Secondo Adorno, sarebbe stato barbaro scrivere poesia dopo Auschwitz, un’affermazione da cui, a partire dagli anni Novanta, si è sviluppata la trauma theory. In quegli anni si è infatti iniziato a riflettere sull’incomunicabilità dell’esperienza traumatica così come sulla problematicità della rappresentazione di quello che era considerato «il trauma cruciale del secolo» (Leys 2000, p. 15). Piuttosto che rinunciare alla poesia, risulta necessario scriverla attraverso la propria impossibilità, ricorrendo a modalità di espressione e di figurazione che possano riflettere su questa impossibilità di rappresentazione e di memoria. Gaza, da questo punto di vista, è un ulteriore caso limite. Il libro di Bifo, Pensare dopo Gaza, inizia sottolineando come ciò che sta succedendo in Palestina, oltre che una tragedia umana, sia la dimostrazione definitiva del fallimento della civiltà, dell’umanesimo e dell’universalismo razionale. La ferocia che ha preso il sopravvento è da considerarsi una nuova norma storica.
Secondo il filosofo italiano, «quel che gli israeliani stanno facendo a Gaza, quel che gli israeliani fanno da decenni in tutto il territorio della Palestina, ha la stessa qualità di crudeltà e di accuratezza scientifica che ebbe lo sterminio di ottant’anni fa» (Bifo 2025, p. 52). Una differenza sostanziale, continua Bifo, è che «nel 1945, nonostante la morte di decine di milioni di persone […], esisteva l’energia di una società giovane e la fiducia in un futuro ancora possibile, un futuro di democrazia, o di socialismo, o di pace e di rispetto dei diritti umani» (ivi, p. 41). Oggi non si intravede niente all’orizzonte, nessun dopoguerra. Un’altra differenza tra Auschwitz e Gaza, sta nel carattere pubblico. Se per l’Olocausto non c’erano telecamere a filmare, oggi «l’umanità siede in salotto e osserva nello schermo il suo proprio futuro anticipato dal presente di Gaza» (ivi, p. 53). Le immagini di morte e distruzioni però rischiano di produrre «una sorta di nichilismo visuale: assuefazione estetica all’orrore» (ivi, p. 54). Il richiamo all’Olocausto torna più volte nel libro così come nei discorsi odierni legati all’occupazione israeliana in Palestina. Come spesso accade nella Storia, chi ha subito violenza finisce per esercitarla contro chi è ancora più debole, accettando di diventare predatore per non essere più preda.
Bifo ripercorre la storia dello Stato di Israele, la cui forza e la cui ferocia, che utilizza come tentativo di prevenzione in nome della propria difesa, coincidono con una forma di vendetta, non contro i nazisti o gli europei ma contro popoli indifesi che nulla hanno a che fare con l’antisemitismo. Innalzandosi a barriera preventiva contro il rischio di nuove aggressioni antisemite, attraverso una feroce politica di “autodifesa”, con la complicità dell’intero Occidente, Israele si pone come risposta vendicativa al trauma dell’Olocausto, approfittando «della sofferenza subita nel passato dai loro antenati per farne ragione di un privilegio e per finalmente godere del dolore inflitto a chi non può difendersi» (ivi, p. 26).
L’aggressiva riterritorializzazione del popolo ebraico in uno stato sionista, di stampo coloniale e fortemente militarizzato, sopravvissuto allo sterminio, rispecchia una mancata rielaborazione del trauma dell’Olocausto, un trauma «da cui la storia trae la sua energia distruttiva» (ivi, p. 28), che ha dimostrato come la ragione debba «chinare la testa davanti alla ferocia. E che solo la ferocia può proteggere dalla ferocia» (ivi, p. 15). Israele nasce sull’ipertrofia della memoria, in nome della memoria della memoria, un paese che rivendica il diritto a tornare in una terra da cui ritiene di essere stato cacciato duemila anni fa. Il problema, come sottolinea Bifo, è che «l’effetto di questa (incancellabile) memoria è la paralisi, la paura, oppure è il risentimento, la volontà di vendetta» (ivi, p. 85). Facendo riferimento ai quattro modelli che individua Aleida Assmann per affrontare un processo di revisione e rielaborazione di un passato traumatico (oblio dialogico, ricordare per non dimenticare, ricordare per dimenticare, ricordo dialogico), possiamo ricondurre la costruzione del paradigma vittimario israeliano come risorsa e strategia politica per rimodellare e riconfigurare la memoria culturale che, inevitabilmente, si fonda su mediatori e politiche mirate.
Nonostante la fondazione dello Stato di Israele voleva porre le basi per tracciare un nuovo inizio per i sopravvissuti e le generazioni future, la società israeliana si è trasformata sempre più in una comunità rituale della memoria. Suggellata dall’obbligo morale di “ricordare per non dimenticare”, la memoria dell’Olocausto ha acquisito i connotati di una religione civile. Il ricordo viene visto come l’unica risposta adeguata a questa esperienza collettivamente distruttiva e devastante, riscoperta non solo come rimedio terapeutico per i sopravvissuti, ma anche come obbligo etico e spirituale per le milioni di vittime. Il terzo modello individuato da Assmann, “ricordare per dimenticare”, si discosta da un patto del ricordo, che rischia, come nel caso dello Stato d’Israele, di diventare una fissazione semi-religiosa. A partire dagli anni ‘80 e ‘90, abbiamo assistito ad una nuova politica della memoria, in Sudamerica ad esempio dopo le dittature, che non è più in stretta opposizione all’oblio, ma in alleanza con esso. In questo caso, «il ricordo non viene attuato per memorizzare un evento del passato in un futuro indefinito, ma viene introdotto come strumento terapeutico per pulire, per epurare, per guarire, per riconciliare. Non è perseguito come un fine in sé, ma come un mezzo per un fine, che è la creazione di un nuovo inizio» (Assmann 2011, p. 17).
Come riprende Bifo, «la lotta per allontanarsi dal potere (e magari per distruggerlo) ha senso unicamente se è liberazione dalla memoria, da tutte le memorie» (Bifo 2025, p. 85). Più che ricordare le innumerevoli violenze e ingiustizie subite, se questo porta al «ritorno della violenza omicida come reazione primordiale di difesa della propria sopravvivenza» (ivi, p. 10), è meglio disertare la memoria e non farsi soprassedere da questa. Se la lezione che ci ha lasciato Israele è che le vittime non cercano pace, ma vendetta, e che se per non essere più vittime bisogna diventare carnefici, allora è la ferocia a governare la Storia. Il massacro di Gaza mostra il fallimento del progetto umanistico della civiltà moderna, dell’universalismo della ragione e della democrazia. Si è cercato di subordinare la ferocia alla ragione e al linguaggio ma nel regno della ferocia, il linguaggio è uno strumento di sterminio, parte di una tecnologia della distruzione sempre più sofisticata. Il compito di chi pensa è quello di svelare «quale dramma si svolge nel teatro della sua consapevolezza» (ivi, p. 7): osservare, nominare, e comprendere l’abisso in cui siamo precipitati.
Riferimenti bibliografici
R. Leys, Trauma. A Genealogy, The University of ChicagoPress, Chiacago 2000.
A. Assmann, From Collective Violence to a Common Future: Four Models for Dealing with a Traumatic Past, in M. Modlinger, P. Sonntag, a cura di, Other People’s Pain Narratives of Trauma and the Question of Ethics, Peter Lang, Bern 2011.
Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025.