Nel 1917 Max Weber definiva il disincantamento del mondo come «la consapevolezza, o la fede, che se solo si volesse, si potrebbe sempre giungere a conoscenza, ossia che in linea di principio non sono in gioco forze misteriose e irrazionali, ma al contrario che tutte le cose possono – in linea di principio – essere dominate dalla ragione» (Weber 1917, p. 89, corsivo mio). Questo tratto distintivo della moderna mentalità scientifica porta in seno già il proprio potenziale rovesciamento: la conoscibilità è infatti oggetto di una consapevolezza che non ha nulla di scientifico e anzi tende a confondersi con una fede, una certezza non razionalmente fondata. La razionalizzazione moderna è in questo modo trascinata in una dialettica di cui la crisi dei fondamenti consumatasi nel Novecento si incaricherà di mostrare il carattere drammatico e destabilizzante.

Sarebbe difficile ripercorrere tutti i passaggi che hanno portato dall’affermazione weberiana del disincanto come caratteristica della modernità all’emersione del reincantamento del mondo come cifra della post-modernità. Rimane però il fatto che la parabola, per certi versi già inscritta nel concetto di disincanto (immancabilmente stretto tra un primo incanto, di cui il disincanto è una revoca, e un successivo reincanto), conduce a partire dagli anni ottanta a una moltiplicazione delle proposte teoriche in cui viene messo a valore il ritorno al mondo come favola.

A dispetto del rinnovato realismo che all’inizio del nuovo millennio sembra accomunare alcuni tra gli orientamenti filosofici più rilevanti, anche differenti tra loro, l’offerta teorica è in realtà variegata e il mercato editoriale dimostra di continuare a subire il fascino del reincanto, del mito, della magia. Il “lato oscuro” della ragione, che era stato espulso dai moderni e rivalutato dai post-moderni, risulta singolarmente appetibile per noi, che abitiamo un’epoca ancora orfana di definizioni e priva di etichette che, come scrive Nicolas Martino, si presenta come «una crisi collettiva della presenza che prende forma nell’incapacità sempre più evidente di decifrare l’ambiente che ci circonda, orientarci e intervenire per trasformarlo» (Martino 2025, p. 14).

In un recente articolo apparso su Fata Morgana Web Stefania Consigliere – che a sua volta è tra le voci più riconosciute su questo tema (Consigliere 2021) – osserva criticamente come il reincanto venga usato sempre più frequentemente «come accessorio filosofico alla moda, come lasciapassare politico, come giustificazione della faciloneria, come leva per finanziamenti accademici o come gancio per posizionarsi sul mercato della spiritualità». Tutto ciò in un momento in cui da più parti, per finalità politiche anche diametralmente opposte, si torna ad attingere al serbatoio dell’immaginario recuperando miti di ieri e fabbricando narrazioni sempre nuove (che però non disdegnano di ammantarsi di un’aura arcaicizzante).

Rispetto a questo quadro complesso, insieme stimolante sul piano filosofico ma anche per certi versi allarmante sul piano politico, intendo mettere in evidenza un aspetto particolarmente scivoloso del massiccio revival dell’incanto: quello che, senza alcuna pretesa di rigore storico-filosofico, chiamerò reincantamento scettico. Scettico: «Di persona che dubita di tutto, che non crede in nulla, per principio o inclinazione naturale», recita perentorio il Vocabolario Treccani. Ora, il reincantamento scettico è quello abbracciato da coloro che, non riponendo (più) fiducia nella ragione intesa come idea guida della modernità e della società in cui vivono, si fanno cantori di un ritorno a forme di vita e sistemi di credenze percepiti come più immediati, naturali, eventualmente ecologici, ovvero meno intellettualistici, meno culturalmente marcati (ovviamente nel senso della cultura occidentale). Il reincantamento in questione però è doppiamente scettico, e per un motivo preciso: non solo perché intende marcare una distanza dagli ideali e dalle convenzioni della società in cui pure è inserito, ma soprattutto perché non sembra avere alcuna reale intenzione né di modificare tale assetto sociale, né di trasferirsi concretamente in un altro.

Cerco di chiarire il punto prendendo in prestito un’osservazione di Susan Sontag, o meglio una tipologia di osservazione, dal momento che la discussione della filosofa americana non riguarda direttamente il tema del reincantamento ma il fascino esercitato sui contemporanei da una certa postura filosofica. Un’osservazione che confina con l’argomentazione ad hominem, e dunque ruvida come tutte le violazioni del bon ton filosofico, ma non per questo meno convincente. Nella sua Nota su Simone Weil, Sontag scrive: «Gli eroi culturali della nostra civiltà liberale e borghese sono antiliberali e antiborghesi; sono scrittori ripetitivi, ossessivi e villani, che s’affermano con la forza, cioè non soltanto per il tono autorevole e personale e per l’ardore intellettuale, ma per un violento estremismo anch’esso personale e intellettuale». E aggiunge: «La nostra è un’era che persegue coscientemente la salute, ma crede soltanto nella realtà della malattia» (Sontag 1961, p. 81). Anche se Sontag propone questa osservazione non per «deplorare una moda ma sottolineare il movente del gusto contemporaneo per l’estremismo in arte e nelle idee» (ivi, p. 82), è vero che tale gusto contemporaneo cade in forme di incoerenza e non consequenzialità, abbracciando con entusiasmo, a parole, visioni del mondo radicali e affascinanti ma difficilmente applicabili alla vita di ogni giorno, soprattutto in società.

Qualcosa di simile accade anche nel reincantamento scettico: venuta meno la fiducia nella ragione, la fascinazione per altri sistemi di credenze non si sedimenta in una forma di vita ma rimane su un piano meramente intellettuale, a conferma del carattere esclusivamente cognitivo – e non esistenziale – della credenza. Che ricordiamo, insieme a Wittgenstein (altro “anti-filosofo” illiberale e anti-borghese), non è tanto un insieme di giudizi quanto piuttosto un’immagine del mondo operativa, «il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire» (Wittgenstein 1969, §162), lo sfondo vitale che costituisce il termine di ogni ricerca di giustificazione, termine che ha a che vedere con il modo in cui agiamo concretamente.

«Le proposizioni, che descrivono quest’immagine del mondo, potrebbero appartenere a una specie di mitologia» (ivi, § 95), osserva Wittgenstein. Ma il reincantamento scettico, dicevamo, lo è doppiamente, dal momento che non crede più nel mito della ragione ma non sposa realmente neanche le ragioni di altre mitologie. Non le sposa, e infatti non vive secondo quelle immagini del mondo i cui dettati, pur emanando un irresistibile fascino, non riescono a incidere sulla prassi. Il reincantamento che affiora dalle pagine dei critici della modernità non penetra nel modo in cui prenotiamo visite mediche, organizziamo vacanze, impostiamo routine lavorative, pianifichiamo spese, ci attardiamo ossequiosi nel paradigma simbolico del debito e del credito.

Piuttosto che tornare all’incanto, varrebbe la pena di congegnare pratiche per interrompere il disincanto: posto che questo è stato il sortilegio che ha ipnotizzato il pensiero moderno, e che continua a determinare tanto il modo in cui scriviamo la nostra biografia quanto il modo in cui progettiamo la società, non sembra desiderabile passare da un incantamento all’altro. Si sente invece il bisogno di rompere l’incantesimo, di sottrarsi al suo potere semplicemente negandolo, vale a dire sospendendolo senza sostituirlo (cfr. Virno 2013) con un altro sortilegio. In questa capacità di negazione sta la possibilità della critica.

In ogni caso, scriveva Orazio a conclusione del ritratto dell’avaro offerto nella prima Satira, mutato nomine de te fabula narratur: il mito, il racconto, quando vale come immagine del mondo, ovvero come sfondo su cui si proietta la propria vita, parla sempre di noi. Per il reincantamento scettico occorre invece dire de te fabula non narratur: troppa sfiducia nella ragione ma allo stesso tempo troppa sufficienza nei confronti di un’adesione piena e incondizionata a un reale sistema di credenze perché il reincantamento scettico possa sentirsi realmente chiamato in causa da una mitologia puramente astratta. Troppo acuti per non osservare i limiti della ragione ma troppo ragionevoli per abbracciare una nuova mitologia.

Riferimenti bibliografici
S. Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2021.
N. Martino, Sul presente dell’arte. Breve atlante estetico-politico, Gli Ori, Pistoia 2025.
S. Sontag, Nota su Simone Weil, in Contro l’interpretazione, Mondadori, Milano 1998.
P. Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, Bollati Boringhieri, Torino 2013.
M. Weber, La scienza come professione, Bompiani, Milano 2008.
L. Wittgenstein, Della Certezza. L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi, Torino 1999.

Tags     incanto, mito, modernità
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