Con L’infanzia del mondo, Michel Nieva, assecondando la deriva postmoderna, opta per l’intertestualità: il coniugarsi di focalizzazioni diverse, l’ausilio, per esempio, del testo scientifico e/o saggistico come materiale di storytelling. La scelta dell’autore appare coerente coi temi trattati e con la denuncia che è il libro nel suo insieme. Nel 2272, le pianure argentine sono diventate arcipelaghi tropicali in seguito allo sciogliersi dei ghiacciai. Caldo estremo. Un mondo inabitabile, se non per i pochi abbienti che speculano in borsa arricchendosi sulla pandemia “dengue”, trasmessa dalle zanzare. Gli intrattenimenti maggiori sono il videogioco Cristiani vs Indios 2, dove il crimine della colonizzazione si fa spettacolo, e le “pietre telepatiche”, droghe capaci di restituire a chi ne fa uso la dirompenza dell’anarchia primordiale. Questa sostanza è l’unico accesso all’umanità in un mondo dove di essa non ci sono più residui.
Per Nieva, che col suo testo critica il capitalismo tardo-industriale, inserire voci diverse sembra essere l’unico modo per fotografare il mondo. Ci imbatteremo dunque in elaborati asettici, pseudo-scientifici tanto quanto in una terza persona focalizzata, che a volte si concede deviazioni per raccontare i personaggi secondari. Protagonista della vicenda è il “ragazzo dengue”: un adolescente-zanzara ghettizzato, oppresso dalla madre, abbandonato dal padre. E che, scopriremo, non è neppure maschio: il suo vero genere gli viene rivelato quando sventra un bullo, perché lo sventrare è una capacità solo delle femmine della sua specie. Lo scopo di Nieva è quello di sfruttare il personaggio affinché ci sia un soggetto agente nel mondo che ha deciso di rappresentare. Mondo che, in un certo senso, può dirsi vero e unico protagonista del libro.
“Inverno”, “freddo” e “neve”, viene detto, sono termini desueti. Il capitalismo ha succhiato le risorse incurante delle possibilità del pianeta. Conseguenza non troppo remota del nostro attuale agire. È il senso della fantascienza: non l’indagine su un mondo fittizio ma una riflessione sull’oggi attraverso la deformazione del presente. Gli autori di fantascienza non si interessano del futuro in sé, ma del futuro immaginato come detonatore di pensiero.
Reificare il mondo, secondo Nieva, significa rendere consumabile financo l’orrore. Per l’autore è anche un discorso di poetica. Siamo invasi da romanzi che trattano temi di cui si deve parlare, ma con forme che, come solo fine, hanno l’immediata comprensibilità da parte del lettore. Così, il lettore non è chiamato a nessun tipo di sforzo attivo nei confronti dell’opera. Letteratura borghese. L’anticonformismo, la sperimentazione, non sono, in Nieva, modalità di muscolarismo: sono il modo etico di dire il mondo. Possiamo fingere di accogliere, di includere, con la faccia di bronzo di chi poi, quando la politica si cala nel rapporto intersoggettivo, tratta il diverso com’è sempre stato trattato: oscenamente. Che sia queer, che sia nero va ghettizzato. In questa rete, che è il destino scritto dal Capitale, non c’è spazio per l’autenticamente altro. Sfuggente com’è ai rapporti di produzione, è di fatto “inutile”: relegato nelle strutture assistenziali perché non faccia danni, legato a un letto. Nieva parla dei cosiddetti “casi umani” sulla bocca di tutti, quando descrive la vita delle zanzare. Due termini pseudo-psicologici appresi; diagnosi effettuate senza competenze; continua, l’incessante ghettizzazione di ciò che evade dai rapporti di consumo.
Tirare su un bambino in quelle condizioni è sempre difficile, ma con il passare degli anni i sacrifici vengono più che ripagati dalla gioia di vederlo crescere e, col tempo, divenuto un giovanotto e poi un adulto, il figlio le farà compagnia, la aiuterà e la sosterrà economicamente finché, da vecchia, la madre ricorderà con nostalgia i bei tempi trascorsi insieme, gonfia d’orgoglio per i successi del primogenito. Ma un figlio mutante, un pupo dengue? È un mostro che dovrà alimentare e accudire fino alla tomba […] (Nieva 2025, p. 10).
Ciò ricorda gran parte della filmografia di Cronenberg. Videodrome, ad esempio, rappresentava la manipolazione del potere tecnologico sul corpo degli individui postmoderni. Un potere più nascosto perché non centralizzato; un potere più subdolo, un potere a tutti gli effetti fascista. Segue la scena del Dolce, il personaggio che, nel venire ucciso dall’adolescente dengue, gli farà scoprire di essere ragazza:
[…] il pistolino del Dolce sparava una sottile stella filante trasparente che cadeva sulla sabbia simile a uno scaracchio. "E voi? Non vi menate l’uccello?" […] Tuttavia, quando i suoi occhi si posarono sul pupo dengue, che pietrificato guardava timidamente la sabbia, lo sbeffeggiò […] (ivi, p. 17).
E lo sbeffeggia perché, scopriremo appena dopo, il “ragazzo” non ha il pene. Pensiamo al Trainspotting di Irvine Welsh e ritroviamo una generazione che, tramite l’eroina, si esimeva da una vita di consumo che non poteva rappresentarla. Nel futuro descritto da Nieva, dove l’umanità come la intendiamo è un residuo difficilmente rinvenibile, la droga ha la funzione di travolgere il drogato, non per esautorarlo dal discorso, ma per farlo rientrare in un discorso disabitato.
L’infanzia del mondo risulta essere una divertita disamina del capitalismo postfordista travestita da romanzo. Di seguito, il finale, l’incontro col padre:
[…] "Vuoi che parliamo della Gran Anarca?" "Sì" ripose la bimba senza dubitare. "La Gran Anarca. La Gran Anarca sei tu". La pupa dengue non capì il significato letterale di quel messaggio, ma si lasciò trascinare dalla preistorica potenza della sua voce. All’improvviso comprese tutto: in un esperimento senza precedenti, Noah Nuclopio aveva introdotto la pre-vita che governava le pietre nell’utero di sua madre, dando vita all’aberrante stirpe dalle dodici lettere. […] ragionò che per diventare la Gran Anarca doveva tuffarsi nel pozzo dove sfolgorava la scintilla della pre-vita, dove l’essere e il non essere e ciò che è vivo e non vivo si confondevano senza forma né concerto. […] Piombò a capofitto tra le fauci geologiche che custodivano le pietre telepatiche risucchiate dalla bestia, finché nel mirino dei fucili che la puntavano ci fu soltanto un abisso senza fondo di luce fluorescente. […] La salutano, la salutarono, la saluteranno, non c’è più tempo: siete entrati nell’infanzia del mondo. Salve, Gran Anarca! (ivi, p. 137).
Siamo nel 2272, eppure il titolo non si riferisce alla prossima estinzione, ma ai primi stadi del mondo. L’infanzia è tale se anarchica, e diremo anarchico davvero solo chi sfugge ai rapporti di produzione – ossia quel sottoproletariato che lo stesso Marx guardava di malocchio, perché la rivoluzione non era la loro, era dei proletari.
L’infanzia è un’anarchica possibilità. Ma l’anarchia da sola non può, non deve bastare. Sartre stesso sapeva quanto la libertà coincidesse con la responsabilità. Quale? La responsabilità di ciò che si eredita. Con addosso scritte le tracce del mondo, l’infanzia è assorbire come spugne in vista di un momento in cui quello che ci hanno scritto addosso diventerà nostro perché lo assumeremo come parte di noi. Non una condanna, ma un destino che si sceglie. Scegliere il proprio destino è la libertà che dall’infanzia del mondo e dal suo magma porta alla costruzione di qualcosa di nuovo. Ma, dice Nieva, i mattoni del nuovo li porteranno gli ultimi.
Michel Nieva, L’infanzia del mondo, Il Saggiatore, Milano 2025.