(Già queste pagine sono troppo. Bisogna coltivare il proprio giardino)


A specchio 

In un bell’articolo sul mito della Global Sumud Flotilla, Federico Leoni si chiede, con l’antica angoscia della “parte nostra”, se il semplice ragionare in questi termini non faccia di lui un fascista. Vorrei rassicurarlo: nonostante il riflesso condizionato innestato in noi dalla storia novecentesca, incanto, magia e mito non sono intrinsecamente fascisti. Possiamo avvicinarli e perfino tentare di praticarli senza che questo ci porti a invocare uomini forti, a esaltare la violenza o ad accettare la legge del branco.

Il problema, semmai, è che, se non è di per sé fascista, la sfera dell’immaginario non è neppure intrinsecamente “compagna”, anti-autoritaria, non violenta o liberatoria, sicché da qualche anno mi capita di angosciarmi per la domanda speculare: “Oddio, non sarò mica tornata a essere riduzionista, scientista, positivista, meccanicista: in una parola, moderna?”. Dopo tutti gli sforzi per accogliere la molteplicità dei mondi e dare spazio alla possibilità del reincanto, vuoi vedere che i vecchi spiriti illuministi, nei quali sono cresciuta, hanno avuto la meglio? E mi sento, in qualche modo, infedele a me stessa.

Tant’è, di fronte all’incanto usato come accessorio filosofico alla moda, come lasciapassare politico, come giustificazione della faciloneria, come leva per finanziamenti accademici o come gancio per posizionarsi sul mercato della spiritualità, Galilei, Voltaire e a volte perfino l’improponibile Comte s’impadroniscono di me. Qui vorrei dunque articolare alcune banalità di base ad uso di chi avverte che la partita su reincanto e immaginario è la più cruciale di tutte e, proprio per questo, non possiamo permetterci né di perderla, né di vincerla.

Via dai film Disney 

Nell’ontologia moderna fondata sul dualismo cartesiano – e cioè sull’ipotesi secondo cui il reale è fatto di intenzionalità umana e causalità meccanica – incanto, magia, mito e immaginario si situano nei quadranti che essa esclude e irride: quello delle intenzionalità non umane e quello delle causalità non meccaniche. Funzionale alla dinamica del plusvalore e del colonialismo, la gabbia ontologica moderna si è fatta talmente asfittica e violenta che qualsiasi cosa permetta di uscire dai suoi bastioni sembra, per ciò stesso, positiva e liberatoria. Ma – contro il cretinismo disneyano – non è affatto detto che lo sia. 

Gli organismi TEA, l’uranio impoverito, i conigli europei in Australia, lo zio Sam e lo spirito del capitalismo hanno sicuramente delle intenzioni, ma è difficile immaginare che siano solo benevole. L’efficacia materiale della credenza, che tanto ci appassiona nell’effetto placebo, assume un volto sinistro nella propaganda di stato, nell’effetto nocebo o nella caccia alle streghe. E quando dèi e spiriti differenti si contendono la supremazia su terre e persone, di solito gli umani ci lasciano le penne. Su questo fronte, la ricerca accademica è fra i principali fattori di ottundimento critico. Siccome è sostanzialmente vietato dire che quel che sta succedendo è insopportabile, o che il proprio oggetto di ricerca è un disastro senza tregua, chi va su campo è poi costretto a focalizzare lo sguardo sulla resilienza: la distruzione degli ecosistemi è brutta, ma i cercatori di piante che crescono solo sulle scorie nucleari sono interessanti; la tecnica causa problemi, ma le relazioni che si formano al suo intorno sono innovative; il colonialismo continua a uccidere, ma l’agency degli oppressi è innegabile; e via dicendo, via rimuovendo.

Di tutta l’erba un fascio

“Incanto” è oggi una parola-ombrello che accumuna cose fra loro assai differenti, unite solo dal fatto di uscire, per qualche ragione, dalla meccanica cartesiana. Tutto finisce in uno stesso sacco – il curanderismo amazzonico con lo sciamanesimo tunguso, la psichedelia con la trance bantu, l’ascetismo braminico con il tempo del sogno australiano – per indicare il quale, non a caso, usiamo pochi nomi, tanto fascinosi quanto imprecisi, come “sciamanesimo” o “spiritualità”.

Solo che i fenomeni così raccolti a fattor comune non sono affatto identici, né puntano verso un’unica sfera trans-storica (quella, per capirci, della philosophia perennis) di cui, in fondo, solo noi occidentali esploratori saremmo arrivati a cogliere l’unità. Non puntano, cioè, ad alcuna universale ed eterna verità: sono modi locali, specifici, raffinati e intelligenti di costruire rapporti con ciò che eccede la sfera umana, tanto diversi fra loro quanto i mondi umani che li portano in esistenza. O, quantomeno, questo è il massimo che oggi possiamo sensatamente dire. Non cogliere le differenze e accomunare tutto ciò che non è moderno significa, ancora una volta, fare il gioco coloniale, e cioè immaginare di sapere già come sono fatti i mondi altrui – inclusi i loro margini più incerti.

Non c’è documento di civiltà…

…che non sia allo stesso tempo documento di barbarie, scriveva Benjamin. Negli anni sessanta la gioventù in rivolta partiva per l’India, nello scorso decennio è stata la volta delle piante maestro dell’Amazzonia, altre stagioni si apriranno. Se comprendo fino in fondo ciò che ha mosso e muove questi vagabondi del dharma, solo nella nostra cosmovisione schizoide aprirsi all’insondabile significa rinunciare alla lucidità.

Qui una cura omeopatica di vetero-marxismo può aiutare. Quali sono le condizioni sociali, strutturali, organizzative, di classe o di casta, che hanno permesso il fiorire di una certa forma di spiritualità, di relazione con il non-umano, di conoscenza sofisticata dei movimenti celesti e terreni? Su quanta e quale violenza si sono costruiti il sapere, il potere, i nessi? Nel caso del capitalismo ce la caviamo meglio, un po’ per via della letteratura marxiana sedimentata nei decenni, un altro po’ perché, non coinvolgendo espressamente l’incanto, le sue atrocità ci sono più facilmente leggibili. Ma non c’è solo il fascismo ad aver abusato del mito e dell’immaginario per costruire dominio: ci sono gli stati, le chiese, gli eserciti, le sfere sociali privilegiate, i guru, le sette, e schiere d’imprenditori di ogni genere (fra cui quelli, particolarmente bravi, di Hollywood e Netflix).

Prendere sul serio quel che non conosciamo

La stessa piega colonialista fa sì che, nell’approssimarci trasognati all’incanto, al fondo di noi stessi non lo prendiamo affatto sul serio. Nessuno si presenterebbe come matematico senza avere alle spalle un lungo percorso di studio ed esercizio, o si direbbe violinista se sapesse a malapena impugnare un archetto. Chi s’azzardasse a farlo verrebbe subito sbugiardato e lo stesso vale per qualsiasi cosa su cui, culturalmente, abbiamo presa. In relazione all’incanto, invece, incuranti della sua pericolosità e della profondità dei percorsi in esso costruiti da altri collettivi, facciamo come se fosse possibile abitarlo, praticarlo e, peggio che mai, crearlo, senza alcuna competenza specifica; senza percorsi di studio e di approfondimento; senza fatica, come “per magia”, e senza alcuna fedeltà esistenziale a ciò che esso comporta. Per dirne una: una dirigente di mezz’età, che abiti in una ricca città del nord, guidi un SUV, viaggi in aereo ai quattro capi del mondo e abbia passato due settimane in un villaggio in Amazzonia, difficilmente potrebbe seriamente proclamarsi ambasciatrice dei pesci che galleggiano a pancia in su nel Rio delle Amazzoni (e cioè, nella neolingua corrente, “sciamana”). Eppure succede, senza che nessuno rida.

Un altro dio, pur sempre unico

Il discorso critico sulla pretesa moderna di detenere l’unico accesso alla conoscenza vera suscita da un lato resistenza, dall’altro entusiasmo. Per chi lo porta, la compagnia degli entusiasti è di certo più facile, ma non è detto che sia la migliore. Essa conta infatti anche tutti coloro che attendono la caduta dello scientismo non già in vista della molteplicità, ma per installare una qualche differente verità unica, paladini di monismi altri che spesso sono versioni semplificate, ma altrettanto dispotiche sul piano epistemologico, di ragionamento meccanicistico.

In questo, l’ingenuità della (giusto per capirci) “sinistra” è sconcertante: superato il tabù dell’immaginario solamente fascista, c’è una sorta di tuffo a occhi chiusi nel primo re-incanto che capita, nella più totale disvisione dei segni di pericolo anche là dove essi sono platealmente presenti (esplicita affiliazione dei maestri a movimenti suprematisti, predazione sessuale o economica, controllo delle opinioni, cattura per esaltazione ecc.). Oltre alle autonomie note (energetica, alimentare, di governo, di salute ecc.) c’è anche un’autonomia collettiva nella relazione con l’incanto e l’immaginario, modi orizzontali e libertari di contattare quel che ci eccede. Qualsiasi veste indossino, e anche quando sono inconsapevoli, i guru – ovvero, chi sequestra l’accesso collettivo all’incanto per farsene unico portatore – lavorano per il fascismo.

Hortus, selva

Alla fine tutto dipende da che rapporto scegliamo di intrattenere col potere e con il rischio che esso scivoli in dominio. Tutto dipende, cioè, da come scegliamo di stare in relazione con altri (umani e non umani, materiali e immateriali, presenti e immanifesti, vicini e oltreconfine): dall’ecologia che pratichiamo. In alcune pagine magnifiche sparse fra i tomi di antropologia medica ed etnopsichiatria s’incontra, un po’ clandestinamente, un’osservazione decisiva: i guaritori migliori sono quelli che non lucrano sulla loro abilità. Coloro che lucrano (in termini economici, come i vampiri del neoliberismo, o di potere, come nell’incanto fascista) possono anche essere molto bravi, o bravissimi, ma non sono i migliori. I migliori vivono tanto sobriamente quanto chiunque altro, a servizio della potenza che li attraversa e permette loro di fare quello che fanno, in equilibrio fragile fra fiducia e scetticismo. Non trionfano sulle avversità che le persone portano loro o che incontrano sulla strada: le rendono mansuete. Non cercano di innalzarsi, ma di riparare. Non sfidano le potenze, ma neanche si rassegnano ai loro diktat: vanno loro innanzi con ironia e astuzia. A volte sono singoli, a volte interi collettivi. In tutte le cose essenziali non perdono, non vincono e, se possono, si fanno inappariscenti: abbandonano il dominio agito, quello subito, quello strutturale.

E non è neppure che ci si debba sforzare perché l’incanto della “parte nostra” (quella senza nome) sia, infine, fatto così. È quest’incanto, semmai, a definire la parte nostra.

Tags     fascismo, immaginario, mito
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