Versioni di inumanità

di ANTONIO TRICOMI

La città dei vivi di Nicola Lagioia.

Capire non sempre si può, provarci però si deve. E forse la miglior chiave d’accesso al brutale omicidio di Luca Varani, letteralmente massacrato, quattro anni fa, da Manuel Foffo e Marco Prato, ce l’ha offerta quest’ultimo in un’intervista rilasciata dal carcere poco prima di uccidersi. Dichiarazioni, le sue, riportate con zelo da Nicola Lagioia in La città dei vivi. Che, se ci si presenta come un non-fiction novel, appare tuttavia una sorta di reportage dal territorio del male incline a trovare i propri effettivi modelli assai più nel Carrère di L’avversario (2000) o nel Cercas di L’impostore (2014), che non nel Capote di A sangue freddo (1965). Oltre a rinvenire nel Siti, rispettivamente, di Il contagio (2008) e di La natura è innocente (2020) un proprio ineludibile interlocutore implicito e – sul piano delle soluzioni narrative prescelte – un proprio non inatteso compagno di strada.

Eccole, dunque, le parole di Prato da cui può valere la pena partire nel tentativo di decifrare la logica interna di un crimine tanto ferinamente gratuito da poter sembrare inspiegabilmente insensato:

La pubblica condanna ci appaga perché ci tiene lontano dai nostri mostri, ci fa sentire intimamente più normali. Convinto come sono che la normalità sia un concetto astratto, eliminerei le prime tre lettere della parola perversione. Sono tutte versioni differenti di umanità, sfumature distinte di individualità, a volte vissute con sofferenza (Lagioia 2020, p. 419).

Tornano alla mente alcune considerazioni di Lacan. Che, in una lezione del 1° giugno 1960, esortava gli allievi a non dimenticare «quanto i miti pagani siano vicini al pensiero della metamorfosi» (Lacan 1994, p. 334). E poco più tardi, il 2 maggio 1962, ribadiva il legame tra «il tema delle metamorfosi» e «un certo rapporto pagano con il mondo»: un rapporto in cui «la dimensione perversa» trovava «il suo valore», per così dire, «classico» (Lacan 1961-1962, seminario inedito). Perché esso – questa la tesi dello psicoanalista – implicava la corrispondenza di tutto col tutto: non una frattura tra soggetto e mondo, visibile e invisibile, desideri e interdizioni, reale e immaginario, cultura e natura, uomini e dei, ma la possibilità, per ciascuno di siffatti sembianti, di riconoscersi e trasmutarsi negli altri. In ossequio a un’idea delle forme sensibili, e persino di quelle intangibili, quali mere epifanie di un’energia, di un principio di vita e al contempo di morte, capace di renderle null’altro che proprie occasionali occorrenze, che sue capricciose varianti, e quindi configurazioni materiali o immateriali tanto prossime da poter risultare, in fondo, equivalenti.

Versioni complementari della medesima inumanità, potremmo chiosare parafrasando Prato ma, ancor più, correggendolo. Poiché, entro una simile cornice di pensiero, non può certo ritagliarsi posto alcuno la nozione stessa di individualità, se ciascun uomo, ciascuna donna, non essendo previsto che sappia o addirittura che voglia emanciparsi, differenziarsi da quella forza creatrice e distruttrice di cui si ritiene un riflesso giocoforza transitorio, neppure è in grado di fantasticare il pieno dispiegarsi del proprio sé al di fuori dell’esercizio della perversione. Ossia senza feticizzare un camaleontico, inesauribile scivolamento in quella catena metamorfica che per lui è il creato, è la storia, lo spazio sociale, il tempo interminato, l’aldilà, e che gli permette di esorcizzare lo spettro della morte, la paura di non potersi più giudicare una particola dell’impetuosa forza vitale da cui tutto ha avuto origine e grazie alla quale tutto in eterno si darà, al prezzo, però, della rinuncia a qualsivoglia tentativo di definizione soggettiva. In altri termini, accettando di essere nulla in sé, pur di ambire a diventare ogni cosa oltre sé.

Da questo punto di vista, quella ritratta da Lagioia – che al delitto Varani aveva già dedicato una delle Tre ricognizioni incluse in Esquilino (2017) – è una necrofila Roma neopagana per molti aspetti simile alla metropoli in disfacimento descrittaci da Pecoraro già ne La vita in tempo di pace (2013) e poi ne Lo stradone (2019). Una Roma in cui – fin da un incipit della Città dei vivi che ricorda le prime pagine de La ferocia (2014) – è il vorace inselvatichimento della natura stessa ad attestare, e ad acuire, un crescente degrado di umani assediati da forme di vita persino inorganiche, con topi, gabbiani e cinghiali a minacciarne la sopravvivenza, ma anche con mucchi di spazzatura a ingolfare intere vie cittadine. Una Roma sì «violenta sul piano psichico», ma incline a concepire «la violazione della legge», fattasi ormai sistematica, non come un sovvertimento dell’«ordine» costituito, e invece al pari di una chance, concessa alla comunità tutta, per «ribadire un grottesco ristagno» pronto a smorzare ogni «conflitto razziale», a inibire qualunque ipotesi di «lotta di classe», a produrre un placido «sonno» civile, un totale e accettato «disservizio» pubblico, «un mite sfacelo». Una Roma sorda a qualsiasi «richiamo della trascendenza» appunto perché spinta, dalla sua millenaria storia di catastrofi e rinascite, a lasciarsi cinicamente pervadere dall’«onnipresente consapevolezza che tutto è umano e tutto si corrompe». A concepirsi quale «enorme garage del ceto medio d’Italia» e come incarognita «capitale dei vizi» solerte a scrollarsi di dosso ogni «concetto di progresso» (Lagioia 2020, pp. 85, 99, 169, 173, 242).

Arancia meccanica (Kubrick, 1971)

Tutto ciò per poi sposare, più o meno tacitamente, la teoria fatta propria da non pochi privati e uomini delle istituzioni indagati a partire dal 2014 (in seguito all’operazione Mafia Capitale) per truffe, corruzione, appalti truccati: quella «del Mondo di Mezzo». Una teoria secondo la quale «ci stanno i vivi sopra e i morti sotto», e «noi siamo nel mezzo perché c’è un mondo, un Mondo di Mezzo, in cui tutti si incontrano tra loro»: i vivi coi morti, i morti coi vivi. Fino a rendere incontrovertibile un’evidenza rimarcata da Lagioia. Ossia che, al tempo del delitto Varani, ormai «la città di sotto si stava mangiando quella di sopra, i morti divoravano i vivi, l’informe guadagnava terreno» (ivi, pp. 177-178).

Ecco allora che, in un’ottica simile, Manuel Foffo e Marco Prato possono rivelarsi anzitutto i sintomi di questa polimorfa pulsione cannibalica e auto-cannibalica che percorre l’intera città (lieta di concedersi «un’indulgenza plenaria» per i propri scempi) e che scova nel ricorso alla cocaina, sniffata da esponenti di qualsivoglia ceto sociale, un suo potente intensificatore, trattandosi di una sostanza capace di svilire ogni residua resistenza delle pur labili coscienze individuali a tale istinto distruttivo. Auto-distruttivo. L’omicidio di Varani, quindi, come bestiale esito del «contagio psichico» prodottosi non tanto né principalmente tra un manipolatore di buona famiglia (Prato) e un piccoloborghese alla deriva (Foffo) accomunati da una frustrazione e disturbi della personalità anestetizzati con il ricorso alla droga oppure alienandosi in proprie fantasie sessuali e ossessioni di rivalsa, ma anzitutto verificatosi tra un complessivo ambiente culturale, tali carnefici e ogni preda purtroppo reale, o soltanto potenziale, di costoro (ivi, pp. 146, 332).

Perché l’impasse interpretativa, innanzi alla quale ammette a un certo punto di essersi trovato Lagioia, non si lascia in effetti risolvere. Il caso Varani avrebbe tutti i connotati del classico «delitto sociale» come la modernità ci ha insegnato a pensarlo – «tre ceti sociali, tre fasce di reddito, tre diverse zone della città», a motivare la tesi di un «omicidio “di classe”»; e poi «il tema dell’orientamento sessuale», a legittimare una decodifica di tale assassinio anche come riflesso di quella «cultura omofoba e patriarcale» ancora egemone nel nostro Paese –, eppure non ci autorizza a classificarlo così. Per un motivo soprattutto: né gli aguzzini né la vittima hanno in verità ucciso o trovato la morte per difendere o rivendicare un qualche privilegio concesso o negato loro, una qualche personale identità minacciata o misconosciuta dall’altro (ivi, pp. 109-110, 113).

Invece, già prima di incontrarsi, essi sembrerebbero aver voluto annegare le loro rispettive esistenze in un indistinto brulichio dell’ottusa vita organica che potesse, rendendoli un patchwork di forme irrelate, perversamente esentarli dal dover fare i conti con qualunque principio di castrazione e di realtà. Dal doversi assumere la responsabilità di diventare comunque individui, abbandonando un’idea della vita quale «festa selvaggia» tra «studenti» persuasi di poter poi lasciare ad adulti non meno impalpabili di loro «il compito di rimettere in ordine». E questo, pur magari percependo, con tutte le fibre dei propri sovreccitati corpi sofferenti, di consegnarsi, in tal maniera, a un irrefrenabile «istinto di sopraffazione» e di annullamento del sé. A «una particolare solitudine» pressoché assoluta (ivi, pp. 52, 452).

Dinamica psicotica che ha reso oscenamente esatte le confessioni di Foffo e Prato, pronti sì a parlare dell’abominio perpetrato, e tuttavia riferendovisi «come se ad agire non fossero stati loro ma qualcos’altro, un oscuro regista» abile a prendere di colpo «il sopravvento». E, ancor più, collettiva tendenza al ripudio di qualsiasi rettifica soggettiva che finisce con il consegnarci un tempo, il nostro, nel quale nessuno riesce «a imputarsi una colpa», a riconoscere «a se stesso la possibilità del male», e tutti sembriamo addebitare i nostri misfatti o le nostre pecche «a un misterioso nesso causa-effetto». Tanto da consentire, a quelli fra noi che criminali poi lo siano, di presentarsi, senza poter essere credibilmente smentiti, come «assassini a propria insaputa» o «bugiardi sinceri» o «traditori fedeli» o «ladri misericordiosi» o «cialtroni responsabili». Perché, «quando il reo non è più capace di riconoscerla», della colpa non resta nulla, e dunque si sfalda – dato che ugualmente s’inabissa il concetto «di scelta» – l’ingranaggio stesso della civiltà. Agevolando la progressiva affermazione di una «barbarie» che, appunto, prende ovunque la forma di notturne «città dei vivi, popolate da morti» come Roma e sempre più smaniose, proprio per questo, di sbranare le superstiti «città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso» (ivi, pp. 373-375, 370).

Il capitale umano (Virzì, 2013)

Riferimenti bibliografici
T. Capote, A sangue freddo, in Id., Romanzi e racconti, a cura di G. Nocera, Mondadori, Milano 1999.
E. Carrère, L’Avversario, Adelphi, Milano 2013.
J. Cercas, L’impostore, Guanda, Milano 2015.
J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. 1959-1960, Einaudi, Torino 1994.
Id., L’identification. 1961-1962 (seminario IX, inedito).
N. Lagioia, La ferocia, Einaudi, Torino 2014.
Id., Esquilino. Tre ricognizioni, Edizioni dell’asino, Roma 2017.
Id., La città dei vivi, Einaudi, Torino 2020.
F. Pecoraro, La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie, Milano 2013.
Id., Lo stradone, Ponte alle Grazie, Milano 2019.
W. Siti, Il contagio, Mondadori, Milano 2008.
Id., La natura è innocente. Due vite quasi vere, Rizzoli, Milano 2020.

Nicola Lagioia, La città dei vivi, Giulio Einaudi Editore, Torino 2020.

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