È un film sullo sguardo e sul vedere, Los Domingos di Alauda Ruiz de Azúa (2025). Un film di grandi e placidi occhi che vedono, quelli della diciassettenne Ainara (che ha il volto di una straordinaria Blanca Soroa), e di occhi, quelli degli adulti, in particolare quelli della zia Maite (una bravissima Patricia López Arnaiz), che non vedono niente (ci sono poi anche gli occhi del padre Iñaki – interpretato da Miguel Garcés – che siccome vede solo il denaro non si accorge di non vedere niente). Anche gli occhi degli spettatori non vedono nulla, o meglio, non riescono a credere che Ainara stia davvero vedendo qualcosa. Tutti infatti vediamo che Ainara sta vedendo qualcosa, ma non riusciamo a vedere quello che lei vede come qualcosa di affatto evidente. È questo il paradosso che Los Domingos mette in mostra: c’è un visibile che qualcuno vede, ma questo visibile è assolutamente invisibile per la maggior parte delle persone. Il visibile è invisibile, l’invisibile è visibile. È un mondo alla rovescia, quello che vediamo in questo film.

In effetti è un film che mette in mostra come il regime del visibile del nostro mondo non preveda la visione di qualcosa che Ainara nella sua insopportabile semplicità chiama “Dios”, e che ai nostri occhi, invece, “non esiste” come Maite continua a ripetere alla nipote. Maite – e lo stesso vale per noi che seguiamo questa vicenda con i suoi stessi occhi (tutti noi siamo gli occhi di Maite) – vede solo quello che vede, e siccome non vede nient’altro che quello che vede, non riesce a capacitarsi di come Ainara, invece, possa vedere quello che i suoi occhi vedono, quello che appunto lei chiama “Dios”, un nome antichissimo, e diventato ormai impronunciabile. In realtà Los Domingos potrebbe anche essere inteso come un film proprio sulla impronunciabilità del nome “Dio”, una parola che la nostra sensibilità multiculturale ammette solo come il nome che i cosiddetti “credenti” danno al “loro” Dio, come altri credenti lo chiamano “Allah” oppure “Adonai”. Cioè “Dio” si può evocare solo se, di fatto, non è nient’altro che un nome come tutti gli altri. A questo riguardo nel film c’è una battuta fulminante, quando Maite parla con Iñaki cercando di spingerlo ad opporsi alla scelta di Ainara di entrare in convento di monache di clausura (vuole farsi clarissa, l’ordine fondato da Chiara d’Assisi nel 1212. Da notare che il convento in cui il film è girato, il convento di Santa Clara a Gernika al momento non è abitato da una comunità religiosa. Anche le monache di clausura per il nostro tempo non possono più esistere); il padre, preoccupato solo dai suoi problemi finanziari, non sa che fare, e comunque non comprende le preoccupazioni della sorella: “Maite”, le dice infine, “lei crede in Dio come tu credi nel cambiamento climatico”. Per il sentire comune “illuminato” del nostro tempo “Dio” o il “cambiamento climatico” sono oggetti di credenza posti ad uno stesso livello logico: c’è chi crede in “Dio”, e chi invece crede appunto nel “cambiamento climatico” (così come un tifoso “crede” nella “Roma” oppure nella “Lazio”). Ognuno crede in quello che crede, basta che il suo “credo” non interferisca con le vite degli altri (il nostro laicismo non chiede altro alle credenze, che siano innocue). La battuta del padre, che per Iñaki ovviamente non è una battuta, dice tutto del nostro mondo (per la precisione, del mondo adulto; non è certo un caso che Ainara abbia diciassette anni, cioè appartenga ad un mondo ormai del tutto imperscrutabile per le generazioni più vecchie): la religione è una questione di “credenza”, e siccome ognuno può credere in quel che vuole, anche Ainara se vuole può credere in Dio. Sono fatti suoi, è questo il pensiero comune.

Ma Ainara non è che creda in Dio, Ainara vede Dio. In questo consiste il disagio che provoca questo film, perché d’un solo colpo lo sguardo deciso di Ainara fa cadere in pezzi tutta l’impostazione metafisica che sorregge le nostre esistenze. In effetti dall’esse est percipi di Berkeley in poi viviamo in base al principio che il mondo che vediamo è soltanto il mondo che percepiamo: non vediamo il mondo, vediamo il mondo che crediamo di vedere. Vediamo la “nostra” rappresentazione del mondo. Propriamente rimane solo il percipi, l’esse non sembra esserci più. E siccome il regime del visibile in cui viviamo è oggi determinato dalla scienza, allora quello che la scienza non vede per noi non esiste. Quello che un telescopio, o un microscopio, non vede non possiamo vederlo nemmeno noi. Maite la pensa come German Stepanovič Titov, il famoso astronauta sovietico, che dai finestrini della navicella spaziale Vostok 2 sembra che avesse detto “Non ho visto Dio tra le stelle, né gli angeli”. Tutti, se dobbiamo essere sinceri, la pensiamo come Maite e il compagno cosmonauta Titov, non c’è alcun Dio da vedere, quindi Ainara non sta vedendo niente, perché non c’è proprio niente da vedere. Lo sappiamo tutti, Dio non esiste, quindi non può essere visto, perché si può vedere solo quello che esiste.

Ma siccome Ainara insiste nel vedere quello che per noi non esiste, allora Ainara non può che essere in qualche modo “pazza”, come Maite lascia intendere a Iñaki. In effetti Ainara ha perso la madre da piccola, ha subito un “trauma” infantile, quindi non può non cercare una figura sostitutiva di riferimento (l’homo berkelyanus è soprattutto un homo psychologicus: sono i suoi pensieri e le sue emozioni che determinano le sue azioni, non è il mondo che decide per noi). Per tutto il film gli adulti cercano di convincere Ainara a cambiare idea, perché non è possibile che una giovane donna “con tutta la vita davanti a sé”, possa davvero desiderare di andare a rinchiudersi in un monastero di clausura. Ma non è che Ainara creda in Dio, come la zia che invece “crede” nel “cambiamento climatico”, Ainara vede Dio. Lo vede, non è che crede di vederlo. Per questa ragione quella di Ainara non è una scelta, è una visione, letteralmente. Nell’insopportabile linguaggio dei preti – è uno dei meriti del film, non trasforma quello monacale in un mondo meraviglioso e attraente, al contrario, è un mondo del tutto inattuale e triste (come nella scena del refettorio, o quando vediamo la spoglia e gelida cella di Ainara nel convento) – quella di Ainara è una “chiamata”: è Dio che la chiama a sé, non è lei che ha scelto di seguirlo. In effetti per Maite, e quindi per noi che vediamo gli occhi spalancati di Ainara vedere quello che sappiamo non può davvero vedere, la nipote sta facendo una scelta sbagliata, perché una giovane donna della sua età prima deve studiare all’università, deve girare il mondo, deve conoscere l’amore, e poi, eventualmente, può decidere di andare a rinchiudersi in un convento. Non sappiamo pensare il mondo che come qualcosa che dipende da noi, dalle nostre “scelte”– secondo l’assioma di Protagora, pànton chremàton mètron estìn ànthropos, l’umano è appunto la “misura” di tutte le cose. Ma Ainara non ha scelto proprio niente, ha semplicemente seguito quello che ha visto. In fondo che cosa significa, il nome “Dio”, se non che il mondo non dipende da noi? Tutto questo Ainara non è che l’abbia compreso, l’ha semplicemente visto. Los Domingos non è un film psicologico, è un film sul reale del mondo.

È allora l’insopportabile potenza dell’invisibile la posta in gioco di questo film. Non la cocciuta e assurda determinazione di Ainara, che non fa che ripetere di seguire quello che ha visto (la sequela Christi non è altro che questo seguire ciò che si vede), bensì la nostra incapacità di vedere quello che per lei è affatto visibile ed evidente, così evidente da farne la ragione della propria giovane esistenza. Per questa stessa ragione, però, non possiamo non condividere lo sconcerto di Maite, che diversamente dal meschino Iñaki in fondo capisce perfettamente lo stato d’animo della nipote (nel film gli uomini non fanno una bella figura, a partire appunto da Iñaki, passando per la guida spirituale di Ainara fino al giovane Miguel con cui ad un certo punto si scambia un bacio appassionato: sembra che per la regista basca il misticismo sia una faccenda solo femminile, e che gli uomini siano incapaci di comprenderlo. Ma se si pensa a Teresa d’Ávila forse non le si può dare del tutto torto). In fondo forse Maite invidia Ainara, perché vede che nella sua incomprensibile visione c’è un modo di stare al mondo che possiede una potenza e una pienezza che nulla, nella sua vita, può eguagliare. Per questo si accanisce contro di lei, fino alla scena decisiva in cui le urla con rabbia quello che davvero pensa delle suore e della chiesa (e come darle torto, se si pensa all’orrore della pedofilia nel mondo ecclesiastico?), in uno sfogo che però dice molto più di lei che del mondo verso cui Ainara sta dirigendosi. Maite, semplicemente, non riesce a vedere quello che Ainara vede invece in modo chiarissimo. “Pregherò per te” le risponde la nipote, e in questa gelida risposta c’è tutto l’abisso che separa il nostro regime del visibile da quello di Ainara (e dei tanti giovani che in un modo o nell’altro stanno disertando il mondo che gli adulti gli hanno lasciato in eredità). Los Domingos ci lascia così nello spazio sospeso fra visibile e invisibile che separa ma anche congiunge Ainara e Maite, perché se in qualche modo non possiamo non essere ammirati per la sicurezza di Ainara, non possiamo nemmeno non condividere lo sguardo attonito di Maite, che non riesce a smettere di non vedere quello che continua a non vedere.

Los Domingos. Regia: Alauda Ruiz de Azúa; sceneggiatura: Alauda Ruiz de Azúa; fotografia: Bet Rourich; montaggio: Andrés Gil; musiche: David Cerrejón; interpreti: Blanca Soroa, Patricia López Arnaiz, Miguel Garcés, Juan Minujín, Mabel Rivera, Nagore Aranburu; produzione: Buenapinta Media, Colosé Producciones, Sayaka Producciones, Encanta Films, Think Studio, Movistar Plus+; origine: Spagna (coproduzione con Francia); durata: 115’; anno: 2025.

Tags     invisibile, sguardo
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