Facciamo una piccola premessa. Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli è un romanzo di (auto)fiction che ruota intorno alla reale ascesa al potere di Vladimir Vladimirovič Putin, raccontata da uno dei suoi più fidati consiglieri politici (Vadim Baranov, personaggio fittizio ispirato a varie biografie reali). In una delle sue tante digressioni, l’uomo racconta la sua infanzia nell’ex URSS e il rapporto con le figure maschili della famiglia: dalla vena libertaria del nonno alla carriera del padre nell’Accademia di scienze sociali del partito. Proprio in una proiezione cinematografica organizzata dal padre, il piccolo Baranov assiste a La presa del potere da parte di Luigi XIV (Rossellini, 1966) ed è colpito da come i nobili francesi dell’epoca siano stati “intrappolati in una gabbia sempre più ferrea di mode, di cerimonie, di piccoli, insulsi privilegi, per conseguire i quali loro accettano, quasi senza accorgersene, di barattare la libertà e anche la dignità più elementare”. Gli spettatori, tutti burocrati di partito, escono dalla sala in silenzio perché turbati dai loro pensieri.
Veniamo al punto: Le Mage du Kremlin di Olivier Assayas (abbastanza fedele al romanzo di partenza) espunge tutta la parte dell’infanzia di Baranov, ma questo particolare dettaglio biografico non può essere passato inosservato a un cineasta che ha sempre fatto del realismo fenomenologico rosselliniano una tensione/lezione etica e stilistica fondamentale. Ecco che il film sembra assumere proprio l’approccio didattico del Rossellini televisivo come referenza ideale per indagare la dissoluzione di un blocco ideologico novecentesco e la nuova configurazione del potere all’alba del XXI secolo. E lo fa attraverso singoli eventi e dettagli da descrivere puntigliosamente per interrogarci come interlocutori attivi del nostro presente (aprendo, quindi, una miriade di riflessioni sulle nuove forme di autocrazia di cui tanto si sta dibattendo in questi anni).
Da questo punto di vista è coerente e stimolante la scelta di scrivere la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère, vista la matrice “carreriana” del romanzo di Da Empoli e visti i personali interessi dello scrittore francese che ha ampiamente esplicitato in La vita come un romanzo russo (2007) e Limonov (2014). L’incontro con Da Empoli e Carrère, pertanto, consente ad Assayas di sperimentare una inedita voice over che ci immerge nel ribollente contesto storico della Russia di fine anni Novanta, subito dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il nostro alter ego diventa lo studioso americano Rowland (interpretato da Jeffrey Wright) che entra in contatto con Vadim Baranov (Paul Dano in un’interpretazione di ascetica monotonicità espressiva) ormai ritirato da ogni attività politica. L’intervista/chiacchierata durerà il tempo del nostro film frantumando l’istanza narrante (tra oligarchi e nuovi imprenditori dei media o della finanza) e sfidando sottilmente lo spettatore a cogliere ogni implicazione/manipolazione nei racconti dell’abilissimo Baranov.
Si parte dalla Russia di Borís Él’cin e dall’improvvisa sbornia capitalista/liberista che produce nuove possibilità di realizzazione personale ma anche nuovi pericoli. Un periodo di caos sociale e ideologico che produce paradossali spazi di libertà espressiva: il giovane Baranov si interessa alle avanguardie artistiche e al teatro sperimentale dove immagina di configurare desideri repressi e nuove forme di vita. La configurazione di una scintilla di libertà colta nella rivoluzione di usi e costumi giovanili, del resto, è una ricorrenza autorale intimamente assayassiana: la scena della festa a Mosca sembra arrivare direttamente da L’eau froide (1994) e Qualcosa nell’aria (2012). Le inquadrature pedinano Baranov tra strade, case, feste e non-luoghi di fine anni Novanta, alternando immagini d’archivio e archivio rigirato, in una vertiginosa riemersione di un crocevia storico colto dai media. Perché Baranov passa ben presto dal teatro d’avanguardia alla televisione popolare dei reality show, dove: “non si producevano semplicemente trasmissioni televisive, ma si sperimentavano le forme di vita che sarebbero state adottate, nel tempo, dai nuovi russi”.
In questo periodo di transizione e instabilità la figura del capo dell’FSB (agenzia del servizio segreto russo) Vladimir Putin diventa un collettore di desideri inconsci che reclamano un potere verticale, come sintetizza Baranov convincendolo ad accettare la candidatura a premier. Una sorta di Super-Io freudiano che si manifesta soprattutto nello sguardo: “se sei povero ti rimane solo il potere di incutere paura”, dice il Putin interpretato da un Jude Law di straordinario mimetismo che sembra voler recitare solo con gli occhi. Baranov diventa un fidato spin doctor che mette al servizio del nuovo zar le intuizioni sui nuovi linguaggi audiovisivi e gli strumenti dei simulacri televisivi (il linguaggio universale è solo il kitsch, dice), coagulando con scioccante disinvoltura etica le «forze della rabbia» per creare una piattaforma post-ideologica che ha come unico obiettivo quello di rinsaldare una nuova forma di «democrazia sovrana».
La macchina da presa di Assayas fluttua tra spazi pubblici e privati (dis)accordando tempi diversi e, in modalità simil scorsesiana, ci accompagna tra studi televisivi e ville milionarie, uffici bui e tenute in montagna.Nel frattempo, scorre la storia con gli eventi della Seconda guerra cecena, l’annessione della Crimea, le Olimpiadi di Soči, rendendo pian piano il film una riflessione universale sui metodi della politica nel XXI secolo e sulle spinte autoritarie che ne conseguono. Baranov racconta un potere che si auto-rappresenta come unica soluzione alle crisi sistemiche alimentate dai media, mentre la regia di Assayas cerca un contro-potere dello sguardo che tracci attimi di verità nei volti e nelle singole espressioni, in frammenti di esitazione o introspezione. Il personaggio di Ksenia, interpretato non a caso da Alicia Vikander/Iprma Vep, incarna proprio il fantasma di verità sentimentale che interrogherà Baranov per tutta la vita.
Fermiamoci qui. Con le Le Mage du Kremlin siamo dalle parti di Carlos (2010) per sforzo di condensazione narrativa e di Demonlover (2002) per lucidità teorica sui dispositivi di potere disseminati nei nuovi campi di percezione (il web in primis). Segno di uno sguardo autoriale estremamente coerente anche quando abbraccia registri e approcci formali diversi (qui addirittura gli stilemi del biopic in una coproduzione internazionale). Perché per Assayas il punto del discorso resta sempre l’incrollabile fiducia nel cinema come linguaggio capace di dialogare (quindi di mediare) con il fuori campo della vita. C’è un momento rivelatorio a tal proposito: Baranov dice a Rowland di aver letto il suo libro sulla fake democracy e in un istante di totale sincerità confessa: “lei ha capito qualcosa. Poco, ma qualcosa ha capito”. Un momento che apre una piccola crepa nell’involucro dei dispositivi di potere, quindi, un possibile spazio di riflessione critica che solo la letteratura e il cinema possono ancora rivendicare. Le Mage du Kremlin è un altro grande film di Olivier Assayas.
Le Mage du Kremlin. Regia: Olivier Assayas; sceneggiatura: Olivier Assayas, Emmanuel Carrère; fotografia: Yorick Le Saux; montaggio: Marion Monnier; interpreti: Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, Jeffrey Wright, Jude Law; produzione: Curiosa Films, Gaumont, France 2 Cinéma; origine: Francia; durata: 156′; anno: 2025.