Un soggiorno di pochissimi giorni a Bologna può comportare scelte difficili rispetto alle mostre da vedere, dato che la città è solita offrirne parecchie in simultanea, sempre interessanti e spesso bellissime. È quest’ultimo il caso, ad esempio, di una delle esposizioni clou del momento, George Simenon. Otto viaggi di un romanziere, organizzata dalla Cineteca di Bologna e visibile fino al febbraio del 2026. Sebbene il “lungo viaggio alla ricerca delle radici del genio”, che si snoda sinuoso e suggestivo nei sotterranei della città offra infiniti spunti di approfondimento, l’aspetto di interesse in questo contesto è rappresentato da un’altra mostra che, in una sorta di play within the play shakespeariano, è stata volutamente inglobata in quella principale. Intitolata Prima del cinema la pittura e allestita con opere che Matteo Garrone ha dipinto fino al 1995 prima di dedicarsi al cinema, l’esposizione funge da prologo al percorso su Simenon. Sottoterra, nell’ampio salone d’apertura simile a una gigantesca grotta munita di anfratti, sbalordiscono le composizioni multiformi e multimateriche sulle quali Garrone ha ritratto, con mano sapiente, volti o squarci di volti, nature morte, enormi scene a parete apparentemente realistiche in cui i personaggi, la loro disposizione e i loro sguardi sembrano rimandare ai quadri stranianti di George Tooker, carichi di inquietudini e angosce esistenziali e sociali.

I materiali sono i più vari, come le irregolari sezioni lunghe e strette di tronchi di albero, le vecchie tapparelle o i sacchi di juta lacerati appesi alle pareti; oppure come la grande opera posta a terra costituita dall’assemblaggio di lastre e frammenti di pietra su cui la scena è dipinta solo parzialmente, quasi che il resto fosse stato distrutto in un bombardamento. Altrettanto stupefacenti sono i disegni del Matteo bambino, che a sei anni compone uno storyboard completo di Pinocchio: ventuno riquadri di cui diciassette disegnati, tre con didascalie su “pinochio” e “giepetto” / “gepeto”, e l’ultimo con la parola “fine”. C’è tutto, l’interno e l’esterno, la notte e il giorno, Pinocchio, Geppetto, il Gatto e la Volpe, la Balena, Lucignolo, la Fatina… E poi alcuni disegni coloratissimi e pieni di dettagli eseguiti dai sei agli otto anni, caratterizzati da un horror vacui istintivo e dall’abilità di riprodurre le sue trasposizioni fantastiche della realtà, mostrando fin da allora l’innata capacità di alternare staticità contemplativa e dinamismo narrativo come avrebbe poi fatto in tutto il suo percorso artistico, pittorico e registico.

C’è poi un’altra mostra di cui ci occupiamo, non tanto perché è stata l’altra sulla quale è ricaduta la scelta dei pochissimi giorni a Bologna, ma per motivi in parte dettati da concomitanze particolari. Si tratta di Jack Vettriano, prima esposizione italiana dedicata al pittore scozzese il cui quadro simbolo, The singing butler, rappresenta una elegante coppia in abito da sera che danza su una spiaggia ventosa protetta dagli ombrelli di una cameriera e di un maggiordomo, il quale fornisce alla coppia anche la musica su cui ballare, cantando, come Vettriano ha immaginato, Fly me to the moon di Frank Sinatra.

Allestita in diverse sale dello splendido Palazzo Pallavicini – una delle quali interamente dedicata agli scatti che il ritrattista ufficiale del Sunday Times Francesco Guidicini ha eseguito nello studio di Jack Vettriano ritraendolo in diverse pose – l’esposizione, visibile fino al 20 luglio 2025, è curata da Francesca Bogliolo e allestita con la collaborazione dell’artista. La sua visita è una full immersion nell’immaginario di Vettriano che con il cinema ha diverse attinenze: i suoi quadri, spesso raffiguranti solitarie e raffinate figure femminili a volte vestite di tutto punto a volte nude o in succinta e provocante biancheria intima, sono universalmente rinomati per gli scenari cinematografici in cui atmosfere noir e sensuali si alternano ad altre nostalgiche e romantiche. Per quanto interessante, la mostra ha il limite di presentare, su una settantina di opere incorniciate come quadri originali, soltanto quattro oli autentici. Tutte le altre, la cui definizione nelle didascalie che ne riportano i titoli è “opera su carta museale”– carta pregiata di cotone ad alta grammatura che rispetta diversi specifici criteri – sono stampe, fedeli nei colori, ma pur sempre stampe, che non offrono la stessa profondità di osservazione dei dipinti originali, come ad esempio il modo di applicare i colori, la matericità della stesura degli impasti, i tratti delle pennellate. In effetti evidenti segni di pennellate ci sono, tuttavia sono quelle delle passate di vernice trasparente, più o meno lucida e spessa, applicate come finitura sulle immagini, se dall’artista o da altri non si sa, a volte invadendo anche i passepartout.

È vero che mostre di questo tipo tendono a diffondersi – oltre che per motivi economici, preservativi degli originali o di impossibilità di reperimento e/o di trasporto – con intenti didascalici ed educativi pregevoli, come quello di diffondere a un pubblico popolare quanto più ampio possibile la conoscenza complessiva di un autore e dell’arte in generale. Tuttavia, sebbene l’obiettivo conoscitivo sia perseguito con successo anche grazie ai ricchi pannelli descrittivi, la delusione è inevitabile, soprattutto facendo affidamento al comunicato stampa originale e al materiale cartaceo, in cui la generica presentazione di “un percorso che vede alternarsi più di 70 opere tra oli, grafiche a tiratura limitata create appositamente per Palazzo Pallavicini” non lascia prevedere che gli originali in mostra sono solo quattro. Successivamente modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze dei visitatori, il sito di Palazzo Pallavicini ora specifica il numero degli oli. 

Quanto al presente accostamento tra Garrone e Vettriano, nasce in parte dalla coincidentale coesistenza spazio-temporale di due artisti molto legati al cinema, sebbene in modo assai differente, ma soprattutto da quel titolo così pertinente per Matteo Garrone, Prima del cinema la pittura, un cui ideale ribaltamento in Prima della pittura il cinema potrebbe indicare l’essenza dello stile di Vettriano e forse, con un’ulteriore variazione, qualcosa di più profetico. Entrare nella prima sala e trovarsi subito di fronte alle opere più specificamente assimilabili al cinema noir, con gli interni scuri dalle luci sapientemente indirizzate – forse stanze d’albergo momentaneamente abitate da ambigue coppie clandestine i cui personaggi maschili, anche se di spalle o raffigurati parzialmente di quinta, sono quasi sempre autoritratti sublimati in attraenti versioni cinematografiche – può creare strani scherzi della fantasia. Come quello di trovarsi di fronte, da un momento all’altro, ad un quadro inesistente raffigurante la scena di una morte sospetta, forse un omicidio, con un cadavere maschile riverso sul pavimento, o sul letto, o reclinato sulla poltrona di una di quelle equivoche stanze, con i colori che dal nero attraversano le tonalità dei bruciati e con un taglio di luce che colpisce la camicia bianca e le bretelle tipiche degli autoritratti idealizzati. Pare non ci siano misteri sulla morte di Vettriano, trovato senza vita per cause naturali nel suo appartamento di Nizza all’età di 73 anni il primo marzo scorso, quattro giorni dopo l’inaugurazione della sua prima mostra italiana, ora diventata prima retrospettiva postuma italiana. Eppure non sarebbe poi così strano immaginarlo in una delle sue tipiche ambientazioni noir, incorniciato in bella mostra in mezzo ai tanti fotogrammi di film immaginati che ha scelto di fermare sulla tela. 

La vita ha riservato a Vettriano un immenso successo commerciale – i poster di The singing butler sono la riproduzione più venduta nel Regno Unito e nel 2004 il dipinto originale è stato battuto per quasi 750.000 sterline a un’asta di Sotheby’s – ma anche moltissime critiche. Utilizzando come sintesi le opinioni riportate anni fa su The Guardian, Jack Vettriano, spesso paragonato a Edward Hopper per l’atmosfera di attesa e sospensione delle sue inquadrature, sarebbe un Hopper senz’anima: “Il suo stile assomiglia superficialmente a quello di Edward Hopper, ma i quadri di Hopper sono colmi di emozioni intense, a dispetto della loro apparente semplicità”. Forse è anche per questo che la sua vita è stata costellata da forti depressioni e da uso e abuso di alcool e cocaina.

Chi ha dentro di sé la necessità e l’urgenza di dipingere lo fa come sente e come può e lui l’ha fatto, forse aspirando a qualcosa di più impalpabilmente enigmatico ed esistenziale, qualcosa di universale ed eterno. Il successo commerciale non sempre è sinonimo di arte, ma non è neppure il suo contrario. Forse per Vettriano la verità sta nel mezzo. E forse, per lui, per la sua esistenza contraddittoria, per le sue scene pittoriche irrisolte, e soprattutto per la sua fine così particolare, da film prima ancora che da quadro, concludiamo con l’ulteriore variazione precedentemente annunciata. Ancora a partire dal titolo della mostra di Garrone, un immaginario ultimo quadro di Vettriano, quello che non ha fatto in tempo a dipingere, ma che forse aveva già immaginato come fotogramma di uno dei suoi film, avrebbe potuto profeticamente intitolarsi: Prima della morte il cinema.

Prima del cinema la pittura: le opere di Matteo Garrone, mostra a cura di Matteo Garrone, scenografie di Giancarlo Basili, Cineteca di Bologna, Galleria Modernissimo, 10 aprile 2025 – 6 ottobre 2025.

Jack Vettriano, mostra a cura di Francesca Bogliolo con la collaborazione dell’artista, scenografie di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci, Bologna, Palazzo Pallavicini, 26 febbraio 2025 – 20 luglio 2025.

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