Ladri, bugiardi, truffatori, giocatori d’azzardo e tossici. Ma anche genitori e figli, adulti bambini, immaturi ed egoisti, spesso autodistruttivi, sognatori che non possono fare a meno di credere, di provarci, seppur nei modi più sbagliati. Outsider ai margini, falliti o presunti tali, alla disperata ricerca di una via di fuga tra le luci di New York. Sono queste le figure che, fin da The Pleasure of Being Robbed (2008) e Daddy Longlegs (2009), occupano il centro del cinema dei fratelli Josh e Benny Safdie. Personaggi instabili, per certi versi spregevoli, fastidiosi, che non vengono assolti mai del tutto, ma per i quali non possiamo fare a meno di provare una profonda empatia, una vicinanza sincera.

Due autori che nel medesimo periodo hanno deciso di presentare la loro prima opera realizzata senza il coinvolgimento diretto dell’altro. The Smashing Machine (2025) e Marty Supreme (2025) a un primo, forse superficiale, sguardo potrebbero persino apparire film simili, due facce della stessa medaglia. Non soltanto perché entrambi sono incentrati sulla figura di uno sportivo statunitense realmente esistito – l’ex lottatore di arti marziali miste Mark Kerr e il giocatore di tennistavolo Marty Reisman – o per via del ruolo svolto dal Giappone nel processo di definizione della loro identità americana.

La vicinanza più rilevante consiste nella strategia di sovrapposizione tra attori e ruoli interpretati. A differenza di quanto visto in Diamanti grezzi (2019) – in cui John Amos, Kevin Garnett e The Weeknd compaiono nei panni di loro stessi – nei due film del 2025 tale meccanismo viene riformulato e reso più sottile, sfumato. In The Smashing Machine, Benny Safdie affida all’ex wrestler Dwayne “The Rock” Johnson il ruolo del protagonista, lavorando su una trasformazione che mette in tensione l’immagine pubblica dell’attore con la vulnerabilità del soggetto rappresentato. In Marty Supreme, Josh Safdie spinge questa logica oltre, moltiplicandola ed estendendola ai nomi secondari, creati come variazioni dello stesso cortocircuito tra persona, corpo e ruolo.

Ne sono un esempio il personaggio di Koto Endo, interpretato da un vero giocatore di tennistavolo; quello affidato a Gwyneth Paltrow, attrice ritiratasi dalle scene che torna a recitare per incarnare una figura a sua volta segnata da un’assenza e da un ritorno; o ancora la presenza di Kevin O’Leary, chiamato a mettere in scena una versione solo appena deformata del ruolo pubblico che lo ha reso noto. Si aggiunge poi il volto di Géza Röhrig, la cui fisionomia porta con sé l’eco del protagonista ebreo interpretato in Il figlio di Saul (Nemes, 2015), trovando il suo punto di massima intensità nel breve aneddoto dell’alveare.

Tuttavia, bastano poche sequenze per rendersi conto di come i due approcci si collochino agli antipodi. The Smashing Machine possiede una regia asciutta, uno stile più intimo caratterizzato da una camera a mano che quasi richiama il linguaggio del documentario osservativo – ricordando le scene che fanno da cornice a Good Time (2017). La macchina da presa si limita a registrare i corpi, i gesti, le fragilità del protagonista, aderendo a un’idea di racconto che guarda al biopic e alla costruzione di una traiettoria umana e sportiva. Marty Supreme, al contrario, si muove secondo una logica opposta, adottando una regia più nevrotica, ipercinetica, che non mira a restituire fedelmente una vita, ma a trasformarla in racconto, in mito, in favola americana. Qui la figura storica diventa pretesto, materia grezza da deformare e reinventare, in linea con l’eccesso e la vertigine già sperimentata in Diamanti grezzi. Sguardi divergenti che, attraverso la regia, chiariscono le diverse ambizioni: da un lato un cinema di finzione che tenta di farsi cronaca del reale, dall’altro uno che assume il reale come superficie instabile da reinventare.

Ambizione che Josh Safdie non tarda a manifestare. Marty Supreme si apre con un ovulo che si trasforma in una pallina da ping-pong mentre gli Alphaville cantano Forever Young. E si chiude con un sogno che si trasforma in un neonato sulle note di Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears, tracciando con la colonna sonora una parabola molto precisa. In un tempo delineato da una gravidanza, il regista mostra e racconta una vicenda che ha il respiro di una vita intera, senza però preoccuparsi di rispettare la sua ispirazione biografica – secondo un rapporto di falsità e autenticità che regola l’intera narrazione. Un percorso fatto di discesa e ascesa, dove è presente un po’ di sconfitta nella vittoria e di vittoria nella sconfitta. Non una ricerca di un qualche tipo di redenzione, quanto piuttosto il tentativo di misurarsi con sé stessi, di dimostrare che quelle storie false, inventate, ripetute con convinzione, a cui nessuno dà fiducia, non siano soltanto fantasia ma realtà. Come dice Kay, forse scherzando, di certo sbagliando: in fondo “Marty vorrebbe fare l’attore, ma sfortunatamente non è molto bravo”.

La sfida sostenuta dal protagonista non è rivolta all’avversario di turno armato di racchetta, né a una nazione o a un’ideologia – e difatti non mostra alcun tipo di tatto di fronte alla Shoah o alla ferita ancora aperta del popolo giapponese. È una battaglia di ego, personale, individuale, un confronto con il proprio cartonato abbandonato in un angolo di una stanza buia o con la propria immagine riflessa in uno specchio mentre ha un rapporto sessuale. Quando Rockwell ammette, beffardo, di essere “un vampiro che abita il mondo dal 1601” e che avrebbe potuto dargli la vita eterna, il sorriso spontaneo che arriva come risposta è chiaro, inequivocabile. Marty Mauser vuole rendere il teatro più realistico possibile, vuole superare la dicotomia finzione-autenticità che lo porta a scambiare la bigiotteria per gioielleria, l’ombretto per un livido. Dell’eternità non gli interessa affatto.

Come Connie in Good Time e Howard in Diamanti grezzi, anche Marty si rapporta alle persone in funzione di ciò che possono offrirgli, trattandole come oggetti da poter sfruttare e raggirare a proprio piacimento. Da figura narcisista non si fa scrupoli a mentire e ingannare per raggiungere i suoi obiettivi, incurante delle inevitabili conseguenze che dovranno affrontare gli altri. Sia perché questo è il modello che emerge in famiglia, dalle recite della madre alle pantomime dello “zio”; sia perché, nel quartiere in cui è nato, quando la forza non basta ci si affida all’astuzia. Come afferma lui stesso: “Da dove vengo io ognuno pensa per sé… sono cresciuto così”. Eppure, a differenza dei protagonisti dei film precedenti, sebbene Marty si lasci alle spalle una scia di odio e risentimento simile, nulla riesce infine a tarpargli le ali. Nessuno riesce a sottrargli il diritto di decidere quale sia “il posto a cui appartiene”, come dice lo psichiatra nel finale di Good Time.

Marty è il primo nella filmografia di Safdie a raggiungere il proprio obiettivo, a cui viene data l’opportunità di ottenere ciò che agogna. Nonostante non si tratti di un incontro ufficiale – ma poco importa – vincendo contro Endo il protagonista si appropria finalmente di un’identità autentica, personale, e con essa rivendica una storia, una memoria storica, che gli appartiene senza doversi impossessare in modo vicario di quella altrui. Non c’è più bisogno di attribuirsi la costruzione delle piramidi del Cairo o di far finta di condividere quanto vissuto dagli ebrei d’Europa. Dopo aver avuto la sua rivincita, Marty non ha più alcun motivo di continuare a recitare una parte, di essere altro da sé, e abbandona così la maschera dell’egocentrismo e della prepotenza. Abbraccia Endo e gli augura di vincere i mondiali. Si precipita in ospedale per stare accanto a Rachel, che lo “perseguita da quando ha otto anni”. Guarda suo figlio appena nato e per la prima volta sembra provare empatia, qualcosa di vero, di autentico. Ora che riesce a vedere chi ha davanti senza il filtro del proprio ego può “mettersi a cambiare i pannolini e darsi una calmata”.

Ma quindi chi è veramente Marty Mauser? È impossibile arrivare a un’unica conclusione, forse perché il cinema hollywoodiano ha insegnato a Josh Safdie che i grandi personaggi, come Charles Foster Kane, sono impermeabili a certi interrogativi. Allora qual era davvero il suo sogno? Diventare un campione di ping-pong? Smettere di essere un outsider o uno come tanti? Dimostrare a sé stesso che può raggiungere le stelle, la luna? Anche a questo Marty Supreme non risponde con certezza. Ma d’altronde, si sa, i sogni che si avverano sono sempre quelli non detti.

Marty Supreme. Regia: Josh Safdie; sceneggiatura: Ronald Bronstein, Josh Safdie; fotografia: Darius Khondji; montaggio: Ronald Bronstein, Josh Safdie; musiche: Daniel Lopatin; interpreti: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler The Creator, Fran Drescher, Abel Ferrara, Emory Cohen, Géza Röhrig, Penn Jillette, Sandra Bernhard, Koto Kawaguchi, Larry Sloman, Luke Manley, David Mamet, Pico Iyer, George Gervin, Ralph Colucci, Isaac Mizrahi, Fred Hechinger, Mitchell Wenig, Mariann Tepedino; produzione: A24, Central Pictures; distribuzione: I Wonder Pictures; origine: Stati Uniti; durata: 150’; anno: 2025.

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