La scrittura a due del volume Lessico del reale. Le parole del cinema documentario (Meltemi 2026), prende le mosse dalla comune appartenenza degli autori, Vittorio Iervese e Daniele Dottorini, alla «comunità di pratica del documentario» (ivi, p. 10). La maggior parte delle intuizioni del testo nascono infatti dal contesto pulsante e travolgente del Festival dei Popoli, nel cui comitato selettivo entrambi militano e hanno militato per molto tempo. Occorre, quindi, rammentare cosa significhi essere selezionatori di un festival come quello dei Popoli: ore e ore di immersione in più di duemila visioni l’anno, per ricavarne alla fine un nucleo di circa cento film.

È plausibile supporre che il processo di selezione si articoli pressoché in due fasi: un abbandono prolungato al flusso indistinto delle immagini, un’esperienza di totale assorbimento immaginativo e sensoriale nella visione; e poi un secondo movimento, più lucido e analitico, di riordino, confronto e scelta dei titoli da proporre al pubblico del festival. Il libro sembra riprodurre lo stesso movimento: da un’immaginazione libera e “disordinata” – nata proprio da quell’immersione appassionata nella visione – approda poi alla “sistematizzazione” concettuale che conserva intatto quell’originario entusiasmo esperito durante la visione

È per questo che i 21 lemmi del libro – uno per ciascuna lettera dell’alfabeto –, invece di irrigidirsi nella schematica chiusura tipica delle voci di un dizionario, sembrano dilatarsi e tracimare da ogni confine. Ogni parola selezionata coglie con audacia le «estetiche e i saperi eterogenei» della pratica documentaria contemporanea che, «in una fluidità negoziale [sfuggono] a un’u­nica identità» (Bertozzi, Perniola 2025, p. 14) per percorrere piuttosto la via dell’Ibridazione estetica, culturale, tecnologica e identitaria. Le pagine sono infatti pervase da una tensione costante tra una forza che tende a contenere e a sistematizzare e un’energia smarginante ed esplosiva, protesa verso l’esterno: il lemma, più che ripiegarsi su sé stesso, si proietta verso ciò che lo circonda, verso ciò che rimane fuori dal campo circoscritto. Come Iervese e Dottorini chiariscono nella breve introduzione al volume:

Un lessico è una forma mobile: coglie il significato di un termine a partire dal suo uso. E se la lingua è una forma di vita, le parole sono in cammino, in sviluppo. Tant’è che ognuno dei lemmi è come un inizio di un percorso, in continuo movimento, così come il cinema che è chiamato a nominare (2026, p. 14).

Un cinema in continuo movimento: così viene nominato il documentario contemporaneo. Una forma di cinema, e non un genere, che, spinta dall’urgenza di rappresentare un mondo proteiforme, è sempre più sperimentale, laboratoriale e riflessiva. Tale carica futuribile e rigenerativa motiva una stagione particolarmente fertile per i volumi consacrati al cinema documentario in Italia. Ad esempio, accanto a contributi più specifici, dedicati a oggetti e forme particolari (come La voce del reale. Il rapporto voce-immagine nel cinema documentario di Alma Mileto, 2023, e Shooting Back: Il documentario e le guerre del nuovo millennio di Samuel Antichi, 2024), si ricorda anche l’uscita di una vera e propria storia del documentario, curata da Marco Bertozzi e Ivelise Perniola, che colma una lacuna, non solo italiana, nella storicizzazione degli sguardi cinematografici sul reale (Storia del cinema documentario, Carocci 2025).

Nella prospettiva di Iervese e Dottorini, il cinema documentario contemporaneo è «un cinema della mescolanza» (ivi, p. 92), «un cinema-laboratorio» (ivi, p. 101) che mette sistematicamente in crisi gli stessi lemmi che lo identificano, riorientandoli verso espansioni e distorsioni semantiche. È proprio per questo che il movimento che anima la disamina lessicografica del testo consiste nell’interrogazione di parole che, al loro interno, condensano i linguaggi, le teorie, le tecniche e le modalità del documentario.

La parola Aspettativa occupa il primo posto del lessico, non solo per l’evidente ordine alfabetico, ma perché racchiude nelle sue diramazioni semantiche tutta la refrattarietà delle pratiche documentarie alle prescrizioni normative, alla formulazione di aspettative che non siano variabili. Quando il documentarista si immerge nel mondo con i suoi dispositivi di registrazione si getta nell’imprevedibilità degli eventi, giocando da un lato con la volontà di Controllo sul film in tutte le sue fasi e dall’altro con l’impossibilità di esercitare tale dominio sull’indeterminatezza del reale.

Secondo Dottorini e Iervese, la Scrittura documentaria è difatti costitutivamente cangiante perché segue l’Economia del mondo, accompagnando gli accadimenti nel loro svolgersi e conquistando solo a posteriori un metodo e una forma. In quest’orizzonte di riflessione, ciò che decreta sostanzialmente l’esistenza di un film documentario è l’ordine relazionale che si instaura tra i filmati e i filmanti: la Relazione con l’altro implica la costruzione di un legame di Fiducia che permetterà l’accesso allo sguardo del diverso (ciò che non conosciamo o che ci è invisibile), che sarà reso visibile e conoscibile dalla messa in forma del Dispositivo filmico. 

In questo senso, la Narrazione, la Scrittura e il Dispositivo divengono delle modalità di messa in forma della molteplicità del reale: delle operazioni di selezione, montaggio ed elaborazione che consentono di rapportarsi alla complessità provando a “inquadrarla”. Si tratta di modalità che, naturalmente, «non sono uniformi o monolitiche» (ivi, p. 179), perché ogni film elegge nel mondo e col mondo la propria forma. Tuttavia, proprio perché il mondo è incommensurabile, nel tentativo di organizzarlo, la pratica documentaria rivela sempre una certa “manchevolezza”: per quanto aspiri a riordinare “la totalità del reale”, finisce per non riuscirci ed è proprio questa sua “incompletezza” a situarla nel campo della Virtualità, quello della «realtà come campo di possibilità» (ivi, p. 201) da attualizzare.

L’operazione di organizzazione del reale da parte del documentarista, lungi da ambire a una rappresentazione mimetica e totalizzante, si configura sempre come la proposta di «una nuova visione del mondo, impensabile prima del suo av­vento» (ivi, p. 48). Dal punto di vista degli autori, infatti, il processo documentario concepisce al seno dello stesso lavoro del film – tra ostacoli espressivi e produttivi – nuovi dispositivi, nuove tecnologie e nuove narrazioni, palesando così l’intrinseca trasformabilità del reale.

Detto altrimenti, la realtà non è più solo esposta “così com’è” o, meglio, trattata chirurgicamente affinché qualunque sua faglia, differenza o anomalia sia riassorbita nell’uniformità: al contrario, il documentario contemporaneo esibisce i “difetti” della realtà, ricavando proprio da tale inadeguatezza quello slancio teorico-filosofico (cfr. Bertozzi 2018) che pervade il campo della pratica. Così inteso, il volume Lessico del reale si offre come una riflessione filosofica sul cinema, in particolare sul documentario. Come nota Ilona Hongisto in un contributo che può essere considerato un esempio di filosofia del cinema documentario, il framing documentario deve essere compreso come «una pratica performativa che partecipa e contribuisce al reale inteso come processo» (2015, p. 12). D’altronde, tutti i lemmi di Lessico del reale definiscono una precisa etica del cinema documentario che crede profondamente nella sua forza trasformativa, in uno slancio futuribile che si distingue per una particolare Urgenza, che è insieme etico-politica (“stare” nell’evento, dare voce al “minore”, provocare l’ordine costituito…) e formale (alterare le forme per riconfigurare il comune modo di percepire e significare).

Riferimenti bibliografici
M. Bertozzi, Documentario come arte. Riuso, performance, autobiografia nell’esperienza del cinema contemporaneo, Marsilio, Venezia 2018.
M. Bertozzi, I. Perniola, Introduzione. Culture e immagini dell’altro cinema, in ­”Storia del cinema documentario”, a cura di Id., Carocci, Roma 2025.
L. Hongisto, Soul of the Documentary. Framing, Expression, Ethics, Amsterdam University Press, Amsterdam 2015.

Vittorio Iervese e Daniele Dottorini, Lessico del reale. Le parole del cinema documentario, Meltemi, Milano 2026.

Tags     documentario, reale
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