Negli ultimi mesi un piccolo terremoto ha scosso il paesaggio già instabile dell’editoria culturale italiana. Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, pubblicato da Edizioni Tlon, si è presentato come un saggio filosofico di taglio mediologico firmato da tale Jianwei Xun, presentato come filosofo cinese esperto di media digitali e cognizione artificiale. Il libro ha avuto un certo successo: dibattiti, citazioni, recensioni entusiaste. Poi, la svolta: L’Espresso “svela” che Jianwei Xun non esiste. È un’identità fittizia, creata da Andrea Colamedici – fondatore di Tlon – in collaborazione con uno o più modelli di intelligenza artificiale generativa.

La reazione pubblica si è polarizzata: tra chi ha gridato alla truffa e chi ha inneggiato al colpo di genio, la discussione si è mossa lungo coordinate che ci paiono, entrambe, un po’ pigre. Perché ciò che Ipnocrazia mette in scena non è solo una questione di verità autoriale, né solo una provocazione editoriale: è, soprattutto, un gesto performativo. E come tale va letto, discusso, metabolizzato. Nel breve contributo che segue proveremo a offrire qualche spunto, forse modesto ma, speriamo, utile. Non tanto per definire il senso dell’operazione Ipnocrazia, quanto per interrogare le sue implicazioni. E per domandarci, con un po’ di ironia e molta serietà, chi stia davvero scrivendo, oggi, ciò che leggiamo.

Che l’identità di Jianwei Xun fosse fittizia, e che Ipnocrazia fosse un’operazione concettuale più che un semplice saggio, poteva essere, a ben guardare, chiaro fin dal principio. Il primo capitolo – L’esperimento di Berlino – racconta di un presunto studio sociologico condotto da un tale Marcus Heidemann (personaggio anch’esso inventato), il quale avrebbe dato vita a un esperimento di «diffusione controllata di una narrativa complessa attraverso diversi strati della società tedesca» (2025, p. 19), mediante la pubblicazione di un libro – Die digitale Dämmerzustand – firmato da un fittizio filosofo giapponese Hiroshi Tanaka. Ipnocrazia non è altro che la replica puntuale, quasi didascalica, di quello stesso meccanismo. L’esperimento descritto è, a posteriori, la mappa del dispositivo che il lettore ha in mano: un racconto che prefigura e al tempo stesso mette in atto la sua stessa realizzazione. La cosiddetta “rivelazione” – avvenuta poi attraverso un accordo tra L’Espresso e l’editore – non ha fatto che completare il cerchio, portando fuori dal testo ciò che il testo aveva già messo in scena. Che l’operazione abbia poi fatto presa anche grazie all’aura esotica del presunto autore asiatico, alla sua “credibilità globale”, alla fascinazione per l’alterità (confezionata con precisione sartoriale), è parte della questione. Ma ciò che sorprende è che Ipnocrazia sia stato accolto come saggio filosofico prima di essere decifrato come ciò che realmente è: un esperimento di filosofia performativa. E, per chi legge filosofia con un minimo di attenzione storica, neppure dei più radicali.

Letto come saggio, Ipnocrazia non riserva grandi sorprese. L’idea che le tecnologie dell’informazione siano anche – e forse soprattutto – dispositivi di seduzione, saturazione e cattura dell’attenzione è ormai diffusa da tempo. Il concetto stesso di “ipnocrazia”, pur suggestivo, appare come una variazione terminologica di quanto già descritto da autori come Byung-Chul Han con la nozione di psicopolitica, o da Brian Jeffrey Fogg con il concetto di captologia (e ancor prima, in parte, da Günther Anders con il suo Reizmodell).

Il libro di Xun – o meglio, di Colamedici più altri layer autoriali – non si distingue né per una particolare complessità teorica né per un’inedita potenza analitica. Molte delle tesi che vi si leggono circolano da tempo nel dibattito filosofico, sociologico e mediologico contemporaneo. Ma è proprio qui che sta il punto: Ipnocrazia non è interessante per quello che dice, ma per il modo in cui lo dice – o meglio, per l’intero dispositivo enunciativo di cui è parte. Il valore del libro non sta nella sua originalità contenutistica, quanto nella sua funzione come gesto performativo, come messa in scena di ciò che tematizza. In questo senso, Ipnocrazia è meno un “libro” che un’azione, o se si preferisce: un’installazione teorica camuffata da oggetto editoriale. È per questo che le accuse di “frode intellettuale” mancano il bersaglio. Sarebbe come accusare un’opera di teatro immersivo di non avere quarta parete: lo scarto tra contenuto e dispositivo è parte dell’operazione, non un incidente o un inganno.

Il punto più interessante dell’operazione Ipnocrazia non risiede nella sua co-creazione con l’intelligenza artificiale, né nell’occultamento temporaneo dell’autorialità reale. La questione non è tanto “chi ha scritto cosa”, né se un GPT sia ormai in grado di produrre testi filosofici credibili – argomenti, questi, già esplorati da tempo: dal Calvino di Cibernetica e fantasmi, che vedeva nella letteratura un’arte combinatoria perfettamente compatibile con la macchina, fino alla funzione-autore foucaultiana, che mette in crisi l’idea stessa di soggetto creativo univoco, passando per le riflessioni post-strutturaliste sulla scrittura come campo di forze più che come espressione di interiorità. Il cuore della performance è altrove: sta nel tentativo di mettere in scena, concretamente, i meccanismi descritti nel libro, e poi voltarsi indietro a chiedere al lettore: ti sei accorto di quello che è successo? O hai creduto fino in fondo al filosofo asiatico e alle sue parole ben confezionate?

Questa domanda – performativa, non retorica – è il fulcro reale del libro: vi ho descritto (dall’interno) gli strumenti di inganno seduttivo, le soglie fluttuanti tra informazione e manipolazione, tra aura e algoritmo. E voi, nel frattempo, avete alzato la guardia? O vi siete lasciati prendere, ancora una volta, dal ritmo fluido della narrazione, dal desiderio di un nuovo pensatore da citare, da una nuova sigla teorica per spiegare il presente?

In questo senso, Ipnocrazia agisce più come un test che come una tesi. È un esperimento sulla soglia della credulità, una trappola benevola che misura la reattività del pubblico, la sua capacità di sospendere l’assenso, di domandarsi non solo cosa si dice, ma come e da dove viene detto. È qui che la performance assume uno spessore critico: laddove riesce a far coincidere il discorso con la sua stessa attuazione, e a problematizzare la posizione di chi legge. Non per smascherarlo, ma per invitarlo a guardare in faccia il proprio stesso desiderio di verità.

Se leggiamo Ipnocrazia come gesto performativo, la domanda inevitabile è: la performance ha funzionato? La risposta, forse, è un “sì, ma”. Il meccanismo è stato concepito con coerenza interna, l’arco narrativo ha seguito con fedeltà la sceneggiatura implicita fin dal primo capitolo, e la “rivelazione” finale è arrivata nei tempi e nei modi pensati. Tuttavia, il campo di propagazione è rimasto circoscritto. La riflessione collettiva promessa – o auspicata – non si è estesa al di fuori dei consueti confini: circoli intellettuali, una parte dell’editoria culturale, l’immancabile pubblico “colto ma non specialista” (e forse soprattutto, le sue bolle social).

Sui social network, infatti, l’eco dell’operazione si è incartata nel solito schema binario: da un lato l’applauso all’audacia dell’esperimento, dall’altro l’indignazione per la “presa in giro”. Ma pochi si sono fermati davvero a osservare le condizioni stesse di questa reazione: perché siamo portati a sentirci traditi? Quale patto comunicativo credevamo di aver stretto, e con chi? Quale figura autoriale stavamo legittimando – o rifiutando?

In questo senso, la performance ha forse colpito più nel segno come gesto interno al mondo dell’editoria e della comunicazione culturale che come detonatore di un dibattito diffuso. Non perché l’operazione fosse elitaria, ma perché i suoi strumenti – puramente linguistici, testuali – richiedevano una soglia minima di attenzione e lentezza, difficile da attivare nell’ambiente accelerato e umorale della platform culture.

Che Ipnocrazia sia stato scritto – almeno in parte – con l’ausilio di modelli di intelligenza artificiale generativa ha suscitato curiosità, sospetto, entusiasmo. Eppure, anche questo aspetto, se osservato con un minimo di profondità storica e teorica, si rivela tutt’altro che dirompente. Non è certo Ipnocrazia a inaugurare la riflessione sull’autorialità distribuita, né sulla funzione ausiliaria o compositiva dei nostri strumenti di scrittura. Lo abbiamo già detto: Foucault parlava della “funzione-autore” come effetto discorsivo, Calvino – già nel 1967 – rifletteva su letteratura e automazione in Cibernetica e fantasmi, proponendo l’idea che la scrittura sia, prima di tutto, arte combinatoria. Nessuna IA fa altro che accelerare e amplificare questa logica.

La vera posta in gioco non è se le macchine possano “scrivere”, ma come cambiano il nostro modo di pensare, leggere, delegare, confrontarci. L’uso dei LLM – anche quando addestrati ad hoc – è oggi più efficace nel lavoro estrattivo e riepilogativo che in quello generativo e propriamente inventivo. La creatività, infatti, non è mai solo capacità di combinare elementi esistenti, ma emerge – come già ricordava lo stesso Calvino – quando quelle combinazioni infrangono una soglia, quando generano frizione, rottura, deviazione. Non basta riordinare ciò che già sappiamo. Serve, ancora, il gesto critico: quello che forza il linguaggio, che introduce un’imprevista dissonanza cognitiva, che si misura con l’opacità.

In questo senso, il rischio non è che le macchine sostituiscano gli scrittori e truffino i lettori. Il rischio è che ci adattiamo troppo bene al loro standard: che interiorizziamo la loro logica di efficienza e replicabilità, e riorganizziamo il nostro lavoro – culturale, discorsivo, creativo – per aderirvi senza riflessione. Quando gli strumenti ci permettono di produrre contenuti più rapidamente, è la produttività stessa a diventare il criterio: si moltiplicano i testi, ma si affievolisce la differenza. La novità si appiattisce, la ripetizione si professionalizza, e l’invenzione si trasforma in ottimizzazione.

Quindi: di cosa parliamo quando parliamo di Ipnocrazia? Alla fine, Ipnocrazia non ci lascia con una tesi da ricordare, ma con un meccanismo da osservare. Non è un libro che si legge per ciò che afferma, ma per come si presenta, per il gioco di specchi che costruisce, per il modo in cui ci chiede di posizionarci come lettori. Ci obbliga, se preso sul serio, a interrogarci non tanto sulla natura delle intelligenze artificiali, quanto sulla natura della nostra attenzione. Su come leggiamo, su cosa cerchiamo nei testi, su quello a cui crediamo quando leggiamo – e perché. Il punto non è se siamo stati “ingannati”, ma che cosa abbiamo fatto, pensato, provato durante l’esperienza di lettura. È un libro che si comporta come uno specchio rotto: riflette, ma taglia. E ci restituisce l’immagine di un’epoca in cui la fiducia – nei dispositivi, negli autori, nei testi stessi – è diventata un atto politico, prima ancora che intellettuale.

È a partire da questa riflessione che ci sembra coerente concludere con una nota, se vogliamo, personale. Il testo che avete appena letto è anch’esso il risultato di una collaborazione tra umano e macchina. È stato scritto in dialogo con un modello linguistico generativo, prima addestrato su testi di chi firma queste righe, poi guidato, corretto, rivisto con cura, ma rimasto nondimeno parte attiva nella produzione. Non lo abbiamo fatto per provocare, né per stupire. Lo abbiamo fatto per coerenza. Se questo testo ha funzionato – se ha suscitato domande, attrito, attenzione – allora significa che questa piccola performance è servita. Non a ingannare, speriamo, ma a pensare insieme.

Jianwei Xun, Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Tlon, Roma 2025.

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