Ci sono tre momenti indimenticabili ne La gazza ladra, l’ultimo film di Robert Guédiguian, e corrispondono a tre sguardi. A tre sguardi che si dispiegano nel tempo. Il primo sguardo è quello di Ariane Ascaride, straordinaria come sempre, che osserva il suo nipotino mentre suona il piano. Lei è Maria, già operaia in una fabbrica che ha chiuso anni prima e ora badante presso diversi anziani, che cura ogni giorno amorevolmente. Magari facendo ogni tanto la cresta sulla spesa. Ha avuto una vita di fatiche e privazioni, con tante difficoltà e nessun agio. Suo marito Bruno – che ha il volto intenso e sornione di Gérard Meylan –, disoccupato, ha ripreso a giocare alle carte, e a perdere. Con sua figlia Jennifer, Maria ha un rapporto non semplice, ma lei le ha dato un nipote, Nicolas, che illumina la sua esistenza. Ha dieci, forse undici anni, e col pianoforte ci sa fare davvero.
Maria, che ha sempre amato la musica, spera con tutte le sue forze che un giorno Nicolas diventi un grande pianista. Lo immagina bello ed elegante mentre si inchina davanti a un pubblico in adorazione. Adesso, seduta sul divano, nella casa piccola e semplice in cui il ragazzino vive con sua madre e con il padre camionista, gli occhi fissi spalancati sul bambino, pieni di meraviglia, di speranza, di amore, pieni di tutto, lo guarda suonare. Tutta la sua dura esistenza si raccoglie in quello sguardo dolce e puntuto che si addentra in un futuro perfetto e pieno di luce. Farebbe qualsiasi cosa per quel ragazzino. Anche, propriamente, rubare.
Il secondo sguardo è quello di Jean-Pierre Darroussin, che qui è Robert Moreau, un colto, posato, gentilissimo signore in sedia a rotelle, con una casa grande e una splendida terrazza con affaccio sul mare. È uno degli anziani di cui Maria si prende cura. È lui che, senza saperlo – Maria gli ha sottratto una volta un assegno e lo ha firmato al suo posto –, paga l’affitto del pianoforte su cui si esercita Nicolas. E, a un certo punto, attraverso la stessa dinamica, anche le costose lezioni private di musica del ragazzino. Anni prima Robert ha lasciato sua moglie, che è morta di cancro qualche tempo dopo. Di quell’abbandono e di quella morte lo incolpa da sempre suo figlio Laurent, agente immobiliare sui trent’anni.
Padre e figlio non sono mai riusciti a costruire un rapporto sereno. Adesso Laurent, sbagliandosi di grosso, crede che suo padre spenda il suo denaro per una giovane donna, per avere in cambio da lei favori sessuali. E gli dice che lui gli fa schifo. Quando suo figlio se ne va, l’uomo, rimasto solo, prende il suo tablet e fa scorrere vecchie fotografie di suo figlio, ragazzino e adolescente. Una dopo l’altra. Laurent, in qualcuna di quelle immagini, (gli) sorride. Robert, la cui esistenza è inscritta in una solitudine profonda, unicamente illuminata dalla presenza vitale e solare di Maria, cui è molto legato, punta il suo sguardo nel passato, nella vita sfilata via, scivolata, scomparsa, e cerca, guardando suo figlio che gli sorride solamente da lì, di colmare un vuoto che adesso gli appare incolmabile.
Il terzo sguardo, infine, è quello di Marilou Aussilloux, vale a dire di Jennifer, la figlia di Maria, nella parte conclusiva del film. Fa la cassiera in un supermercato, suo marito Kevin è sempre lontano da lei, in giro col suo camion: sa che suo figlio ha talento ma anche, quando scopre in che modo sua madre garantisce la sua formazione di musicista in erba, che Maria rischia grosso. Cerca di non farla denunciare ma l’incontro con Laurent farà saltare in aria tutte le sue certezze. Adesso, alla cassa del supermercato, poco prima che il suo turno si concluda, il marito la raggiunge. Le dice che se lei non lo ama più, è giunto il momento di lasciarsi, che lei potrà e dovrà essere felice ma che lui continuerà a volerle bene e a starle vicino. Continuerà a essere suo amico. Jennifer punta il suo sguardo su di lui e sorride. È uno sguardo che si apre e insieme subito si disfa nell’incertezza informe del presente, delle sue mancanze, delle sue possibilità, della sua opaca e indecifrabile consistenza. Ed è come soffocato dal sentimento profondo e autentico che lo alimenta.
È un film magnifico quest’ultimo Guédiguian, pieno di pensieri e di sentimenti diversi, apparentemente semplice e lineare nella sua articolazione fabulatoria e invece densissimo e ricco di strati, di piegature e di risvolti, segnato da una mise en scène misurata e rigorosa e da un’avvolgente colonna musicale. Ed è un mosso e raffinato film corale: accanto a Maria e a Bruno, che sono pieni di debiti, a Monsieur Moreau, che è pieno di libri, a Jennifer e Nicolas, e a Kevin, che sono pieni di una minuta e limpida semplicità, ci sono l’insoddisfazione di Laurent, la rabbia di Audrey, le paure quasi di bambina di Madame Kalbiak e ci sono Monsieur e Madame Toulouse, lui che cerca amorevolmente di aiutarla, lei che non dice una parola e che il peso degli anni ha precipitato, inchiodandola lì, nella sua giovinezza perduta e nel pensiero del grande amore della vita strappatole dalla guerra e che lei aspetta ancora davanti alla stessa pasticceria.
Ma al centro di questo multivocale turbinio di sentimenti che è La gazza ladra, è naturalmente Maria: da quando ha perso il lavoro in fabbrica non smette di darsi da fare e parte ogni giorno, trainando il suo carrello delle compere per le strade di Marsiglia, per raggiungere i suoi anziani datori di lavoro, di cui si occupa, come detto, con ogni cura e a cui vuole bene per davvero. Premurosa, sorridente e positiva, è per ciascuna delle persone che assiste semplicemente insostituibile. Certo, di regola rubacchia quello che luccica, che di solito sono pochi euro: loro, pensa Maria, non hanno problemi di soldi, non se ne accorgono nemmeno, mentre lei ogni tanto – non le sembra nulla di grave –, dopo il lavoro può ascoltare la sua musica davanti a un piatto di ostriche. Ma è il pensiero del nipote, immagine di un luminoso, impensato risarcimento finale e definitivo di una vita difficile, a farle perdere controllo e misura.
Nei modi di una profonda levità, di una pensosa e articolata leggerezza, Guédiguian tesse una tela narrativa e affettiva fittissima e mobile, piena di vita e di partecipata emozione, in cui esistenze diverse incrociano i loro destini e in cui la vita quotidiana di uomini e donne, nei gesti, nelle situazioni, nelle azioni, e soprattutto nei sentimenti, è restituita attraverso uno sguardo che non smette di sorprendere per la sua capacità di mostrarsi a un tempo misuratissimo e autentico, appassionato e sicuro.
Il cinema di Guédiguian è immediatamente riconoscibile: le figure che ne accompagnano l’intero corso, sua moglie Ariane Ascaride, Gérard Meylan, Jean-Pierre Darroussin, non sono soltanto gli attori feticcio del cineasta, sono segni primari della sua pratica filmica, come lo sono Marsiglia e la sua luce, e in particolare il quartiere L’Estaque, in cui il regista torna ancora una volta a girare, col suo mondo operaio e proletario, le sue case e le sue strade. E qui, come altrove in questo universo poetico e stilistico coeso e organico, in questo cinema che da sempre segue le vicende delle classi subalterne, della povera gente, con uno sguardo tanto apertamente politico quanto umanissimo, mai schematico ma sempre centrato sulla concretezza delle esistenze che racconta, si aprono emozionanti regioni di reciproca prossimità e propriamente di mutuo soccorso, che ora travalicano differenze e steccati, modi di vita e classi sociali, lungo le linee di un umanesimo integrale che traccia segni di resistenza ma anche, semplicemente, di vita.
E infine tutti i pensieri più profondi, i nodi di senso più radicali, le unità di contenuto portanti del film si raccolgono in un sottofinale di grande intensità espressiva e compositiva, nel momento in cui Darroussin, davanti alle autorità che lo hanno convocato per ascoltare la sua versione dei fatti a proposito dei furti avvenuti in casa sua, per mostrare la sua piena lucidità e la sua credibilità, recita a memoria i versi di una poesia di Hugo, Les pauvres gens, che aveva già ispirato esplicitamente il soggetto di un altro notevole lavoro di Guédiguian, Le nevi del Kilimangiaro (2011), ma che in generale scorre, per così dire, nel cinema del regista. Darroussin dice Hugo e il cinema dice la sua vicinanza agli uomini e alle donne in difficoltà. E accompagna le loro esistenze. È l’autentico punto di incandescenza di un film delicato e emozionante.
La gazza ladra. Regia di Robert Guédiguian; sceneggiatura: Robert Guédiguian, Serge Valletti; interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Grégoire Leprince-Ringuet; produzione: Agat Films, Canal+, Ciné+ OCS, Sofitvcine 11, Diai’hana International; origine: Francia; durata: 101’; anno: 2024.