L’avventura del romanzo coincide con la vita post-mitica dell’uomo, e si misura dunque con una forma ironica, che vuole arrivare lì dove sembra impossibile, cioè a cogliere la vita in sé. Per fare questo la forma – negli esempi più radicali – si costituisce dissolvendosi, saltando la mediazione non solo dell’intreccio (il mythos aristotelico) ma perfino del personaggio (ethos). In molti casi, quest’ultimo diviene un pretesto per assurgere ad una libertà della forma che solo così potrebbe cogliere ciò che fuoriesce da ogni striatura identitaria e sociale. Il modernismo è stato il momento in cui tale libertà formale ha raggiunto il suo massimo, e Virginia Woolf la narratrice che meglio di altre ha incarnato tale libertà: «La vita non è una serie di lampioncini disposti in ordine simmetrico; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci racchiude dall’alba della coscienza fino alla fine. Non è forse compito del romanziere esprimere questo spirito mutevole, misterioso e indefinito, per quanto possa mostrarsi complesso e aberrante, con una miscela possibilmente priva di elementi esterni ed estranei?» (Woolf 2001, p. 192).
Orlando è il grande romanzo attraverso il quale Virginia Woolf, lasciandosi mediare da un personaggio di esplicito valore simbolico, che attraversa più secoli (dal Cinquecento al Novecento), e cambia perfino sesso, divenendo da uomo donna, mette in opera attraverso la scrittura un divenire che mette in questione ogni regime identitario. Che non è però del tutto dissolto, ma resta attraverso la forma della biografia di un personaggio, sia pur immaginario. Tale restare del personaggio fa di Orlando da un lato una tappa nel processo creativo di Virginia Woolf, che poi si radicalizzerà con Le onde (cfr. Fusini, Introduzione a Woolf 1998), dall’altro consente una restituzione drammaturgica.
E quello che abbiamo visto in Orlando, uno spettacolo intenso diretto da Andrea De Rosa, su drammaturgia di Sinisi, con una notevole interpretazione di Anna Della Rosa.
Se nella scrittura di Virginia Wolf il personaggio ancora non scompare, anzi resta il centro, sia pur simbolico, è perché resta la persona, cioè quel nucleo sentimentale ed affettivo che nel caso di Orlando unisce amore e dolore, sentimenti che Virginia prova verso Vita Sackville-West, scrittrice e sodale. Lo spettacolo è costruito come una lunga lettera che Virginia scrive a Vita e che passa oltre che per la loro corrispondenza anche attraverso il romanzo, mescolando biografie reali e immaginarie.
Se la metamorfosi può appartenere al personaggio – motivo profondissimo nella letteratura occidentale –, ciò che appartiene alla scrittura quando ambisce a cogliere intensità e molecolarità della vita è il divenire.
Wolf in Orlando è consapevole della distanza tra scrittura e vita: «Il verde della natura è una cosa; il verde in letteratura è un’altra» (Woolf 1998, cit. p. 618). Le cose non sono sovrapponibili, il farlo è pericoloso. La vita può divenire solo attraverso la scrittura, non può divenire in sé senza sconfinare nel caos, nella follia, nella morte.
Con l’eccezione di pochi passaggi (quelli in cui nel testo si enuncia il desiderio come una sorta di parola d’ordine che aprirebbe un ordine illimitato di possibilità), lo spettacolo ne è consapevole: il divenire appartiene alla scrittura, che però non è contrapposta alla vita, ma è la forma più intensa del vivere.
Solo attraverso una scrittura fondata sul “proprio modo di sentire” si può divenire, accedendo all’“alone luminoso” della vita, dissolvendo non solo forme narrative e personaggi, ma perfino l’identificabilità stessa del mondo: «Nessun intreccio, nessuna commedia, nessuna tragedia, nessuna storia d’amore o catastrofe nello stile comunemente accettato, e forse nemmeno un bottone cucito secondo i dettami dei sarti di Bond Street» (Woolf 2001, p. 192).
Gilles Deleuze, in uno dei suoi ultimi testi, La letteratura e la vita, ci dice che il divenire può appartenere solo alla scrittura, l’unica capace di giungere a zone di indiscernibilità: «Scrivere è una questione di divenire, sempre incompiuto, sempre in fieri, e che travalica qualsiasi materia vivibile o vissuta. È un processo, ossia un passaggio di Vita, che attraversa il vivibile e il vissuto. La scrittura è inseparabile dal divenire: scrivendo si diventa-donna, si diventa-animale o vegetale, di diventa molecola fino a diventare impercettibile» (Deleuze 1996, p. 13). Allora, la scommessa vinta dello spettacolo sta nel trattenere questo divenire nel personaggio metamorfico di Orlando, senza liberarlo in una scrittura scenica puramente intensiva, né arretrarlo all’identità psicologica di una persona (inquieta, innamorata, sofferente).
Se questo è potuto accadere, è sia per la regia convincente di De Rosa nella scelta di una misura, sia per un suggestivo spazio scenico disegnato da Stellato, e immaginato con una quercia centrale – dalla quale cadono fogli di carta – e un prato quadrato, ma soprattutto per la interpretazione di Anna Della Rosa. Quest’ultima è stata capace di dare al personaggio una notevole potenza dinamica, tutta esposta in scena fin dall’inizio (la vediamo, entrando, ai piedi della quercia), dove la metamorfosi maschile-femminile avviene senza vere variazioni mimetiche, ma con un semplice togliersi un cinturone e indossare un cappello. Il dinamismo attoriale dà forma ad una soggettività emotiva che ama, soffre e scrive, e dunque insiste.
Prima di desistere, quando la potenza metamorfica si arresta, il divenire invade senza più argini la vita di Virginia, divenendo pura forza autodistruttiva alla quale la scrittura non riesce a dare più forma. È il 28 marzo del 1941, quando Woolf si annegherà, riempendosi le tasche di sassi, nel fiume Uz. È l’ultima immagine su cui si chiude lo spettacolo, con il dispositivo scenico che aveva lanciato fino a quel momento fogli di carta che si abbassa su Virginia, raccolta in posizione fetale a terra.
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, Critica e clinica, Raffaello Cortina, Milano 1996.
V. Woolf, Romanzi, I Meridiani Mondadori, Milano 1998.
Id., Voltando pagina. Saggi 1904-1941, il Saggiatore, Milano 2001.
*Foto di Andrea Macchia.