Accade tutto in un attimo, e poi più niente è come prima. Anche se in realtà è ancora tutto come prima, perché quello che impediva il cambiamento è ancora lì, come sempre. Eppure ora è come se avesse cambiato colore, si mostra in un altro modo, spaventa ancora ma non fa più paura. È in questo momento senza tempo che, come racconta Fabiola De Clercq (nel suo libro Tutto il pane del mondo. Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia, Bompiani, 1994), la sua vita è cambiata. Una vita segnata da una lunga e dolorosa storia di gravissimi disturbi alimentari, da cui, ad un certo punto, è riuscita tuttavia a tirarsi via. Il libro di Franco Lolli e Luigi Francesco Clemente, Ora basta! La guarigione in psicoanalisi (Mimesis 2026) si apre con una testimonianza diretta di un incontro a cui Fabiola De Clercq partecipa: «Al termine della sua esposizione, come sempre lucida e coinvolgente, una ragazza, in fondo alla sala, si alza e chiede di poterle fare una domanda. Il corpo emaciato non lascia dubbi sulla sua storia clinica. “Fabiola, quanto tempo c’hai messo per guarire?“, pronuncia con un filo di voce. La risposta lascia la sala attonita: “Un attimo“» (Lolli, Clemente 2026, pp. 18-19).
In un attimo una vita di sofferenza (per Fabiola De Clercq è durata dai tredici fino ai trent’anni) assume, di colpo, un aspetto completamente diverso. Un’altra vita è possibile, tutto quello che fino ad un istante prima era impossibile e impensabile ora, e senza passaggi intermedi, diventa praticabile e pensabile. Un attimo in cui non è che si capisce che quest’altra vita è possibile, si tratta piuttosto dell’attimo in cui questa “nuova“ vita (ché in realtà era una vita che era sempre stata lì a portata di mano) direttamente si vede, e ci si accorge appunto che è già lì sotto gli occhi, che in fondo la si sta già vivendo. In questo senso non è un attimo conoscitivo, bensì estetico, sensibile. Un’altra vita si mostra, in un attimo è successo.
Il libro di Lolli (uno psicoanalista) e Clemente (un filosofo) ruota tutto intorno a questo “attimo”. Un attimo che cambia la vita, appunto, quello che nella psicoanalisi si chiama “guarigione“, e che consiste, propriamente, nell’accedere ad una possibilità di vita fino a quel momento sentita come assolutamente impraticabile. Che succede, allora, in quest’attimo? Si tratta di una questione che riguarda la psicoanalisi, ovviamente, ma vale per tutte le esistenze che, ad un certo punto (e capita a tutte, prima o poi, di incontrare questo momento), si accorgono che la vita che hanno vissuto fino ad allora è una vita in qualche modo sbagliata, insincera, stupidamente infelice. Perché l’infelicità spesso è stupida, dal momento che non fa che ripetere un gesto, un’azione, una parola, ripetizione che non ha altro effetto che ri-produrre, ricorsivamente, un’inesorabile infelicità. Nei termini della psicoanalisi questa ripetizione stupida e infelice si chiama «ripetizione sintomatica» (ivi, p. 63). Ma perché è stupida, questa infelicità? Perché si tratta di:
Una ripetizione che assicura una soddisfazione inconscia di cui l’io non sa nulla: a godere, infatti, non è l’io, ma qualcosa al suo interno, e cioè quello che Lacan definisce il soggetto dell’inconscio. Per questa ragione, il sintomo è dotato di una forza che si autoalimenta. Ogni sua manifestazione, sebbene diventi inesorabilmente oggetto del lamento dell’io, gratifica l’istanza psichica che, a insaputa dell’io stesso, trae energia e si rinforza proprio dal e nel suo realizzarsi. L’attaccamento al sintomo, fenomeno di cui Freud ben presto si rese conto, deriva da questo suo potere appagante. Al fondo della ripetizione sintomatica c’è un vantaggio (che Freud definì “tornaconto secondario”) a cui il soggetto dell’inconscio non intende in alcun modo rinunciare (ibidem).
In effetti non c’è bisogno di essere psicoanalisti, per saperlo: non facciamo che lamentarci di quello che nella nostra vita non va, amore, lavoro, rapporti, famiglia e così via in una interminabile “ripetizione sintomatica”. Una ripetizione che, con tutta evidenza, produce uno strano piacere, perché altrimenti non si spiega perché si tornerebbe ininterrottamente a ripetere lo stesso punto. In fondo non facciamo che ricadere sempre nella stessa situazione, quello che per la psicoanalisi è appunto un “sintomo” che «come la clinica ampiamente dimostra, può essere considerato un tentativo (goffo ma efficace) che il soggetto attua per ”guarire” da una condizione di sofferenza ben peggiore» (ivi, p. 19). In questo senso il “sintomo” per un verso è il modo che ciascuno di noi ha trovato per sopportare quella che altrimenti sarebbe appunto una «sofferenza ben peggiore»; per un altro, però, diventa una «struttura di personalità» (ibidem), ossia, non è che abbiamo un sintomo, noi siamo quel particolare sintomo: e questo, nel «suo nucleo invariabile, il suo nocciolo reale, quello che è inestricabilmente connesso alla singolarità della struttura del soggetto e del suo fantasma di godimento (e che costituisce una specie di identificazione fondamentale), resiste all’interpretazione e si conserva inalterato al termine del trattamento» (ivi, p. 24).
Ognuno di noi diventa umano, è questa l’antropologia della psicoanalisi, costruendosi intorno a questo stesso “nocciolo reale”, che quindi non è una caratteristica eliminabile, come un neo che si possa asportare: noi siamo quel “resto sintomatico intrattabile” (ivi, p. 19). Il sintomo, visto in questo modo, non è eliminabile, è piuttosto il nostro singolare modo di stare al mondo. Si comprende così perché l’obiettivo dell’analisi non consista tanto nel curare il sintomo, come farebbe un medico, ma piuttosto nell’aiutare l’analizzante (per questo chi va in analisi non è un paziente, come un ”normale” malato: la psicoanalisi non è una terapia medica) a trovare un modo, il suo modo di avere a che fare con il sintomo, cioè con sé stesso: «La guarigione, nell’ottica psicoanalitica, consente una trasformazione profonda del rapporto del soggetto con il sintomo rendendo la vita sopportabile, affrontabile, sostenibile» (ivi, p. 25).
Intesa in questo modo (completamente diverso da quello di chi la vorrebbe accostare alle scienze moderne, in particolare alle neuroscienze) la psicoanalisi rivela la sua origine antica, cioè la sua affinità di principio (e in parte anche di metodo: in entrambi i casi svolge un ruolo centrale il linguaggio) con quelli che il filosofo Pierre Hadot chiamava «esercizi spirituali» in cui propriamente consisteva la pratica della filosofia: secondo questa prospettiva «la filosofia non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta […] ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza. L’atto filosofico non si situa nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del ”Sé” e dell’essere: è un progresso che ci fa essere più pienamente e ci rende migliori. È una conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di colui che la compie» (Hadot 2005, pp. 31-32).
Torna così la questione imperscrutabile dell’istante di cui parlava Fabiola De Clercq, cioè del momento in cui l’analizzante improvvisamente vede che un’altra vita è possibile, e tutto cambia. Ma chi è che propriamente ”decide” questo momento? Perché, se il punto di svolta è istantaneo e quindi è sempre stata possibile, quella ”decisione” non è stata decisa prima? L’analogia con gli “esercizi spirituali” ci aiuta a comprenderlo: solo la pratica costante, noiosa, ripetitiva del “sintomo”, solo l’interminabile tempo della “ripetizione sintomatica” apre la strada a quella che Lolli e Clemente chiamano «ripetizione creativa» (2026, p. 89), cioè quella che innesca il cambiamento. Ma che cosa succede, propriamente, in questo momento in tutti i sensi decisivo? Forse l’analizzante ha capito qualcosa che prima non aveva capito? Quella dell’istante trasformativo è una esperienza conoscitiva? In realtà, «una volta che si sia dichiarata illusoria una certa credenza, non è affatto vero che si inizi a vedere come stanno realmente le cose; la decostruzione cosciente delle cosiddette certezze può tranquillamente coesistere con la loro credenza inconscia. La vera scommessa sta allora nell’individuare il Reale dell’illusione» (ivi, p. 102). Si coglie così che il punto in questione non consiste nel sapere come stanno ”veramente” le cose, perché da un lato lo si è sempre saputo (in che cosa consiste la “ripetizione sintomatica” se non appunto nella ripetizione di ciò che si sa del sintomo?), dall’altro il saperlo non significa affatto saperlo superare. Non si tratta allora di sapere che ciò che angustia è una illusione, al contrario, si tratta di cogliere il “reale dell’illusione”, ossia la paradossale verità della menzogna, ossia che noi siamo il “sintomo”:
Ecco perché per la psicoanalisi la presa di distanza dal fantasma ha un significato profondamente diverso rispetto alle terapie di tipo cognitivista. Lungi dal leggerla come una rettifica di pensieri e credenze illusorie e di distorsioni cognitive […], per la psicoanalisi tale operazione presuppone l’isolamento del fantasma e la comprensione del ruolo fondamentale che esso svolge nell’economia libidica del soggetto. Solo dopo che il lavoro di analisi lo ha individuato e definito, solo dopo che si è arrivati a quel punto oltre il quale […] non è possibile risalire, si può favorire la creazione di uno spazio intermedio che permetta l’acquisizione di una prospettiva nuova. Non si tratta, pertanto, di rettificare cognizioni alterate attraverso tecniche di persuasione, ma di prendere atto dell’instaurazione, all’interno del soggetto, di un “automatismo” inconscio in grado di determinarne la vita. L’obiettivo del trattamento analitico sarà, quindi, quello di favorire l’assunzione di una posizione diversa rispetto a esso (ivi, p. 103).
Non è in questione un capire (atto conoscitivo), bensì un diverso vedere, cioè un atto etico. Mentre la morale ha a che fare con il giudizio, l’etica riguarda invece il modo di vivere, la forma di vita. La psicoanalisi, come gli antichi “esercizi spirituali”, porta l’analizzante – ossia il vivente in preda al “fantasma” – a vedere sé stesso in un altro modo. È questo ”nuovo” soggetto che, finalmente, può dire “ora basta”. Da notare che chi dice “ora basta” non è, propriamente, lo stesso analizzante che fino ad un istante prima era incapace di dirlo. Per questo si tratta, come ricordava Hadot, di un momento di “conversione”, perché compare ora, per la prima volta, un soggetto completamente diverso. Ma in realtà non è cambiato niente, infatti il soggetto per tanti versi è ancora quello di prima. È tutto come prima, però è anche tutto diverso da prima. È questa, infine, la potenza del “dire ora basta”, perché da un lato «assicura la sospensione – seppure per un istante – della ripetizione sintomatica» (ivi, p. 211), dall’altro «il soggetto che dice ora basta sta già, in un qualche modo, facendo basta» (ibidem). Una ”nuova” (antichissima) vita è cominciata.

Riferimenti bibliografici
P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005.
Franco Lolli, Luigi Francesco Clemente, Ora basta! La guarigione in psicoanalisi, Mimesis, Milano-Udine 2026.