Scrive Bengt Jangfeldt nella sua Introduzione al libro di memorie di Roman Jakobson, Io, futurista (traduzione di Serena Prina, Feltrinelli 2025): quando si incontrarono la prima volta, nel 1975, «Roman Osipovič [Jakobson, uno dei più grandi linguisti e studiosi di poesia del Novecento] non mostrò un particolare entusiasmo per la mia idea di intervistarlo. Preferiva dedicare gli anni che gli restavano da vivere ”al futuro e non al passato”, come ebbe a spiegarmi» (ivi, pp. 9-10). Tuttavia alla fine l’intervista si fece (nel febbraio-marzo 1977), ma si fece appunto non per parlare del passato, bensì del presente.

In effetti si può leggere Io, futurista, come una testimonianza eccezionale del clima poetico e rivoluzionario della Russia negli anni immediatamente precedenti e successivi alla Rivoluzione del 1917, ma sarebbe una lettura nostalgica, poco interessante, così come lo sono tutte le operazioni nostalgiche. Oppure si possono ascoltare le parole di Jakobson come quelle di un nostro contemporaneo, e pensare ai nomi che cita (erano tutti suoi amici o conoscenti, e si tratta di figure straordinarie come Majakovskij, Pasternak, Chlebnikov, Osip e Lilja Brik, Šklovskij, Malevič e così via) come nostri interlocutori possibili, e, se si è fortunati, come amici possibili. E allora quegli anni incredibili non sono più soltanto anni per sempre passati, al contrario, possono ancora essere il nostro presente. Perché è della vita che parlano queste pagine, e non quella del passato (a chi importa più della rivoluzione russa?), della rivoluzione della vita di tutti i giorni, oggi, ora.

La prima caratteristica di questo tempo rivoluzionario è che non valgono (più) le distinzioni disciplinari: «Per noi» dice Jakobson – e si tratta di una indicazione di metodo che seguirà per tutta la sua vita – «non esisteva un confine tra Chlebnikov il poeta e Chlebnikov il mistico matematico. A questo proposito, quando lo andai a trovare, questo grande rinnovatore della parola poetica, questi subito cominciò a raccontarmi delle sue ricerche e riflessioni matematiche» (ivi, p. 22). Perché tanto è triste un mondo in cui la poesia non ha niente a che fare con le “riflessioni matematiche”, così è altrettanto triste, però, un mondo in cui le “riflessioni matematiche” sono indifferenti alla “parola poetica”. In effetti si trattava di anni, e quindi si tratta di anni, in cui «in generale si riteneva che la cosa principale fosse la poesia e che alla poesia fosse affidato il compito di proferire davvero la parola nuova» (ivi, p. 23).

E qual è la “parola nuova” se non appunto la parola della poesia, cioè la parola che riesce a dire quello che la parola politica, per non parlare di quella religiosa, non riesce più a dire? Per questo il vecchio ebreo Jakobson non è interessato al passato, cioè alla ripetizione delle parole di una volta, perché quelle parole non significano più nulla, e proprio perché sono solo parole del passato. Al contrario la poesia parla ”giovane”, perché la poesia dice quello che ancora non è stato detto. Si comprende perché quella fosse «un’epoca molto insolita, con la presenza di una quantità eccezionalmente vasta di uomini di talento. E fu un tempo in cui, per svariati motivi, all’improvviso, i giovani si ritrovarono a essere quelli che dettavano legge» (ivi, p. 43). In realtà ci sono sempre gli uomini di talento, è che usano ancora la lingua del passato, e così non riescono a dire il nuovo che sta già succedendo, e che i vecchi che ci governano non vogliono che si dica.

Ma che succede quando parla la poesia? Jakobson ricorda quando, «poco dopo la Rivoluzione d’ottobre» – scoppiata fra il 24 e 25 ottobre del calendario giuliano 1917, corrispondenti al 6 e 7 novembre dell’odierno calendario gregoriano – «ero a casa di Elsa» – l’amata sorella di Lilja Brik, la compagna di Majakovskij – «in un vicolo nei pressi della Pjatnickaja. Le proposi di andare al Caffè dei poeti. […]. Volodja [la forma familiare del nome di Majakovskij, Vladimir,] ne fu molto contento. Poi recitò ”La nostra marcia”, ”La marcia di sinistra” e ”Ode alla rivoluzione”. ”Ode alla rivoluzione” non mi piacque, con il suo profluvio di arida retorica, che si manifestava persino nel modo in cui la recitava» (ivi, p. 63). Giovani intellettuali, poeti, artisti, operai, borghesi (cioè, gente qualunque, in fondo chi non è un borghese?), tutti presi dal clima comunitario di quelle giornate incredibili. La poesia, appunto, cioè la rivoluzione. Così prosegue Jakobson:

Il pubblico era molto eterogeneo. C’erano effettivamente degli ex borghesi, che sentivano recitare: ”Mangia ananassi, sgranocchia un francolino, borghese, il tuo ultimo giorno è vicino!”. C’era gente che veniva dalla strada, che non aveva mai sentito nulla di poesia, c’erano dei giovani pieni d’interesse. A quell’epoca già si potevano incontrare persone che occupavano le case, le palazzine, per lo più si trattava di anarchici. Quella sera all’improvviso si esibì uno di loro, con indosso un’uniforme strana, paramilitare. Disse: ”Ecco, vi hanno letto i loro versi, mentre io vi racconterò come mi sono sposato”. E recitò, con una magnifica tecnica favolistica, la tecnica di chi recita in una baracca di saltimbanchi, un famoso testo da lubok [tipo di stampa popolare a vignette] che esiste in numerose varianti del diciottesimo secolo, una sorta di poemetto derisorio a proposito di un patetico matrimonio e di una patetica moglie, brutta, povera e ripugnante. Nel profondo ero ancora un appassionato di folclore, accostai l’uomo e gli dissi: ”Desidererei moltissimo prendere nota di questa storia, lei racconta in maniera sorprendente”. ”No, sono venuto qua solo così, per riposare e divertirmi. Venga a trovarmi”. ”E dove abita?” ”Si chiama Casa dei socialisti istantanei”. Avevo intenzione di andarci, ma poi non lo feci. Poco dopo quell’episodio gli anarchici vennero cacciati” (ibidem).

Che cos’è la poesia, in fondo, se non appunto la voce impersonale di un socialista istantaneo, cioè di chi ora vive nella società socialista, non domani o peggio ancora dopodomani (non parliamo nemmeno di rimpiange il socialismo di ieri)? Non la voce di un poeta, nemmeno quella del grandissimo Majakovskij, ma la voce di un tipo curioso “con indosso un’uniforme strana”, di cui non sappiamo nemmeno il nome, perché la poesia è senza nome proprio, la poesia parla per sé; piuttosto la poesia è la voce stessa del Caffè dei poeti, quella che Félix Guattari – nella Rivoluzione molecolare – infatti chiama «concatenazione collettiva di enunciazione» (1978, p. 16), senza soggetto e senza proprietario, una voce impersonale e proprio per questo inarrestabile. In effetti, ascoltando le parole di Jakobson, ci accorgiamo che la voce di quel giorno a Mosca poco dopo la Rivoluzione d’ottobre continua a risuonare, perché il tempo della poesia non è né il passato né il futuro, bensì il tempo del socialismo istantaneo, il tempo del presente, appunto. La rivoluzione è oggi, o mai.

Ma proprio perché le voci del Caffè dei poeti sono ancora fra noi sappiamo anche benissimo che la poesia non può durare, e come quell’anarchico alla fine sarà cacciata:

Majakovskij non aveva assolutamente idea di quello che sarebbe successo. Sotto quest’aspetto era profondamente cieco. […] Volodja s’immaginava davvero che la comune fosse: un luogo / dove i burocrati scompariranno / e dove ci saranno / molti / versi e canti [dalla poesia “Missiva ai poeti proletari”, del 1926]. Ci credeva. […] Non sopportava l’idea che la Russia potesse adottare il realismo socialista, che potessero essere messe in scena La traviata, l’Onegin e così via e che il paese potesse essere profondamente conservatore e reazionario in fatto di arte. […]. Non poteva assolutamente immaginare che ci sarebbe stato il culto delle macchine, il culto dell’industria. Tutto ciò non lo interessava affatto (Jakobson 2025, p. 91). 

In realtà non è Majakovskij che “ci credeva”, è la poesia che ci crede, perché se non ci credesse non ci sarebbe nemmeno la poesia. In questo senso possiamo leggere le parole di Jakobson non come testimonianze di un mondo perduto (quale mondo non è da sempre perduto?), ma come pratiche della nostra quotidianità, di una quotidianità che va inaugurata ogni giorno – e per questo, parlando di sé in quegli anni magnifici e terribili, Jakobson ricorda «io non avevo paura» (ivi, p. 98). Allo stesso tempo proprio perché la poesia è la voce del socialismo istantaneo – e nessun potere vuole il socialismo, soprattutto un regime comunista – vale quello che Pasternak disse una volta a Jakobson: «”E sa, Roman Osipovič, sono sempre più convinto che da noi, e non da noi soltanto, adesso, e forse non soltanto adesso, la vita di un poeta, e forse non soltanto di un poeta, sia fuori luogo”. Una frase straordinaria» (ivi, p. 78). Ecco, “la vita di un poeta”, è questa la posta in gioco, nell’ottobre del 1917 così come nel tempo che viviamo. Una vita e quindi una rivoluzione che, come ci ricorda proprio Velimir Chlebnikov (Ripellino 1968, p. 161), può esistere solo perché rinuncia ad ogni potere, e per questo è una vita senza paura:

È per me di gran lunga più gradevole
osservare le stelle,
che sottoscrivere una sentenza di morte.
È per me di gran lunga più gradevole
ascoltare le voci dei fiori,
che bisbigliano: “è lui!”,
quando passo per il giardino,
che vedere i fucili,
che uccidono quelli che vogliono
uccidere me.
Ecco perché non sarò mai
e poi mai
un uomo di governo!

Riferimenti bibliografici
F. Guattari, La rivoluzione molecolare, Einaudi, Torino 1978.
A. M. Ripellino, Il rifiuto, in Poesie di Chlebnikov, Einaudi, Torino 1968.

Roman Jakobson, Io, futurista, traduzione di Serena Pinna, Feltrinelli, Milano 2025.

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