Perché sì

di SIMONA ARILLOTTA

Per Letizia Battaglia.

La prima volta che ho incontrato Letizia Battaglia mi trovavo al Centro Internazionale di Fotografia, a Palermo. Eccola, la rivedo lì, seduta alla scrivania dove era solita accogliere chiunque passasse a visitare le mostre che, periodicamente, venivano presentate al Centro: sguardo curioso e profondo, sorriso gentile, capelli fucsia, macchina fotografica al collo e l’immancabile sigaretta tra le dita. Ricordo che a colpirmi, tuttavia, fu soprattutto la scritta al neon posta sul muro alle sue spalle, che diceva così: picchì idda? In quel momento ho avuto come l’impressione di trovarmi davanti a una specie di oracolo, e che quella domanda che la sovrastava fosse lì da sempre, in attesa di risposta. In seguito, Letizia mi raccontò che quella domanda – «perché lei?» – aveva una storia diversa: era il frutto di un malumore poco celato che aveva iniziato a serpeggiare quando, dopo anni di attesa, venne finalmente assegnato a lei uno spazio ai Cantieri Culturali della Zisa per poter realizzare quello che poi, di fatto, è diventato uno tra gli spazi espositivi più importanti della Sicilia – e dell’intero Sud.

Ho pensato molto a cosa scrivere per questo omaggio a Letizia, a pochi giorni dalla sua morte. Il rischio, per chiunque scriva “da vicino”, è quello di rimanere intrappolati tra le maglie insidiose della nostalgia. Così, per provare a ricucire lo strappo che ogni morte provoca, ritorno oggi a indagare quell’interrogativo rimasto aperto, non certo per provare a darne risposta, quanto, invece, per provare a ri-tracciare il senso di una domanda che, nel porsi, sembra insinuare una predestinazione. Perché lei, dunque?

“Avrei potuto fare la scrittrice” – mi disse in un’altra occasione Letizia – “potevo fare pure la calzolaia se lo avessi imparato. Con la macchina fotografica, però, è stata un’alchimia potente”. Un legame, quello con la sua “macchinetta”, nato per caso, quando nel 1969 scattò la sua prima fotografia: aveva da poco iniziato a collaborare con il giornale “L’Ora” e, poiché nessun fotografo poteva accompagnarla, si fece prestare una vecchia Leica e uscì da sola per raggiungere la casa di una prostituta, Enza Montoro, accusata di essere complice di un omicidio. Da quel primo momento, e per tutta la vita, fotografare si è tradotto per Letizia in un “dover essere lì”, raccontare come impegno civile, per non essere passiva davanti alle cose che le accadevano intorno. La tecnica, i tempi di posa, l’apertura del diaframma, l’inquadratura, l’utilizzo delle lenti: tutto sarebbe venuto in un secondo momento.

Quando dopo il primo incarico al giornale “L’Ora” si trasferì da Palermo a Milano, “essere lì” voleva dire testimoniare l’autunno caldo e gli scontri durante le manifestazioni, e per paura di non fare delle buone fotografie Letizia scattava fino a consumare l’intero rullino. Ed è forse a questa paura che dobbiamo le diciassette meravigliose fotografie realizzate in occasione del dibattito Libertà di espressione tra repressione e pornografia che si tenne al Circolo Turati di Milano nel 1972, e che vide al centro dello scontro il film I racconti di Canterbury. Pier Paolo Pasolini è lì e c’è anche Letizia: lui ha un’espressione addolorata, le sue mani sostengono il viso, lo coprono quasi a difesa dalle accuse che gli vengono mosse; lei continua a fotografare senza sosta, incamerando su di sé il dolore di Pasolini uomo, prima di tutto, e poi dell’artista.

E di dolore, Letizia, ne avrebbe di lì a breve fotografato ancora molto quando, ritornata a Palermo, si trovò in prima linea a raccontare la mattanza della seconda guerra di mafia. Di quel dolore, tuttavia, non ne ha mai fatto spettacolo, la necessità della fotografia – del dover essere lì, ancora – non ha mai prevalso sul rispetto che la fotografa ha sempre dimostrato nei confronti dell’essere umano: «Alcuni miei colleghi aspettavano il momento esatto in cui la notizia della morte del figlio, o del marito, giungeva alle mogli o alle madri di quei cadaveri riversi sulla strada: era quello il momento per fare una foto spettacolare; altri invece, raccoglievano delle foglie di fichi d’India e le mettevano accanto al cadavere per rendere la foto “più siciliana”. Io ho solo tentato di fare delle buone foto che testimoniassero di quell’evento».

Ma cos’è “l’evento” per la fotografia? È ciò che ci dice nel e del momento che viene rappresentato, o forse è necessario provare a interrogare ciò che è stato nel tempo futuro che le immagini producono – letteralmente – nella loro sopravvivenza? Cosa ci dice oggi, per esempio, la foto del non-ancora Presidente Mattarella mentre tiene in braccio il cadavere del fratello Piersanti? O ancora: cosa avrà s-velato agli agenti della DIA la foto di Giulio Andreotti con il boss Nino Salvo, vent’anni dopo che la fotografa scattò quella foto – “la foto più brutta che ho fatto, è sfocata” – all’albergo Zagarella nel 1979? Blow-up. Ri-costruire il lavoro di Letizia Battaglia vuole dire soprattutto disporsi davanti all’apertura nella storia che quelle immagini costantemente impongono.

Molto si è detto sulle fotografie realizzate per il giornale “L’Ora”, che hanno saputo raccontare la guerra civile di Palermo come nessun altro prima, e che valsero a Letizia il prestigioso premio Eugene Smith; così come tanto si è già raccontato del tentativo da parte di Letizia di liberarsi di quelle foto che per anni l’hanno imprigionata nel ruolo di “fotografa della mafia”. Una volta le chiesi se c’erano delle foto che più di altre l’avevano ossessionata. Mi rispose che più delle foto fatte, ad ossessionarla erano situazioni da cui non aveva tratto grandi foto, o che non era riuscita a fotografare: “L’ossessione mia è che non sono andata a fotografare Falcone quando l’hanno ammazzato. Non ho avuto la forza e ancora oggi mi dispiace di questa me che non ha avuto il coraggio di continuare a documentare, a raccontare. Ero troppo, troppo ferita”. Per una volta, Letizia non è lì: come fotografare, del resto, un dolore al quale era impossibile attribuire una forma?

Eppure, a quel 23 maggio Letizia tornerà diversamente venticinque anni dopo, insieme a Franco Maresco, per realizzare con lui La mafia non è più quella di una volta. Perché se per la fotografa il dovere etico e morale del raccontare non è mai venuto meno “malgrado tutto”, e se è ancora necessario ricordare – «senza essere scettici di merda» – il sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino, la commemorazione come parata sancisce il fallimento di un impegno contro la mafia ormai ridotto, anche quello, a puro spettacolo. L’unica possibilità rimasta, allora, è quella di s-montare tutto per costruire così una diversa narrazione – così come era già stato con la serie Rielaborazioni. E così, tra gag e situazioni al limite del comico, con spiazzante autoironia Letizia ci ha mostrato – ancora una volta – un’altra via possibile.

Ma accanto alle foto che hanno raccontato la morte per mano della mafia, ci sono le molte altre scattate per celebrare la vita: le immagini delle bambine, prima di tutto, immortalate per le strade di Palermo e del mondo; le foto delle donne – amiche ma anche sconosciute – che Letizia ha realizzato per dare forma a un modo di essere femminista che le era proprio, e che nasceva prima di tutto da un riconoscersi nello sguardo e nei corpi delle altre. E poi ci sono le foto per raccontare la sua Palermo, la città che ha continuato a richiamarla ogni volta che da quei luoghi carichi di ricordi dolorosi Letizia ha provato ad allontanarsi.

Partita da una domanda, picchì idda, ho lasciato che a rispondere fosse il lavoro stesso di Letizia, così come anche le sue parole, quelle che nel corso di questi anni mi ha generosamente consegnato. E forse, se davvero dovessimo dare una risposta, questa potrebbe essere una, e una soltanto: perché sì. Perché solo Letizia Battaglia, fotografa, scrittrice, attivista, editrice, regista, madre, donna, amica, poteva “essere lì”, davanti a tutti quei dolori, e raccontarli facendosene carico nel modo unico e irripetibile in cui lo ha fatto. Mi piace pensarla ancora seduta a quella scrivania, con la “macchinetta” al collo e la sigaretta tra le dita. Che ci osserva e poi, ancora una volta, scatta.

Ciao Letizia.

Letizia Battaglia, Palermo 1935 – Cefalù 2022.

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