile. 

Egli è il più fedele ritratto del potere: falso per essenza, proteiforme per necessità, rancoroso, detestabile, viscido, truce e privo di scrupoli, nostalgia e affetto. Il suo unico obiettivo è il trono, quella corona che per quasi tutta la durata del dramma resta in verità acefala e nelle mani di nessuno. Con una parola: malvagio. Riccardo è una maschera davvero spettacolare, direi persino un’idea platonica, l’essenza del potere e forse l’esibizione della più profonda natura umana nella sua realtà. Uccide tutti, stermina la sua famiglia senza escludere nessuno, senza battere ciglio e senza il sudore d’una goccia in fronte.

Accelera l’agonia del fratello e legittimo re Edoardo IV; uccide il fratello maggiore e secondo nella linea di discendenza il duca di Clarence; uccide i figli del re suoi nipoti, pargoli innocenti ma colpevoli d’essere nati sotto la cattiva stella del trono; uccide i pari che si frappongono tra sé e la sua brama; uccide anche il fidato Buckingham, prima suo prediletto compagno di machiavelli, poi scomodo alleato dalle noiose promesse da soddisfare. La sua lingua biforcuta è talmente suadente da indurre la moglie del fratello morto, lady Anna, a sposarlo, e lì compie il suo primo capolavoro di persuasione. 

A colloquio con Anna, Riccardo mostra di non conoscere alcuna pietà, e dunque, rispondendo al dardo infamante della cognata che lo accusa d’essere una belva, risponde sibillino «But I know none, and therefore am no beast» (Shakespeare 2014, p. 50). La replica di Anna è delle più feconde: «O wonderful, when devils tell the truth!» (ibidem). Gloucester è più di una semplice belva, poiché essa agisce solo per ferocia, rabbia e istinto di morte; egli è invece mosso da un sentimento dalle corde più sottili, una tonalità che Shakespeare ha plasmato e individuato con questo personaggio e che potrebbe portare, per metonimia, il suo stesso nome.

Il duca definisce sé stesso «a plain man» che «live and think no harm» (ivi, p. 80), un uomo innocuo e sincero, il quale vive e pensa per fare il contrario di quel che afferma, il male. Sgorbio, gobbo, ingiuriato, punito dalla nascita con la deformità e relegato ai margini della famiglia reale, deve opporsi a questo destino, riformulare il fato piegandolo in suo favore. 

In questo senso, Riccardo sembra la più perfetta delle prove sperimentali di una delle tesi più fascinose di Massa e potere, in cui Canetti formula il sogno del potente come l’istante della sopravvivenza. Il desiderio del potente è infatti quello di uccidere tutti i suoi nemici e di provare l’istante della supremazia, di affermare la propria vita a scapito di quella degli altri, camminando con fierezza sullo stuolo di cadaveri delle sue vittime:

Vuole essere l’unico vivente su un enorme campo di cadaveri: quel campo di cadaveri comprende tutti gli altri uomini. In ciò egli non si rivela soltanto paranoico: la volontà di rimanere l’ultimo dei viventi è la più profonda tendenza di ogni potente “ideale” (Canetti 2019, p. 538).

Questa messa in scena al Piccolo, sicuramente sperimentale e per certi versi anche audace, ha tanti meriti. In una scenografia minimale, costituita di sole rose bianche a richiamare la casata degli York, con al centro un tronco/torre, i personaggi si aggirano in uno spazio teologico e storico: un Eden perduto continuamente profanato e una settecentesca ambientazione quasi alla Barry Lyndon, l’arrivista partorito dal genio di Kubrick come contraltare parodico dell’Illuminismo. Si tratta infatti di un Riccardo III assai poco sanguinario, cupo, oscuro, molto lontano da come ce lo si aspetterebbe, persino lascivo, a cui si aggiungono comunque superbe prove attoriali e un rimaneggiamento linguistico a tratti profondo e importante

Questa scelta, tuttavia, esprime con grande chiarezza ed efficacia un aspetto ben preciso dell’umano: la necessità delle buone maniere, dell’affettazione, delle forme per gestire il Riccardo che c’è in ogni uomo. Al di là delle belle parole, delle moine, delle adulazioni, dell’incomparabile lingua di Shakespeare, giace infatti una belva feroce e spietata, che nel contesto di questo spettacolo si palesa in modo ancora più forte, a tratti persino inquietante e terribile. Gloucester è un universale, talché piuttosto che il Riccardo che c’è fuori bisogna temere quello che è dentro di noi. 

Re Riccardo muore sì combattendo, ma da vigliacco: per continuare a vivere, la sua voce presta il grido all’insopprimibile anelito di sopravvivenza «A horse! A horse! My kingdom for a horse!» (ivi, p. 428). Tutto ciò per cui ha ordito, tramato e malvagiamente operato si riduce alla fuga, un cavallo per cui è disposto a rinunciare all’intera Inghilterra. La fine di un miserabile. Riccardo muore perciò irredento e disperato; la profezia degli spettri si avvera con giustizia nel nome di tutti coloro che sono morti.

La speranza di Riccardo, che l’ha condotto su un trono di giorni infelici, ha arriso invece a Richmond, il futuro re. Essa è l’argomento della sua ultima battuta, prima della battaglia, la promessa per un fondato avvenire «Then, in God’s name, march: true hope is swift, and flies with swallow’s wings; kings it makes gods, and meaner creatures kings» (ivi, p. 390). Il demone è morto, la sua coscienza lo è con lui, gli inferi l’hanno finalmente reclamato. La «coward conscience» da lui tanto osteggiata, nel momento della prova più ardua, si è impossessata anche di lui: la lezione di Shakespeare indica che ai suoi tormenti nemmeno i più meschini possono sfuggire.

Durante tutto lo spettacolo, infatti, ogni qualvolta Riccardo si macchiava di un crimine, iniziavano a farsi udire sibili di uccelli, che puntualmente egli zittiva. Questi sibili però crescono, fino a farsi intollerabili, segno evidente degli aghi della coscienza che si impossessano della mente del re, fino a sopraffarlo e a condurlo alla distruzione. Un Eden che si trasforma, a causa della presenza umana, in un luogo ricolmo di male e di peccato, simboleggiati dalle rose rosse dei Lancaster portate in effigie da Richmond. L’ultimo monologo di Riccardo, recitato con veemenza e ardore da Vinicio Marchioni, con le luci della sala accese, sigla questo concetto. Il male è dentro l’umano, il male è l’umano. Riccardo, da re, ne è stato lo spicco.

Riferimenti bibliografici
E. Canetti, Massa e potere, trad. di F. Jesi, Adelphi, Milano 2019.
W. Shakespeare, Riccardo III, trad. di S. Quasimodo, Mondadori, Milano 2014.  

Riccardo III. Testo: William Shakespeare; traduzione: Federico Bellini; adattamento: Antonio Latella e Federico Bellini; regia: Antonio Latella; scene: Annelisa Zaccheria; costumi: Simona D’Amico; musica: Franco Visioli; luci: Simone De Angelis; cast: Vinicio Marchioni, Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino; produzione: Teatro Stabile dell’Umbria, LAC Lugano Arte e Cultura.



Tags     malvagità, potere
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