Pandemia, tecnica e diserzione

di SALVATORE SPINA

Nella società pandemica. Prove tecniche di tecnocosmo di Agostino Cera.

Uno dei concetti più interessanti e parimenti più difficili da inquadrare all’interno del panorama della filosofia contemporanea è quello di iperoggetto. Apparso per la prima volta in un testo del 2013 del filosofo inglese Timothy Morton, che reca appunto il titolo Hyperobjects. Philosophy and Ecology after the End of the World, esso non può essere colto in maniera concettualmente pura in quanto la sua comprensione dipende direttamente dalle manifestazioni ad esso intimamente connesse. Prendendo come esempio privilegiato il riscaldamento globale, Morton mostra come di esso noi non possiamo darne una definizione essenzialistica, bensì analizzarne “esclusivamente” i singoli effetti nelle realtà particolari; non esiste il riscaldamento globale, ma ci sono le mareggiate che corrodono le spiagge, i ghiacciai che si sciolgono, etc. D’altro canto, si comprende come una visione del genere, in cui ad essere al cuore della questione è il “come” e non il “cosa”, possa mostrare più di un’affinità con l’ontologia orientata all’oggetto (OOO) di Harman.

Nelle pagine del testo Nella società pandemica. Prove tecniche di tecnocosmo di Agostino Cera la pandemia di Coronavirus, che dal 2020 è entrata nelle nostre vite in maniera prepotente diventando, nostro malgrado, il centro di ogni discorso politico, storico, sociologico, economico, sportivo e, ça va sans dire, filosofico, viene considerata come un vero e proprio iperoggetto. Analizzata secondo la lente ermeneutica degli iperoggetti la pandemia non esiste. Attenzione, però a non confondere questo piano interpretativo con quello di Giorgio Agamben (Agamben 2021), il quale parla di “invenzione” di una pandemia e dal quale lo stesso Cera prende decisamente le distanze (Cera 2022, pp. 154-178).

Non esistendo come oggetto, la pandemia, in quanto iperoggetto, è comprensibile unicamente a partire dalle manifestazioni che di essa noi abbiamo contezza. E se, da un lato, spetta alla medicina e alla scienza comprendere quali siano l’origine, le cause e i possibili rimedi, dall’altro, compito del filosofo è quello di cogliere come la pandemia si sia manifestata nella società in quanto “fenomeno pandemico”. Mi pare che l’idea contenutistica di Cera di considerare la pandemia come un iperoggetto trovi la propria attuazione formale nel dedicare la prima parte del volume Nella società pandemica. Prove tecniche di tecnocosmo a quello che, con accenni andersiani, viene chiamato «giornalismo metafisico». La seconda parte del volume, quella più “classica”, è invece il tentativo più organico di pensare filosoficamente attraverso tre saggi più corposi e strutturati il fenomeno pandemico in tutta la sua portata epocale.

Nonostante questa divisione formale, messa peraltro in evidenza nell’introduzione, mi pare che il testo sia attraversato da un’unitarietà di fondo, ascrivibile al fatto che Cera parta da un presupposto che è al contempo heideggeriano e, in seconda battuta, andersiano. La koinè entro cui la pandemia ha avuto luogo è tecnica; la sua specificità è quella di essere avvenuta in un tecnocosmo. Nonostante la storia dell’umanità sia stata caratterizzata da altri eventi pandemici – la peste del Trecento, la Spagnola del Novecento, solo per citarne alcuni –, essa non ha mai sperimentato una crisi di tale portata in un mondo totalmente tecnico.

Senza poter qui approfondire la cosa, ma sarebbe senz’altro interessante mostrare come in fondo anche l’oggetto “tecnica” possa essere pensato, al pari del riscaldamento globale, della pandemia, e di tanti altri, come un iperoggetto. Se la tecnica, intesa in maniera ontologicamente determinante, come modo di disvelamento dell’essere, è il paradigma attraverso cui la pandemia deve essere compresa, allora ogni fenomeno che a quest’ultima afferisce è degno di un’indagine ulteriore. E, in fondo, è questo il compito che prende forma nelle pagine dell’intenso e appassionante saggio di Agostino Cera.

Innanzitutto bisogna farla finita con qualsiasi illusione legata ad una presunta neutralità della tecnica e dei suoi numeri. Anche laddove tutto sembra pacifico e lineare, come insegnano Nietzsche e Heidegger, la lotta è «per la potenza e per il dominio». In pagine intensissime, Cera ci mostra come il trionfo del datismo, la religione del contemporaneo, che durante la pandemia ha avuto nei virologi i suoi nuovi sciamani, sia frutto di giochi di potere studiati a tavolino. Giochi che trovano un alleato potentissimo nei media, in particolare nella televisione in cui tutto è ridotto a spettacolo e intrattenimento e in cui la (post)verità è solo quella che appare più appetibile.

Tuttavia dietro questi dati, dietro questi numeri, dietro questa infosfera da rivoluzionari naif ci sono donne e uomini; ed alcuni di questi sono morti perché il presupposto alla base di una società che ha fatto del datismo e del numero la propria religione è il capitalismo (pandemico), che per essenza è più preoccupato dei propri guadagni e dei propri bilanci che della salute e del bene comune. Un capitalismo che si è radicato talmente tanto nelle profondità dell’essere dell’uomo da risultare incomprensibile anche una minima contestazione alla sua logica interna. Infatti, evidenza Agostino Cera, anche durante la pandemia, quando la cosa più logica sarebbe stato sospendere ogni limitazione relativa ai brevetti sui vaccini per renderli così accessibili e fruibili gratuitamente a tutti, il capitalismo si è mostrato incapace di ripensare le proprie gerarchie interne tra salute e profitto. In fondo, Mark Fisher è stato buon profeta: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

Dicevamo che per comprendere la pandemia dobbiamo partire dal presupposto che essa sia tale solo in quanto avviene all’interno di una società connotata tecnicamente. Partendo da alcuni studi di Manuel Castell, scrive Cera: «La network society emerge come potenziale pandemic society nella stessa misura in cui si rivela de facto una Gestell society» (ivi, p. 122). Cera ricava da Castell l’idea che la nostra società sia una società della connessione, una società dei nodi; dove ogni singolo punto sia connesso all’altro e, dunque, potenzialmente interdipendente. Tuttavia questa visione di Castell rimane troppo connessa a una sorta di informazionalismo à la Floridi, rimanendo vittima di quella ontophobic turn a cui fa riferimento Cera nelle sue pagine (ivi, p. 131). Si tratta, invece, di mostrare come alle spalle della network society ci sia una vera e propria visione del mondo ontologicamente determinata in cui l’essere è compreso tecnicamente nella forma dello scambio, della produzione, della provocazione, della sostituibilità, della velocità, dell’efficienza, della volontà, della circolarità etc. In una parola, quello che Cera chiama con un termine heideggeriano Gestell [Imposizione-Impianto].

Una società di siffatta forma, dunque, è per sua natura incline a essere “pandemica”. Maggiore è il numero degli incontri, delle connessioni, degli scambi e maggiori saranno inevitabilmente le possibilità di contrarre virus – è questa una regola base di qualsiasi sistema informatico. E, tuttavia, ci dice Cera, questa caratteristica della Gestell society è qualcosa di illusorio; o, quantomeno, qualcosa da considerare come un bug del sistema da riparare e normalizzare nel più breve tempo possibile. Avendo carattere totalitario e totalizzante il flusso (flow) della società della tecnica non vuole ostacoli; le differenze esistono esclusivamente per essere superate, eliminate. Come insegna il filosofo coreano Han, tutto deve essere perfettamente trasparente, liscio e uniforme, in quanto ogni differenza si trasforma prima in diffidenza e poi in tabù.

L’eliminazione di ogni differenza, o quantomeno la sua neutralizzazione, richiama alla memoria – e giustamente Cera lo mette in evidenza – il paradigma immunitario scandagliato, tra gli altri, da Roberto Esposito. L’idea di una comunità totalmente immune, tornata d’attualità in questi ultimi due anni e mezzo di pandemia, rappresenta un vero e proprio “impossibile”; eppure è l’obiettivo ultimo a cui la tecnica, in quanto mezzo che si sta riscoprendo attraverso avatar e metaverso sempre più neo-cartesiano e, dunque, capace di esonerarci dal corpo, a fatica riconquistato da tutto un filone di pensiero moderno e contemporaneo, aspira.

La network society si è così trasformata in una sorta di idioverso; un universo unario e uniforme in cui la differenza si dispiega non nella sostanza ma solo nei differenti modi di dire sì a quello che è l’unico orizzonte entro cui ci muoviamo e da cui siamo pienamente catturati. Direbbe Heidegger che il vero pericolo di una tale situazione consiste nell’essere assuefatti da questa condizione e nel non percepirla come il «sommo» pericolo.

Di fronte a una tale situazione quali alternative si pongono? Che fare? Probabilmente la domanda è posta in maniera sbagliata. Non si tratta di comprendere cosa fare, bensì cosa non fare. O meglio, come dis-fare e destituire qualsiasi logica dell’azione e dell’atto. Se l’orizzonte della tecnica è quella del fare, del machen, della Machenschaft di cui parlava Heidegger nei sui trattati ontostorici degli anni trenta, si tratta di porsi su un piano totalmente altro. È necessario individuare uno spazio e un tempo altro, quello di una parabasi che spezzi i ponti con la logica del fare, dell’azione, dell’agency, dell’efficienza, del nesso causa-effetto.

Cera individua questa possibilità nella figura dello scrivano Bartleby di Melville che tanto ha affascinato Agamben e Deleuze; colui che, nel cuore del capitalismo di Wall Street, è capace di fare inceppare la macchina della produzione senza far nulla. E tutto in nome di un qualcosa che nasce in nome dell’imponderabile, dell’imprevisto: il desiderio. Preferisco di no! Io diserto. Lascio il mio lavoro senza una conclusione. E lo faccio, così, senza un motivo. In fondo solo fino a quando ci sarà qualcuno capace di sabotare, di disertare, ci sarà ancora spazio per la creazione e per un mondo nuovo.


Riferimenti bibliografici
G. Agamben, A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet, Macerata 2021
T. Morton, Iperoggetti, Nero, Roma 2018.

Agostino Cera, Nella società pandemica. Prove tecniche di tecnocosmo, Aras, Fano 2022.

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