In una società, come quella nipponica, così refrattaria alla manifestazione pubblica delle emozioni, le cosiddette agenzie “affitta-famiglie” non solo riflettono il dogma dell’armonia comunitaria su cui si basano i rapporti interpersonali giapponesi, ma ne incapsulano le ricadute sociali. La necessità di contribuire collettivamente alla preservazione del minna no tame ni, dell’assiomatico “benessere di tutti” non appena si accede ad uno spazio socialmente condiviso, porta i cittadini del Sol Levante a reprimere dinanzi all’altro la propria soggettività/emotività, con la conseguenza che ogni discorso sulle derive patologiche della mente o sui problemi di natura psicologica viene inevitabilmente stigmatizzato.
E questa difficoltà (o meglio, impossibilità) dell’uomo comune nipponico a verbalizzare le sue inquietudini personali e a trovare conforto nell’apertura al prossimo – compresi analisti, amici e soprattutto parenti/familiari – costringe taluno a individuare vie alternative per sfuggire alle pressioni esterne: bisogni a cui solo le compagnie “affitta persone”, in alcuni casi, possono dare una risposta adeguata, dal momento che, offrendo soluzioni fittizie a problemi reali, salvano “l’immagine pubblica” (il tatemae) del cliente, permettendogli al contempo di abbracciare delle illusioni quasi terapeutiche. Un fenomeno che Rental Family – Nelle vite degli altri desidera indagare da una prospettiva perlopiù interna. Il lungometraggio di Hikari, raccontando la storia di un fallimentare attore americano (Brendan Fraser) che trova la propria vocazione dopo esser stato assunto in una delle principali agenzie affitta-famiglie di Tokyo, rappresenta il complemento e al tempo stesso il contraltare del documentario che Werner Herzog ha dedicato a questo particolare fenomeno solo pochi anni fa.
Se in Family Romance LLC (2019), lo sguardo del grande cineasta tedesco si sofferma sulle strategie adottate da tali compagnie per rispondere alle esigenze più stravaganti delle persone, legando le loro richieste alle derive sociologiche che simili bisogni (o illusioni) sembrano secernere, la filmmaker giapponese si approccia alla questione dal punto di vista opposto: spostando di fatto il focus sugli attori (in tutti i sensi) che operano all’interno di tali agenzie, e sui carichi emotivi che un lavoro del genere impone a coloro che contribuiscono in primis a dare vita al fenomeno di cui sopra. Con i performer in questione che rimangono così assoggettati ad una quotidianità lavorativa che li costringe a sacrificare spesso la propria moralità e a muoversi costantemente su un piano ambiguo: a metà tra l’atto performativo e la compassione sincera verso l’altro. Tra il distacco che la performance richiede dalla realtà e l’attaccamento genuino che si viene irrimediabilmente a creare ogni qualvolta si materializzi un’interazione umana. In un contesto simile, ecco che un personaggio come Paul, in quanto gaijin (straniero residente in Giappone) diventa il catalizzatore ideale di un processo di scardinamento interno del fenomeno, veicolato non da una prospettiva sociologica né culturale, ma puramente emozionale.
Sin dal momento in cui accede a questo mondo fatto di costruzioni/illusioni artefatte, il protagonista di Rental Family si trova ad esperire il contatto con la clientela in termini puramente emotivi. Che si tratti di impersonare lo sposo di una donna che vuole nascondere alla famiglia la propria omosessualità, o di illudere un vecchio cineasta facendogli credere di essere un giornalista incaricato di scrivere la sua biografia, l’uomo sembra sempre inabissarsi in dilemmi lancinanti, che acuiscono i suoi sensi di colpa, nonostante gli atti performativi in cui si profonde generino delle ricadute positive (e quasi catartiche) su coloro che ne sono oggetto. Almeno finché non gli viene affidato, da una madre single, un compito moralmente gravoso: quello di interpretare il ruolo del “padre scomparso” della piccola (e inconsapevole) Mia con l’obiettivo di far entrare la bambina in una scuola di prestigio, che non avrebbe mai accettato una studentessa priva del supporto genitoriale. Un’azione che lo porterà a mettere in questione la cornice etica in cui lui e i suoi colleghi sono costretti quotidianamente a muoversi per soddisfare i bisogni di persone che accettano di rivolgersi a strumenti auto-ingannevoli pur di “rimediare” a problematiche che non possono essere affrontate alla luce del sole neanche con i propri affetti più intimi.
Evitando perciò di scardinare le questioni sociologiche che albergano in seno a simili fenomeni (le quali rimangono sempre nel fuori campo), Hikari si attacca ai corpi dei suoi personaggi-performer, in modo da ritrarre unicamente le variazioni emotive che l’atto performativo genera in “attori” che lavorano non con la finzione, ma con le realtà umane. E a donare una stratificazione ai delicati temi che il film pone qui in essere – inestricabilmente intrecciati allo spettro emozionale dei protagonisti di Rental Family – è proprio l’indeterminatezza che la cineasta assegna alla loro condizione esistenziale che si palesa come uno stato in-continuo-divenire, sospeso tra il rimorso (e i turbamenti che esso comporta) e la validazione che emerge da sinergie inattese, capaci di attivarsi genuinamente tra l’ingannatore e l’ingannato, fino a creare una connessione tra persone che riescono a manifestare le proprie vulnerabilità nei soli spazi della finzione. Gli unici che possono ospitare dei momenti di sincera apertura emozionale in una realtà che preserva le sue strutture dogmatiche attraverso l’inibizione pubblica del sentimento.
Se Rental Family riesce, anche organicamente, a mostrare le cicatrici emotive che un simile mestiere lascia su chi lo esercita, è pur vero che le (molte) incongruità che percepiamo lungo il racconto vanno ricondotte ad un’origine comune: cioè all’assenza, da parte del film, di una presa di posizione concreta nei confronti delle questioni qui affrontate, con la regista che rimane fin troppo vaga e incerta sulla visione da portare avanti in merito alla moralità del sistema delle agenzie affitta-famiglie, e agli oneri che esso impone su coloro che vi operano all’interno. Ad una fugace condanna delle pratiche illusorie su cui si fondano tali servizi, segue spesso una contraddittoria esaltazione dell’impegno di chi accetta (addirittura a cuor leggero?) di restare nel mondo alienante di queste compagnie. Quasi come se i protagonisti mancassero di uno spirito critico che non consente loro di problematizzare la condizione in cui versano, al di là della mera rielaborazione emotiva dei sacrifici che un simile lavoro, di per sé, richiede.
Rental Family – nelle vite degli altri. Regia: Hikari; sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut; fotografia: Takurô Ishizaka; musiche: Jónsi, Alex Somers; interpreti: Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto, Shannon Mahina Gorman, Akira Emoto, Shino Shinozaki, Kimura Bun, Helen Sadler; produzione: Sight Unseen Productions, Domo Arigato Productions; origine: Giappone; durata: 110′; anno: 2025.