A un certo punto nell’ultimo romanzo di David Szalay, Nella carne, vincitore del Booker Prize 2025, viene evocata la figura di Amleto. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il principe di Danimarca sia il modello a cui si ispira la figura del protagonista István, il ragazzo senza padre cresciuto nell’Ungheria post-comunista. Amleto ha un padre fin troppo presente, che continua a visitarlo anche dopo la morte. L’assenza del padre di István non viene veramente affrontata nel romanzo. La questione del modello letterario a cui si è ispirato lo scrittore può sembrare futile, o peggio accademica; sono però convinto che sia fondamentale per comprendere il significato del libro. Azzardo un’ipotesi: il modello a partire da cui è plasmata la figura di István è Barry Lyndon, il protagonista dell’omonimo romanzo di Thackeray e del suo adattamento cinematografico, diretto da Stanley Kubrick. I due personaggi hanno molte cose in comune: nemmeno Barry ha un padre, anche se ne millanta l’origine nobile e la morte in duello. Sia lui che István sono giovani provenienti da una terra povera, l’Irlanda del XVIII secolo e l’Ungheria post-comunista, e sono intenzionati a fare fortuna. Entrambi trovano in una donna ricca e affascinante, vedova ed ereditiera, l’occasione del riscatto. Entrambi si scontrano con l’opposizione del figlio di primo letto di lei, legittimo erede delle fortune familiari. L’ultimo dettaglio è peraltro un ulteriore argomento contro l’identificazione di István con Amleto: quest’ultimo vorrebbe riprendersi ciò che gli spetta di diritto.
All’inizio del romanzo István è un adolescente che si trasferisce insieme alla madre in una piccola città. È introverso e la condizione di figlio di una ragazza madre non lo aiuta a fraternizzare con i nuovi compagni di scuola. Ha solo un amico, che però perde quando esita ad approfittare dell’offerta di perdere la verginità con la fidanzata di lui: l’esitazione, il non far prevalere la propria virilità, lo mette in una cattiva luce agli occhi dell’amico. Finisce così per diventare l’amante della vicina che aveva chiesto inizialmente il suo aiuto in casa. La donna è la moglie insoddisfatta di uno degli operai impiegati in una fabbrica della città: finisce per diventare l’iniziatrice al sesso e alla vita del ragazzo, il quale improvvidamente si innamora di lei e a causa sua commette senza volerlo un omicidio. Seguono il carcere minorile, il ritorno a casa, la ricerca di un lavoro, l’apatia, l’arruolamento nell’esercito, una missione in Iraq durante la Guerra del Golfo, il trauma di vedere la morte di un amico, un secondo ritorno a casa, la depressione, una terapia psicologica che lo aiuta a riprendere in mano la sua vita. Tutto è raccontato con una sobrietà quasi ruvida, quasi fosse solo un antefatto necessario per arrivare al cuore del racconto. In ciò la vita di István è simile alla vita di Barry Lyndon, in cui l’innamoramento giovanile, la fuga, l’arruolamento nell’esercito di re Giorgio impegnato in Europa nella Guerra dei Sette Anni, la diserzione e un nuovo arruolamento, stavolta come spia al servizio dei prussiani, sono solo una serie di movimenti che preludono all’ingresso del protagonista nell’alta società. Nella carne è in questo senso un romanzo picaresco, asciugato da qualsiasi pretesa di stupire lettore con trovate a effetto: István è un avventuriero suo malgrado, spogliato di un’autentica coscienza dei propri appetiti.
A metà della storia István approda a Londra, dove trova lavoro come buttafuori in un locale notturno di dubbia reputazione. Ma il caso gli offre l’occasione di uscire dall’anonimato. Una notte, tornando a casa, salva da un’aggressione un uomo avanti negli anni, che scopre poi essere un connazionale arricchitosi a Londra lavorando nel ramo dei servizi di scorta per personaggi del jet set. L’uomo è, restando all’analogia con la storia di Barry Lyndon, lo Chevalier de Balibari del romanzo di Szalay, l’incontro inaspettato che apre al protagonista le porte del gran mondo. István diventa l’autista di un importante uomo d’affari, sposato con una donna più giovane di lui, da cui ha avuto un unico figlio, erede di tutte le sue fortune. Chiunque abbia letto Barry Lyndon o visto il film coglie subito le analogie. István viene così catapultato in un mondo fatto di lussuose residenze in città e tenute in campagna, aerei privati e gallerie d’arte. Infine diventa l’amante di Helen, la moglie del suo padrone, proprio mentre questi sta morendo di cancro in una clinica tedesca. A questo punto c’è uno stacco nel racconto: ritroviamo Helen risposata con István, il quale interpreta ora il ruolo del rampante uomo d’affari, servendosi in maniera spregiudicata dell’eredità di Thomas, il primo figlio di sua moglie.
Helen e István hanno un figlio, Jacob: si pone così per l’uomo il problema di assicurare alla sua famiglia la ricchezza che Thomas potrebbe un giorno reclamare. István intraprende allora una rischiosa speculazione immobiliare, cerca appoggi politici. Il disastro è dietro l’angolo e prende concretamente forma in una lite scoppiata tra lui e Thomas nel corso di un evento mondano. Il ragazzo provoca la reazione violenta di István e in questo modo lo scredita di fronte ai suoi amici potenti. Ormai rovinato, l’uomo perde anche moglie e figlio in un incidente d’auto. Nell’ospedale dove per qualche giorno è ricoverata Helen, István vede Thomas scendere da un’automobile. Decide di aspettarlo e seguirlo di nascosto: è chiaro che vuole ucciderlo. Così si vendicherebbe e potrebbe anche rimettere mano sui suoi soldi. Alla fine del pedinamento vede il ragazzo entrare in un’anonima villetta in una strada secondaria. Dalla finestra lo scorge che si sta iniettando una dose di eroina: capisce che la dose eccessiva – errore o tentativo di suicidio? – sta per uccidere Thomas. Potrebbe liberarsi di lui senza nemmeno il disturbo di eliminarlo. Invece chiama i soccorsi e lo salva. Thomas però non lo perdona: per István si apre la via del ritorno in patria, invecchiato, povero e sconfitto. Torna nella città da cui è partito, va a vivere con la madre e trova impiego in un centro commerciale come addetto alla sicurezza. La sua vita scorre grigia e sempre uguale, accompagnata dalla memoria del passato. A un certo punto ha una relazione con la barista del locale dove ogni tanto va a bere un bicchiere. Poi lei decide di interromperla per non insospettire il marito. Un giorno la madre di István muore: ora, ci informa il romanzo, l’uomo è completamente solo.
Barry Lyndon di Kubrick termina sul dettaglio della data riportata su un documento: l’anno è il 1789; siamo alla vigilia della Rivoluzione francese. La storia racconta il tramonto di un’epoca: l’ancien régime, con le sue atmosfere galanti e i suoi interni rococò. Vale la pena chiedersi se anche Nella carne testimoni la fine di un’epoca, quella conosciuta con il nome di “fine della storia”. La fine della fine della storia è forse la fine del sogno di un mondo globalizzato e reso immateriale dalla finanza, che delocalizza nelle periferie e allo stesso tempo, almeno così vuole il suo epos, fa di un povero ragazzo ungherese di provincia un finanziere di successo a Londra? Il punto non è trovare una filiazione letteraria prestigiosa per un romanzo che non ne ha bisogno. Il punto è comprendere che il protagonista invisibile di Nella carne è proprio l’epoca in cui si svolge: István ne è l’incarnazione. Il titolo originale del libro è assai più definitivo: Flesh. Più che essere un romanzo di formazione al contrario, un progressivo entrare “nella carne” attraverso la sconfitta e la memoria di ciò che è stato, il romanzo di Szalay è prima di tutto un atto di esposizione impietosa. Come a dire: ecco, questa è la carne viva dell’epoca appena conclusasi. Nella carne evoca l’immagine escatologica commentata da Giorgio Agamben ne L’aperto: il banchetto dei giusti dopo il Giudizio finale. I giusti hanno volti di animale, perché alla fine dei tempi l’animalità potrà rivelarsi nella sua pienezza in seno all’umanità. Di cosa ci chiederà conto l’animale che è in noi? La risposta, o meglio la domanda che sembra aleggiare tra le pagine di Nella carne potrebbe suonare così: cosa sarai capace di sentire alla fine dei tempi?
Riferimenti bibliografici
G. Agamben, L’aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
David Szalay, Nella carne, Adelphi, Milano 2025.